IL "FUMO" (terza parte), dalla prima raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le registrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. IL "FUMO" (terza parte) V Niente: né un rigo di testamento, né un appunto pur che fosse in qualche registro o in qualche pezzetto di carta volante. E non bastava il danno: toccavano per giunta a don Mattia Scala le beffe degli amici. Eh già, perché infatti, Nocio Butera, per esempio, avrebbe facilmente immaginato, che don Filippino Lo Cícero sarebbe morto a quel modo, ucciso dalla scimmia. - Tu, Tino Làbiso, che ne dici, eh? Può essere, è vero? Che bestia! che bestia! che bestia! E don Mattia si calcava fin sopra gli occhi con le mani afferrate alla tesa il cappellaccio bianco, e pestava i piedi dalla rabbia. Saro Trigona, finché il cugino non fu sotterrato, dopo gli accertamenti del medico e del pretore, non gli volle dare ascolto, protestando che la disgrazia non gli consentiva di parlar d'affari. - Sí! Come se la scimmia non gliel'avesse regalata lui, apposta! - si sfogava a dire lo Scala, di nascosto. Avrebbe dovuto farle coniare una medaglia d'oro, a quella scimmia, e invece - ingrato, - l'aveva fatta fucilare: proprio cosí, fu-ci-la-re, il giorno dopo, non ostante che il giovane medico, venuto in campagna insieme col pretore, avesse trovato una graziosa spiegazione del delitto incosciente della bestia. Tita, malata di tisi, si sentiva forse mancare il respiro, anche a causa, probabilmente, di quel fazzoletto che il povero don Filippino le aveva legato al collo, forse un po' troppo stretto, o perché se lo fosse stretto lei stessa tentando di slegarselo. Ebbene: forse era saltata sul letto per indicare al padrone dove si sentiva mancare il respiro, lí, al collo, e gliel'aveva preso con le mani; poi, nell'oppressura, non riuscendo a tirare il fiato, esasperata, forse s'era messa a scavare con le unghie, lí, nella gola del padrone. Ecco fatto! Bestia era, infine. Che capiva? E il pretore, serio serio, accigliato, col testone calvo, rosso, sudato, aveva fatto ripetuti segni d'approvazione alla rara perspicacia del giovine medico - tanto carino! Basta. Sotterrato il cugino, fucilata la scimmia, Saro Trigona si mise a disposizione di don Mattia Scala. - Caro don Mattia, discorriamo. C'era poco da discorrere. Lo Scala, con quel suo fare a scatti, gli espose brevemente il suo accordo col Lo Cícero, e come, aspettando di giorno in giorno che quella maledetta bestiaccia morisse per pigliar possesso, avesse speso nel podere, in piú stagioni, col consenso del Lo Cícero stesso, beninteso, parecchie migliaja di lire, che dovevano per conseguenza detrarsi dalla somma convenuta. Chiaro, eh? - Chiarissimo! - rispose il Trigona, che aveva ascoltato con molta attenzione il racconto dello Scala, approvando col capo, serio serio, come il pretore. - Chiarissimo! E io, dal canto mio, caro don Mattia, sono disposto a rispettare l'accordo. Fo il sensale; e, voi lo sapete: tempacci! Per collocare una partita di zolfo ci vuol la mano di Dio: la senseria se ne va in francobolli e in telegrammi. Questo, per dirvi che io, con la mia professione, non potrei attendere alla campagna, di cui non so proprio che farmi. Ho poi, come sapete, caro don Mattia, nove figliuoli maschi, che debbono andare a scuola: bestie, uno piú dell'altro: ma vanno a scuola. Debbo, dunque, per forza stare in città. Veniamo a noi. C'è un guajo, c'è. Eh, caro don Mattia, pur troppo! Guajo grosso. Nove figliuoli, dicevamo, e voi non sapete, non potete farvi un'idea di quanto mi costino: di scarpe soltanto... ma già, è inutile che stia a farvi il conto! Impazzireste. Per dirvi, caro don Mattia... - Non me lo dite piú, per carità, caro don Mattia, - proruppe lo Scala, irritato di quell'interminabile