FORMALITÀ (seconda parte), dalla prima raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le registrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. FORMALITÀ (seconda parte) III Indossava un vestito azzurro cupo, che pareva dipinto su la flessibile e formosa persona, alla cui bellezza bionda dava un meraviglioso risalto. Portava in capo un ricco e pur semplice cappello scuro; si abbottonava ancora i guanti. - Volevo domandarti, - disse, - se non ti occorreva la carrozza, perchè il bajo oggi non si può attaccare alla mia. Gabriele la guardò, come se ella venisse, cosí elegante e leggera, da un mondo fittizio, vaporoso, di sogno, dove si parlasse un linguaggio ormai per lui del tutto incomprensibile. - Come? - disse. - Perché? - Mah, pare che l'abbiano inchiodato, poverino. Zoppica da un piede. - Chi? - Il bajo, non senti? - Ah, - fece Gabriele, riscotendosi. - Che disgrazia, perbacco! - Non pretendo che te ne affligga, - disse Flavia, risentita. - Ti ho domandato la carrozza. Andrò a piedi. E s'avviò per uscire. - Puoi prenderla; non mi serve, - s'affrettò allora a soggiungere Gabriele. - Esci sola? - Con Carluccio, Aldo e la Titti sono in castigo. - Poveri piccini! - sospirò Gabriele, quasi senza volerlo. Parve a Flavia che questa commiserazione fosse un rimprovero per lei, e pregò il marito di lasciarla fare. - Ma sí, sí, se hanno fatto male, - diss'egli allora. - Pensavo che, senza aver fatto nulla, si sentiranno forse, tra qualche mese, cader sul capo un ben piú grosso castigo. Flavia si voltò a guardarlo. - Sarebbe? - Nulla, cara. Una cosa lievissima, come il velo o una piuma di codesto cappello. La rovina, per esempio, della nostra casa. Ti basta? - La rovina? - La miseria, sí. E peggio forse, per me. - Che dici? - Ma sí, fors'anche... Ti fo stupire? Flavia s'appressò, turbata, con gli occhi fissi sul marito, come in dubbio ch'egli non dicesse sul serio. Gabriele, con un sorriso nervoso su le labbra, rispose piano, con calma, alle trepide domande di lei, come se non si trattasse della propria rovina; poi nel veder la moglie sconvolta: - Eh, mia cara! - esclamò. - Se ti fossi curata un tantino di me, se avessi, in tanti anni, cercato d'intendere che piacere mi procurava questo mio grazioso lavoro, non proveresti ora tanto stupore. Non tutti i sacrifizi sono possibili. E quando un pover'uomo è costretto a farne uno superiore alle proprie forze... - Costretto? Chi t'ha costretto? - disse Flavia, interrompendolo, poiché egli con la voce aveva pigiato su quella parola. Gabriele guardò la moglie, come frastornato dall'interruzione e dall'atteggiamento di sfida, ch'ella, dominando ora l'interna agitazione, assumeva di fronte a lui. Sentí come un rigurgito di bile salirgli alla gola e inaridirgli la bocca. Riaprendo tuttavia le labbra al sorriso nervoso di prima, ora piú squallido, domandò: - Spontaneamente, allora? - Io, no! - soggiunse con forza Flavia, guardandolo negli occhi. - Se per me, avresti potuto risparmiartelo, codesto sacrifizio. La miseria piú squallida io l'avrei mille volte preferita... - Sta' zitta! - gridò egli infastidito. - Non lo dire, finché non sai che cosa sia! - La miseria? Ma che n'ho avuto io, della vita? - Ah, tu? E io? Rimasero un pezzo accesi e vibranti, l'uno di fronte all'altra, quasi sgomenti del loro odio intimo reciproco, covato per tanti anni nascostamente e scoppiato ora, all'improvviso, senza la loro volontà. - Perché dunque ti lagni di me? - riprese Flavia con impeto. - Se io di te non mi sono mai curata, e tu quando di me? Mi rinfacci ora il tuo sacrificio, come se non fossi stata sacrificata anch'io, e condannata qua a rappresentare per te la rinunzia alla vita che tu sognavi! E per me doveva esser questa, la vita? Non dovevo sognar altro, io? Tu, nessun dovere d'amarmi. La catena che t'imprigionava qua, a un lavoro forzato. Si può amar la catena? E io dovevo esser contenta, è vero? che tu lavorassi, e non pretendere altro da te. Non ho mai parlato. Ma tu mi