discorso che non veniva a capo di nulla. - Caro don Mattia... caro don Mattia... basta! concludiamo! Ho già perso troppo tempo con la scimmia e con don Filippino! - Ecco, - riprese il Trigona, senza scomporsi. - Volevo dirvi che ho avuto sempre bisogno di ricorrere a certi messeri, che Dio ne scampi e liberi, per... mi spiego? e, si capisce, mi hanno messo i piedi sul collo. Voi sapete chi porta la bandiera, nel nostro paese, in questa specie d'operazioni... - Dima Chiarenza? - esclamò subito lo Scala scattando in piedi, pallidissimo. Scaraventò il cappello per terra, si passò furiosamente una mano sui capelli; poi, rimanendo con la mano dietro la nuca, sbarrando gli occhi e appuntando l'indice dell'altra mano, come un'arma, verso il Trigona: - Voi? - aggiunse. - Voi, da quel boja? da quell'assassino, che mi ha mangiato vivo? Quanto avete preso? - Aspettate, vi dirò, - rispose il Trigona, con calma dolente, ponendo innanzi una mano. - Non io! perché quel boja, come voi dite benissimo, della mia firma non ha mai voluto saperne... - E allora... don Filippino? - domandò lo Scala coprendosi il volto con le mani, come per non veder le parole che gli uscivano di bocca. - L'avallo... - sospirò il Trigona, tentennando il capo amaramente. Don Mattia si mise a girar per la stanza, esclamando, con le mani per aria: - Rovinato! Rovinato! Rovinato! - Aspettate, - ripeté il Trigona. - Non vi disperate. Vediamo di rimediarla. Quanto intendevate di dare voi, a Filippino, per la terra? - Io? - gridò lo Scala, fermandosi di botto, con le mani sul petto. - Diciotto mila lire, io: contanti! Son circa sei ettari di terra: tre salme giuste, con la nostra misura: sei mila lire a salma, contanti! Dio sa quel che ho penato per metterle insieme: e ora, ora mi vedo sfuggir l'affare, la terra sotto i piedi, la terra che già consideravo mia! Mentre don Mattia si sfogava cosí, Saro Trigona si toccava le dita, accigliato, per farsi i conti: - Diciotto mila... oh, dunque, si dice... - Piano, - lo interruppe lo Scala. - Diciotto mila, se la buon'anima m'avesse lasciato subito il possesso del fondo. Ma piú di sei mila già ce l'ho spese. E questo è conto che si può far subito, sul luogo. Ho i testimoni: quest'anno stesso, ho piantato due migliaja di vitigni americani, spaventosi! e poi... Saro Trigona si levò in piedi per troncare quella discussione, dichiarando: - Ma dodici mila non bastano, caro don Mattia. Gliene debbo piú di venti mila a quel boja, figuratevi! - Venti mila lire? - esclamò lo Scala, trasecolando. - E che avete mangiato, denari, voi e i vostri figliuoli? Il Trigona trasse un lunghissimo sospiro e, battendo una mano sul braccio dello Scala, disse: - E le mie disgrazie, don Mattia? Non è ancora un mese, che mi è toccato a pagar nove mila lire a un negoziante di Licata, per differenza di prezzo su una partita di zolfo. Lasciatemi stare! Furono le ultime cambiali che mi avallò il povero Filippino, Dio l'abbia in gloria! Dopo altre inutili rimostranze, convennero di recarsi quel giorno stesso, con le dodici mila lire in mano, dal Chiarenza, per tentare un accordo. VI La casa di Dima Chiarenza sorgeva su la piazza principale del paese. Era una casa antica, a due piani, annerita dal tempo, innanzi alla quale solevano fermarsi con le loro macchinette fotografiche i forestieri, inglesi e tedeschi che si recavano a veder le zolfare, destando una certa meraviglia mista di dileggio o di commiserazione negli abitanti del paese, per i quali quella casa non era altro che una cupa decrepita stamberga, che guastava l'armonia della piazza, col palazzo comunale di fronte, stuccato e lucido, che pareva di marmo, e maestoso anche, con quel loggiato a otto colonne; la Matrice di qua, il Palazzo della Banca Commerciale di là, che aveva a pianterreno uno splendido Caffè da una parte, dall'altra il Circolo di Compagnia. Il Municipio, secondo i soci di questo Circolo, avrebbe dovuto provvedere a quello sconcio, obbligando il Chiarenza a dare almeno un intonaco decente alla sua casa. Avrebbe fatto bene anche a lui, dicevano: gli si sarebbe forse schiarita un po' la faccia che, da quando era entrato in quella casa, gli era diventata dello stesso colore. - Però - soggiungevano - volendo esser giusti, gliel'aveva recata in dote la moglie, quella casa, ed egli, proferendo il sí sacramentale, s'era forse obbligato a rispettare la doppia antichità. Don Mattia Scala e Saro Trigona trovarono nella vasta anticamera quasi buja una ventina di contadini, vestiti tutti, su per giú, allo stesso modo, con un greve abito di panno turchino scuro; scarponi di cuojo grezzo imbullettati, ai piedi; in capo, una berretta nera a calza con la nappina in punta: alcuni portavano gli orecchini; tutti, essendo domenica, rasi di fresco. - Annunziami, - disse il Trigona al servo che se ne stava seduto presso la porta, innanzi a un tavolinetto, il cui piano era tutto segnato di cifre e di nomi. - Abbiano pazienza un momento, - rispose il servo, che guardava stupito lo Scala, conoscendo l'antica inimicizia di lui per il suo padrone. - C'è dentro don Tino Làbiso. - Anche lui? Disgraziato! - borbottò don Mattia, guardando i contadini in attesa, stupiti come il servo della presenza di lui in quella casa. Poco dopo, dall'espressione dei loro volti lo Scala poté facilmente argomentare chi fra essi veniva a saldare il suo debito, chi recava soltanto una parte della somma tolta in prestito e aveva già negli occhi la preghiera che avrebbe rivolta all'usurajo perché avesse pazienza per il resto fino al mese venturo; chi non portava nulla e pareva schiacciato sotto la minaccia della fame, perché il Chiarenza lo avrebbe senza misericordia spogliato di tutto e buttato in mezzo a una strada. A un tratto, l'uscio del banco s'aprí, e Tino Làbiso, col volto infocato, quasi paonazzo, con gli occhi lustri, come se avesse pianto, scappò via senza veder nessuno, tenendo in mano il suo pezzolone a dadi rossi e neri: l'emblema della sua sfortunata prudenza. Lo Scala e il Trigona entrarono nella sala del banco. Era anch'essa quasi buja, con una sola finestra ferrata, che dava su un angusto vicoletto. Di pieno giorno, il Chiarenza doveva tenere su la scrivania il lume acceso, riparato da un mantino verde. Seduto su un vecchio seggiolone di cuojo innanzi alla scrivania, il cui palchetto a casellario era pieno zeppo di carte, il Chiarenza teneva su le spalle uno scialletto, in capo una papalina, e un pajo di mezzi guanti di lana alle mani orribilmente deformate dall'artritide. Quantunque non avesse ancora quarant'anni, ne mostrava piú di cinquanta, la faccia gialla, itterica, i capelli grigi, fitti, aridi che gli si allungavano come a un malato su le tempie. Aveva, in quel momento, gli occhiali a staffa rialzati su la fronte stretta, rugosa, e guardava innanzi a sé con gli occhi torbidi, quasi spenti sotto le grosse palpebre gravi. Evidentemente, si sforzava di dominare l'interna agitazione e di apparir calmo di fronte allo Scala. La coscienza della propria infamità, non gl'ispirava ora che odio, odio cupo e duro, contro tutti e segnatamente contro il suo antico benefattore, sua prima vittima. Non sapeva ancora che cosa lo Scala volesse da lui; ma era risoluto a non concedergli nulla, per non apparire pentito d'una colpa ch'egli aveva sempre sdegnosamente negata, rappresentando lo Scala come un pazzo. Questi, che da anni e anni non lo aveva piú riveduto, neanche da lontano, rimase dapprima stupito, a mirarlo. Non lo avrebbe riconosciuto, ridotto in quello