provochi, ora. Gabriele s'era nascosto il volto con le mani, mormorando di tratto in tratto: - Anche questo!... anche questo!... - Alla fine proruppe: - E anche i miei figli, è vero? verranno qua, adesso, a buttarmi in faccia, come uno straccio inutile, il mio sacrifizio? - Tu falsi le mie parole, - rispose ella, scrollando una spalla. - Ma no! - seguitò Gabriele con foga mordace. - Non merito altro ringraziamento. Chiamali! Chiamali! Io li ho rovinati; e me lo rinfacceranno con ragione! - No! - s'affrettò a dir Flavia, intenerendosi per i figliuoli. - Poveri piccini, non ti rinfacceranno la miseria... no! Strizzò gli occhi, s'afferrò le mani e le scosse in aria. - Come faranno? - esclamò. - Cresciuti cosí... - Come? - scattò egli. - Senza guida, è vero? Anche questo mi butteranno in faccia? Va', va' ad imbeccarli! Anche i rimproveri di Lucio Sarti, per giunta? - Che c'entra Lucio Sarti? - fece Flavia, stordita da quell'improvvisa domanda. - Ripeti le sue parole, - incalzò Gabriele, pallidissimo, sconvolto. - Non ti resta che da metterti sul naso le sue lenti da miope. Flavia trasse un lungo sospiro e, socchiudendo gli occhi con calmo disprezzo, disse: - Chiunque sia per poco entrato nell'intimità della nostra casa, ha potuto accorgersi... - No, lui! - la interruppe Gabriele, con maggior violenza. - Lui soltanto! lui che è cresciuto come un aguzzino di se stesso, perché suo padre... S'arrestò, pentito di ciò che stava per dire, e riprese: - Non gliene fo carico; ma dico che lui aveva ragione di vivere com'ha vissuto, vigilando, pauroso, rigido, ogni suo minimo atto: doveva sollevarsi, sotto gli occhi della gente, dalla miseria, dall'ignominia, in cui lo avevano gettato i suoi genitori. Ma i miei figliuoli, perché? Perché avrei dovuto essere un tiranno, io, per i miei figliuoli? - Chi dice tiranno? - si provò a osservare Flavia. - Ma liberi, liberi! - proruppe egli. - Io volevo che crescessero liberi i miei figliuoli, poiché io ero stato dannato qua da mio padre, a questo supplizio! E come un premio mi ripromettevo, unico premio! di godere della loro libertà, almeno, procacciata a costo del mio sacrifizio, della mia esistenza spezzata... inutilmente, ora, inutilmente spezzata... A questo punto, come se l'orgasmo a mano a mano cresciuto gli si fosse a un tratto spezzato dentro, egli scoppiò in irrefrenabili singhiozzi; poi, in mezzo a quel pianto strano, convulso, quasi rabbioso, alzò le braccia tremanti, soffocato, e s'abbandonò, privo di sensi. Flavia, smarrita, atterrita, chiamò ajuto. Accorsero dalle stanze del banco il Bertone e un altro scritturale. Gabriele fu sollevato e adagiato sul canapè, mentre Flavia, vedendogli il volto soffuso d'un pallore cadaverico e bagnato del sudore della morte, smaniava, disperata: - Che ha? che ha? Dio, ma guardi... Ajuto!... Ah, per causa mia!... Lo scritturale corse a chiamare il dottor Sarti, che abitava lí vicino. - Per causa mia!... per causa mia!... - ripeteva Flavia. - No, signora, - le disse il Bertone, tenendo amorosamente un braccio sotto il capo di Gabriele. - Da stamattina... Ma già, da un pezzo, qua... Povero figliuolo... Se lei sapesse! - So! so! - E che vuole, dunque? Per forza! Intanto urgeva, urgeva un rimedio. Che fare? Bagnargli le tempie? Sí... ma meglio forse un po' d'etere. Flavia sonò il campanello; accorse un cameriere: - L'etere! la boccetta dell'etere: su, presto! - Che colpo... che colpo, povero figliuolo! - si rammaricava piano il Bertone, contemplando tra le lagrime il volto del padrone. - La rovina... proprio? - gli domandò Flavia, con un brivido. - Se m'avesse dato ascolto!... - sospirò il vecchio commesso. - Ma egli, poverino, non era nato per stare qui... Ritornò di corsa il cameriere, con la boccetta dell'etere. - Nel fazzoletto? - No: meglio nella stessa boccetta! Qua... qua... - suggerí il Bertone. - Vi metta il dito sú... cosí, che possa aspirare pian piano... Sopravvenne poco dopo, ansante, Lucio Sarti, seguito dallo scritturale. Alto, dall'aspetto