stato, se lo avesse incontrato per via. "Il castigo di Dio" pensò; e aggrottò le ciglia, comprendendo subito che, cosí ridotto, quell'uomo doveva credere d'aver già scontato il delitto e di non dovergli piú, perciò, nessuna riparazione. Dima Chiarenza, con gli occhi bassi, si pose una mano dietro le reni per tirarsi sú, pian piano, dal seggiolone di cuojo, col volto atteggiato di spasimo; ma Saro Trigona lo costrinse a rimaner seduto e, subito, col suo solito opprimente garbuglio di frasi, cominciò a esporre lo scopo della visita: egli, vendendo la campagna ereditata dal cugino al caro don Mattia lí presente, avrebbe pagato, subito, dodici mila lire, a scomputo del suo debito, al carissimo don Dima, il quale, dal canto suo, doveva obbligarsi di non muovere nessuna azione giudiziaria contro l'eredità Lo Cícero, aspettando... - Piano, piano, figliuolo, - lo interruppe a questo punto il Chiarenza, riponendosi gli occhiali sul naso. - Già l'ho mossa oggi stesso, protestando le cambiali a firma di vostro cugino, scadute da un pezzo. Le mani avanti! - E il mio denaro? - scattò allora lo Scala. - Il fondo del Lo Cícero non valeva piú di diciotto mila lire; ma ora io ce ne ho spese piú di sei mila; dunque, facendolo stimare onestamente, tu non potresti averlo per meno di ventiquattro mila. - Bene - rispose, calmissimo, il Chiarenza. - Siccome il Trigona me ne deve venticinque mila, vuol dire che io, prendendomi il podere, vengo a perdercene mille, oltre gl'interessi. - Dunque... venticinque? - esclamò allora don Mattia, rivolto al Trigona, con gli occhi sbarrati. Questi si agitò su la seggiola, come su un arnese di tortura, balbettando: - Ma... co... come? - Ecco, figlio mio: ve lo faccio vedere, - rispose senza scomporsi il Chiarenza, ponendosi di nuovo la mano dietro le reni e tirandosi su con pena. - Ci sono i registri. Parlano chiaro. - Lascia stare i registri! - gridò lo Scala, facendosi avanti. - Qua ora si tratta de' miei denari: quelli spesi da me nel podere... - E che ne so io? - fece il Chiarenza, stringendosi nelle spalle e chiudendo gli occhi. - Chi ve li ha fatti spendere? Don Mattia Scala ripeté, su le furie, al Chiarenza il suo accordo col Lo Cícero. - Male, - soggiunse, richiudendo gli occhi, il Chiarenza, per la pena che gli costava la calma che voleva dimostrare; ma quasi non tirava piú fiato. - Male. Vedo che voi, al solito, non sapete trattare gli affari. - E me lo rinfacci tu? - gridò lo Scala, - tu! - Non rinfaccio nulla; ma, santo Dio, avreste dovuto almeno sapere, prima di spendere codesti denari che voi dite, che il Lo Cícero non poteva piú vendere a nessuno il podere, perché aveva firmato a me tante cambiali per un valore che sorpassava quello del podere stesso. - E cosí, - riprese lo Scala - tu ti approfitterai anche del mio denaro? - Non mi approfitto di nulla, io, - rispose, pronto, il Chiarenza. - Mi pare di avervi dimostrato che, anche secondo la stima che voi fate della terra, io vengo a perderci piú di mille lire. Saro Trigona cercò d'interporsi, facendo balenare al Chiarenza le dodici mila lire contanti che don Mattia aveva nel portafogli. - Il denaro è denaro! - E vola! - aggiunse subito il Chiarenza. - Il meglio impiego del denaro oggi è su terre, sappiatelo, caro mio. Le cambiali, armi da guerra, a doppio taglio: la rendita sale e scende; la terra, invece, è là, che non si muove. Don Mattia ne convenne e, cangiando tono e maniera, parlò al Chiarenza del suo lungo amore per quella campagna contigua, soggiungendo che non avrebbe saputo acconciarsi mai a vedersela tolta, dopo tanti stenti durati per essa. Si contentasse, dunque, il Chiarenza, per il momento, del denaro ch'egli aveva con sé; avrebbe avuto il resto, fino all'ultimo centesimo, da lui, non piú dal Trigona, tenendo anche ferma la stima di ventiquattro mila lire, come se quelle sei mila lui non ce le avesse spese, e anche fino al saldo delle venticinque mila, se voleva, cioè dell'intero debito del Trigona. - Che posso dirti di piú? Dima Chiarenza ascoltò, con gli occhi chiusi, impassibile, il discorso appassionato dello Scala. Poi gli disse, assumendo anche lui un altro tono, piú funebre e piú grave: - Sentite, don Mattia. Vedo che vi sta molto a cuore quella terra, e volentieri ve la lascerei, per farvi piacere, se non mi trovassi in queste condizioni di salute. Vedete come sto? I medici mi hanno consigliato riposo e aria di campagna... - Ah! - esclamò lo Scala fremente. - Te ne verresti là, dunque, accanto a me? - Per altro, - riprese il Chiarenza - voi ora non mi dareste neanche la metà di quanto io debbo avere. Chi sa dunque fino a quando dovrei aspettare per esser pagato; mentre ora, con un lieve sacrificio, prendendomi quella terra, posso riavere subito il mio e provvedere alla mia salute. Voglio lasciar tutto in regola, io, ai miei eredi. - Non dir cosí! - proruppe lo Scala, indignato e furente. - Tu pensi agli eredi? Non hai figli, tu! Pensi ai nipoti? Giusto ora? Non ci hai mai pensato. Di' franco: Voglio nuocerti, come t'ho sempre nociuto! Ah non t'è bastato d'avermi distrutta la casa, d'avermi quasi uccisa la moglie e messo in fuga per disperazione l'unico figlio, non t'è bastato d'avermi ridotto là, misero, in ricompensa del bene ricevuto; anche la terra ora vuoi levarmi, la terra dove io ho buttato il sangue mio? Ma perché, perché cosí feroce contro di me? Che t'ho fatto io? Non ho nemmeno fiatato dopo il tuo tradimento da Giuda: avevo da pensare alla moglie che mi moriva per causa tua, al figlio scomparso per causa tua: prove, prove materiali del furto non ne avevo, per mandarti in galera; e dunque, zitto; me ne sono andato là, in quei tre palmi di terra; mentre qua tutto il paese, a una voce, t'accusava, ti gridava: Ladro! Giuda! Non io, non io! Ma Dio c'è, sai? e t'ha punito: guarda le tue mani ladre come sono ridotte... Te le nascondi? Sei morto! sei morto! e ti ostini ancora a farmi del male? Oh ma, sai? questa volta, no: tu non ci arrivi! Io t'ho detto i sacrificii che sarei disposto a fare per quella terra. Alle corte, dunque, rispondi: - Vuoi lasciarmela? - No! - gridò, pronto, rabbiosamente, il Chiarenza, torvo, stravolto. - E allora, né io né tu! E lo Scala s'avviò per uscire. - Che farete? - domandò il Chiarenza, rimanendo seduto e aprendo le labbra a un ghigno squallido. Lo Scala si voltò, alzò la mano a un violento gesto di minaccia e rispose, guardandolo fieramente negli occhi: - Ti brucio! VII Uscito dalla casa del Chiarenza e sbarazzatosi con una furiosa scrollata di spalle del Trigona che voleva dimostrargli, tutto dolente, la sua buona intenzione, don Mattia Scala si recò prima in casa d'un suo amico avvocato per esporgli il caso di cui era vittima e domandargli se, potendo agire giudiziariamente per il riconoscimento del suo credito, sarebbe riuscito a impedire al Chiarenza di pigliar possesso del podere. L'avvocato non comprese nulla in principio, sopraffatto dalla concitazione con cui lo Scala aveva parlato. Si provò a calmarlo, ma invano. - Insomma, prove, documenti, ne avete? - Non ho un corno! - E allora andate a farvi benedire! Che volete da me? - Aspettate, - gli disse don Mattia, prima d'andarsene. - Sapreste, per caso, indicarmi dove sta di casa l'ingegnere Scelzi, della Società delle Zolfare di Comitini? L'avvocato gl'indicò la via e il numero della casa, e don Mattia Scala, ormai deciso, vi andò difilato. Lo Scelzi era uno di quegli ingegneri che, passando ogni mattina per la via mulattiera innanzi al cancello della villa per recarsi alle zolfare