rigido, che toglieva ogni grazia alla fine bellezza dei lineamenti quasi femminili, il Sarti portava, molto aderenti a gli occhi acuti, un pajo di piccole lenti. Quasi senza notare la presenza di Flavia, egli scostò tutti, e si chinò a osservare Gabriele; poi, rivolto a Flavia che affollava di domande e d'esclamazioni la sua ansia angosciosa, disse con durezza: - Non fate cosí, vi prego. Lasciatemi ascoltare. Scoprí il petto del giacente, e vi poggiò l'orecchio, dalla parte del cuore. Ascoltò un pezzo; poi si sollevò, turbato, e si tastò in petto, come per cercare nelle tasche interne qualcosa. - Ebbene? - chiese ancora Flavia. Egli trasse lo stetoscopio, e domandò: - C'è caffeina, in casa? - No... io non so, - s'affrettò a rispondere Flavia. - Ho mandato a prender l'etere... - Non giova. S'appressò alla scrivania, scrisse una ricetta, la porse allo scritturale. - Ecco. Presto. Subito dopo, anche il Bertone fu spedito di corsa alla farmacia per una siringhetta da iniezioni, che il Sarti non aveva con sé. - Dottore... - supplicò Flavia. Ma il Sarti, senza darle retta, s'appressò di nuovo al canapè. Prima di chinarsi a riascoltare il giacente, disse, senza voltarsi: - Fate disporre per portarlo sú. - Va', va'! - ordinò Flavia al cameriere: poi, appena uscito questi, afferrò per un braccio il Sarti e gli domandò, guardandolo negli occhi: - Che ha? È grave? Voglio saperlo! - Non lo so bene ancora neanche io, - rispose il Sarti con calma forzata. Poggiò lo stetoscopio sul petto del giacente e vi piegò l'orecchio per ascoltare. Ve lo tenne a lungo, a lungo, serrando di tratto in tratto gli occhi, contraendo il volto, come per impedirsi di precisare i pensieri, i sentimenti che lo agitavano, durante quell'esame. La sua coscienza turbata, sconvolta da ciò che percepiva nel cuore dell'amico, era in quel punto incapace di riflettere in sé quei pensieri e quei sentimenti, né egli voleva che vi si riflettessero, come se ne avesse paura. Quale un febbricitante che, abbandonato al bujo, in una camera, senta d'improvviso il vento sforzar le imposte della finestra, rompendone con fracasso orribile i vetri, e si trovi d'un tratto smarrito, vaneggiante, fuor del letto, contro i lampi e la furia tempestosa della notte, e pur tenti con le deboli braccia di richiudere le imposte; egli cercava d'opporsi affinché il pensiero veemente dell'avvenire, la luce sinistra d'una tremenda speranza non irrompessero in lui, in quel momento: quella stessa speranza, di cui tanti e tanti anni addietro, liberatosi dall'incubo orrendo della madre, lusingato dall'incoscienza giovanile, s'era fatta come una meta luminosa, alla quale gli era parso d'aver qualche diritto d'aspirare per tutto quello che gli era toccato soffrire senza sua colpa. Allora, ignorava che Flavia Orsani, la cugina del suo amico e benefattore, fosse ricca, e che il padre di lei, morendo, avesse affidato al fratello le sostanze della figliuola: la credeva un'orfana accolta per carità in casa dello zio. E dunque, forte della testimonianza di ogni atto della sua vita, intesa tutta a cancellare il marchio d'infamia che il padre e la madre gli avevano inciso su la fronte; quando sarebbe ritornato in paese, con la laurea di medico, e si sarebbe formata un'onesta posizione, non avrebbe potuto chiedere agli Orsani, in prova dell'affetto che gli avevano sempre dimostrato, la mano di quell'orfana, di cui già si lusingava di goder la simpatia? Ma Flavia, poco dopo il ritorno di lui dagli studii, era diventata moglie di Gabriele, a cui egli, è vero, non aveva mai dato alcun motivo di sospettare il suo amore per la cugina. Sí; ma gliel'aveva pur tolta; e senza fare la propria felicità, né quella di lei. Ah, non per lui soltanto quelle nozze, ma per se stesse erano state un delitto; datava da allora la sciagura di tutti e tre. Per tanti anni, come se nulla fosse stato, egli aveva assistito in qualità di medico, in ogni occasione, la nuova famigliuola dell'amico, celando sotto una