della vallata, lo avevano con maggior insistenza sollecitato per la cessione del sottosuolo. Quante volte lo Scala, per chiasso, non lo aveva minacciato di chiamare i cani per farlo scappare! Quantunque di domenica lo Scelzi non ricevesse per affari, si affrettò a lasciar passare nello studio l'insolito visitatore. - Voi, don Mattia? Qual buon vento? Lo Scala con le enormi sopracciglia aggrottate si piantò di fronte al giovine ingegnere sorridente, lo guardò negli occhi, e rispose: - Sono pronto. - Ah! benissimo! Cedete? - Non cedo. Voglio contrattare. Sentiamo i patti. - E non li sapete? - esclamò lo Scelzi. - Ve li ho ripetuti tante volte... - Avete bisogno di far altri rilievi lassú? - domandò don Mattia, cupo, impetuoso. - Eh no! Guardate... - rispose l'ingegnere indicando la grande carta geologica appesa alla parete, ov'era tracciato per cura del R. Corpo delle Miniere tutto il campo minerale della regione. Fissò col dito un punto nella carta e aggiunse: - È qui: non c'è bisogno d'altro... - E allora possiamo contrattare subito? - Subito?... Domani. Domattina stesso io ne parlerò al Consiglio d'Amministrazione. Intanto, se volete, qua, ora, possiamo stendere insieme la proposta, che sarà senza dubbio accettata, se voi non ponete avanti altri patti. - Ho bisogno di legarmi subito! - scattò lo Scala. - Tutto, tutto distrutto, è vero?... sarà tutto distrutto lassú? Lo Scelzi lo guardò meravigliato: conosceva da un pezzo l'indole strana, impulsiva, dello Scala; ma non ricordava d'averlo mai veduto cosí. - Ma i danni del fumo, - disse saranno previsti nel contratto e compensati... - Lo so! Non me n'importa! - soggiunse lo Scala. - Le campagne, dico, le campagne, tutte distrutte... è vero? - Eh... - fece lo Scelzi, stringendosi nelle spalle. - Questo, questo cerco! questo voglio! - esclamò allora don Mattia, battendo un pugno sulla scrivania. - Qua, ingegnere: scrivete, scrivete! Né io né lui! Lo brucio... Scrivete. Non vi curate di quello che dico. Lo Scelzi sedette innanzi alla scrivania e si mise a scrivere la proposta, esponendo prima, man mano, i patti vantaggiosi, tante volte già respinti sdegnosamente dallo Scala, che ora, invece, cupo, accigliato, annuiva col capo, a ognuno. Stesa finalmente la proposta, l'ingegnere Scelzi non seppe resistere al desiderio di conoscere il perché di quella risoluzione improvvisa, inattesa. - Mal'annata? - Ma che mal'annata! Quella che verrà, - gli rispose lo Scala - quando avrete aperto la zolfara! Sospettò allora lo Scelzi che don Mattia Scala avesse ricevuto tristi notizie del figliuolo scomparso: sapeva che, alcuni mesi addietro, egli aveva rivolto una supplica a Roma perché, per mezzo degli agenti consolari, fossero fatte ricerche dovunque. Ma non volle toccar quel tasto doloroso. Lo Scala, prima d'andarsene, raccomandò di nuovo allo Scelzi di sbrigar la faccenda con la massima sollecitudine. - A tamburo battente, e legatemi bene! Ma dovettero passar due giorni per la deliberazione del Consiglio della Società delle zolfare, per la scrittura dell'atto presso il notajo, per la registrazione dell'atto stesso: due giorni tremendi per don Mattia Scala. Non mangiò, non dormí, fu come in un continuo delirio, andando di qua e di là dietro allo Scelzi, a cui ripeteva di continuo: - Legatemi bene! Legatemi bene! - Non dubiti, - gli rispondeva sorridendo l'ingegnere. - Adesso non ci scappa piú! Firmato alla fine e registrato il contratto di cessione, don Mattia Scala uscí come un pazzo dallo studio notarile; corse al fondaco, all'uscita del paese, dove, nel venire, tre giorni addietro, aveva lasciato la giumenta; cavalcò e via. Il sole era al tramonto. Per lo stradone polveroso don Mattia s'imbatté in una lunga fila di carri carichi di zolfo, i quali dalle