rigida maschera impassibile lo strazio che la triste intimità di quella casa senza amore gli cagionava, la vista di quella donna abbandonata a se stessa, che pur dagli occhi lasciava intendere quale tesoro d'affetti serbasse in cuore, non richiesti e neppur forse sospettati dal marito; la vista di quei bambini che crescevano senza guida paterna. E si era negato perfino di scrutar negli occhi di Flavia o d'avere da qualche parola di lei un cenno fuggevole, una prova anche lieve che ella, da fanciulla, si fosse accorta dell'affetto che gli aveva ispirato. Ma questa prova, non cercata, non voluta, gli s'era offerta da sé in una di quelle occasioni, in cui la natura umana spezza e scuote ogni imposizione, infrange ogni freno sociale e si scopre qual è, come un vulcano che per tanti inverni si sia lasciato cader neve e neve e neve addosso, a un tratto rigetta quel gelido mantello e scopre al sole le fiere viscere infocate. E l'occasione era stata appunto la malattia del bambino. Tutto immerso negli affari, Gabriele non aveva neppur sospettato la gravità del male e aveva lasciato sola la moglie a trepidare per la vita dei figliuolo; e Flavia in un momento di suprema angoscia, quasi delirante, aveva parlato, s'era sfogata con lui, gli aveva lasciato intravedere che ella aveva tutto compreso, sempre, sempre, fin dal primo momento. E ora? - Ditemi, per carità, dottore! - insistette Flavia, esasperata, nel vederlo cosí sconvolto e taciturno. - È grave assai? - Sí, - rispose egli, cupo, bruscamente. - Il cuore? Che male? Cosí all'improvviso? Ditemelo! - Vi giova saperlo? Termini di scienza: che c'intendereste? Ma ella volle sapere. - Irreparabile? - chiese poi. Egli si tolse le lenti, strizzò gli occhi, poi esclamò: - Ah, non cosí, non cosí, credetemi! Vorrei potergli dare la mia vita. Flavia diventò pallidissima; guardò il marito, e disse piú col cenno che con la voce: - Tacete. - Voglio che lo sappiate, - aggiunse egli. - Ma già m'intendete, non è vero? Tutto, tutto quello che mi sarà possibile... Senza pensare a me, a voi... - Tacete, - ripeté ella, come inorridita. Ma egli seguitò: - Abbiate fiducia in me. Non abbiamo nulla da rimproverarci. Del male ch'egli mi fece, non ha sospetto, e non ne avrà. Avrà tutte le cure che potrà prestargli l'amico piú devoto. Flavia, ansante, vibrante, non staccava gli occhi dal marito. - Si riscuote! - esclamò a un tratto. Il Sarti si volse a guardare. - No... - Sí, s'è mosso, - aggiunse ella piano. Rimasero un pezzo sospesi, a spiare. Poi egli si accostò al canapè, si chinò sul giacente, gli prese il polso e chiamò: - Gabriele... Gabriele... IV Pallido, ancora un po' affannato per tutti i respiri che s'era affrettato a trarre appena rinvenuto, Gabriele pregò la moglie di andarsene. - Non mi sento piú nulla. Prendi, prendi la carrozza e vai pure a passeggio, - disse, per rassicurarla. - Voglio parlare con Lucio. Va'. Flavia, per non dargli sospetto della gravità del male, finse d'accettar l'invito; gli raccomandò tuttavia di non agitarsi troppo, salutò il dottore e rientrò in casa. Gabriele rimase un pezzo assorto, guardando la bussola per cui ella era uscita; poi si recò una mano al petto, sul cuore, e seguitando a tener fissi gli occhi, mormorò: - Qua, è vero? Tu mi hai ascoltato... Io... Che cosa buffa! Mi pareva che quel signor... come si chiama?... Lapo, sí: quell'ometto dall'occhio di vetro, mi tenesse legato, qua; e non potevo svincolarmi; tu ridevi e dicevi: Insufficienza... è vero?... insufficienza delle valvole aortiche... Lucio Sarti, nel sentir proferire quelle parole da lui dette a Flavia, allibí. Gabriele si scosse, si voltò a guardarlo e sorrise: - T'ho sentito, sai? - Che... che hai sentito? - balbettò il Sarti, con un sorriso squallido su le labbra, dominandosi a stento. - Quello che hai detto a mia moglie, - rispose, calmo, Gabriele, fissando di nuovo gli occhi, senza sguardo. - Vedevo... mi pareva di vedere, come se avessi gli occhi aperti... sí! Dimmi, ti