lontane zolfare della vallata, di là dalla collina che ancora non si scorgeva, si recavano, lenti e pesanti, alla stazione ferroviaria sotto il paese. Dall'alto della giumenta, lo Scala lanciò uno sguardo d'odio a tutto quello zolfo che cigolava e scricchiolava continuamente agli urti, ai sobbalzi dei carri senza molle. Lo stradone era fiancheggiato da due interminabili siepi di fichidindia, le cui pale, per il continuo transito di quei carri, eran tutte impolverate di zolfo. Alla loro vista, la nausea di don Mattia si accrebbe. Non si vedeva che zolfo, da per tutto, in quel paese! Lo zolfo era anche nell'aria che si respirava, e tagliava il respiro, e bruciava gli occhi. Finalmente, a una svolta dello stradone, apparve la collina tutta verde. Il sole la investiva con gli ultimi raggi. Lo Scala vi fissò gli occhi e strinse nel pugno le briglie fino a farsi male. Gli parve che il sole salutasse per l'ultima volta il verde della collina. Forse egli, dall'alto di quello stradone, non avrebbe mai piú riveduto la collina, come ora la vedeva. Fra vent'anni, quelli che sarebbero venuti dopo di lui, da quel punto dello stradone, avrebbero veduto là un colle calvo, arsiccio, livido, sforacchiato dalle zolfare. "E dove sarò io, allora?" pensò, provando un senso di vuoto, che subito lo richiamò al pensiero del figlio lontano, sperduto, randagio per il mondo, se pure era ancor vivo. Un impeto di commozione lo vinse, e gli occhi gli s'empirono di lagrime. Per lui, per lui egli aveva trovato la forza di rialzarsi dalla miseria in cui lo aveva gettato il Chiarenza, quel ladro infame che ora gli toglieva la campagna. - No, no! - ruggí, tra i denti, al pensiero del Chiarenza. - Né io né lui! E spronò la giumenta, come per volare là a distruggere d'un colpo la campagna che non poteva piú esser sua. Era già sera, quando pervenne ai piedi della collina. Dové girarla per un tratto, prima d'imboccar la via mulattiera. Ma era sorta la luna, e pareva che a mano a mano raggiornasse. I grilli, tutt'intorno, salutavano freneticamente quell'alba lunare. Attraversando le campagne, lo Scala si sentí pungere da un acuto rimorso, pensando ai proprietarii di quelle terre, tutti suoi amici, i quali in quel momento non sospettavano certo il tradimento ch'egli aveva fatto loro. Ah, tutte quelle campagne sarebbero scomparse tra breve: neppure un filo d'erba sarebbe piú cresciuto lassú; e lui, lui sarebbe stato il devastatore della verde collina! Si riportò col pensiero al balcone della sua prossima cascina, rivide il limite della sua angusta terra, pensò che gli occhi suoi ora avrebbero dovuto arrestarsi là, senza piú scavalcare quel muro di cinta e spaziar lo sguardo nella terra accanto: e si sentí come in prigione, quasi piú senz'aria, senza piú libertà in quel campicello suo, col suo nemico che sarebbe venuto ad abitare là. No! No! - Distruzione! distruzione! Né io né lui! Brucino! E guardò attorno gli alberi, con la gola stretta d'angoscia: quegli olivi centenarii, dal grigio poderoso tronco stravolto, immobili, come assorti in un sogno misterioso nel chiarore lunare. Immaginò come tutte quelle foglie, ora vive, si sarebbero aggricciate ai primi fiati agri della zolfara, aperta lí come una bocca d'inferno; poi sarebbero cadute; poi gli alberi nudi si sarebbero anneriti, poi sarebbero morti, attossicati dal fumo dei forni. L'accetta, lí, allora. Legna da ardere, tutti quegli alberi... Una brezza lieve si levò, salendo la luna. E allora le foglie di tutti quegli alberi, come se avessero sentito la loro condanna di morte, si scossero quasi in un brivido lungo, che si ripercosse su la schiena di don Mattia Scala, curvo su la giumenta bianca. Fine della novella: IL "FUMO" Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]