prego, - aggiunse, riscotendosi, - senza ambagi, senza pietose bugie: quanto posso vivere ancora? Quanto meno, tanto meglio. Il Sarti lo spiava, oppresso di stupore e di sgomento, turbato specialmente da quella calma. Ribellandosi con uno sforzo supremo all'angoscia che lo istupidiva, scattò. - Ma che ti salta in mente? - Un'ispirazione! - esclamò Gabriele, con un lampo negli occhi. - Ah, perdio! E sorse in piedi. Si recò ad aprir l'uscio che dava nella stanza del banco e chiamò il Bertone. - Senti, Carlo: se tornasse quell'ometto che è venuto stamattina, fallo aspettare. Anzi manda subito a chiamarlo, o meglio: va' tu stesso! Subito, eh? Richiuse l'uscio e si voltò a guardare il Sarti, stropicciandosi le mani, allegramente: - Me l'hai mandato tu. Ah, l'acciuffo per quei capelli svolazzanti e lo pianto qua, tra me e te. Dimmi, spiegami subito come si fa. Voglio assicurarmi. Tu sei il medico della Compagnia, è vero? Lucio Sarti, angosciato dal dubbio tremendo che l'Orsani avesse inteso tutto quello ch'egli aveva detto a Flavia, rimase stordito a quella subitanea risoluzione; gli parve senza nesso, ed esclamò, sollevato per il momento da un gran peso: - Ma è una pazzia! - No, perché? - rispose, pronto, Gabriele. - Posso pagare, per quattro o cinque mesi. Non vivrò piú a lungo, lo so! - Lo sai? - fece il Sarti, forzandosi a ridere. - E chi ti ha prescritto i termini cosí infallibilmente? Va' là! va' là! Rinfrancato, pensò che fosse una gherminella per fargli dire quel che pensasse della sua salute. Ma Gabriele, assumendo un'aria grave, si mise a parlargli del suo prossimo crollo inevitabile. Il Sarti sentí gelarsi. Ora vedeva il nesso e la ragione di quella risoluzione improvvisa, e si sentí preso al laccio, a una terribile insidia, ch'egli stesso, senza saperlo, si era tesa quella mattina, inviando all'Orsani quell'ispettore della Compagnia d'Assicurazione, di cui era il medico. Come dirgli, adesso, che non poteva in coscienza prestarsi ad ajutarlo, senza fargli intendere nello stesso tempo la disperata gravità del male, che gli s'era cosí d'un colpo rivelato? - Ma tu, col tuo male, - disse, - puoi vivere ancora a lungo, a lungo, mio caro, purché t'abbi un po' di riguardo... - Riguardo? Come? - gridò Gabriele. - Son rovinato, ti dico! Ma tu ritieni che io possa vivere ancora a lungo? Bene. E allora, se è vero questo, non avrai difficoltà... - E i tuoi calcoli allora? - osservò il Sarti con un sorriso di soddisfazione, e aggiunse, quasi per il piacere di chiarire a se stesso quella felice scappatoja, che gli era balenata all'improvviso: - Se dici che per tre o quattro mesi soltanto potresti far fronte... Gabriele rimase un po' sopra pensiero. - Bada, Lucio! Non ingannarmi, non mettermi davanti questa difficoltà per avvilirmi, per non farmi commettere un'azione che tu disapprovi, è vero? e a cui non vorresti partecipare, sia pure con poca o nessuna tua responsabilità... - T'inganni! - scappò detto al Sarti. Gabriele sorrise allora amaramente. - Dunque è vero, - disse, - dunque tu sai che io sono condannato, tra poco, forse prima ancora del tempo calcolato da me. Ma già, ti ho sentito. Basta, dunque! Si tratta ora di salvare i miei figliuoli. E li salverò! Se m'ingannassi, non dubitare, saprei procurarmi a tempo la morte, di nascosto. Lucio Sarti si alzò, scrollando le spalle, e cercò con gli occhi il cappello. - Vedo che tu non ragioni, mio caro. Lascia che me ne vada. - Non ragiono? - disse Gabriele, trattenendolo per un braccio. - Vieni qua! Ti dico che si tratta di salvare i miei figliuoli! Hai capito? - Ma come vuoi salvarli? Vuoi salvarli sul serio, cosí? - Con la mia morte. - Pazzie! Ma scusa, vuoi ch'io stia qua a sentir codesti discorsi? - Sí - disse con violenza Gabriele, senza lasciargli il braccio. - Perché tu devi ajutarmi. - A ucciderti? - domandò il Sarti, con tono derisorio. - No: a questo, se mai, ci penserò io... - E allora... a ingannare? a... a rubare, scusa? - Rubare? A chi rubo? Rubo per me? Si tratta d'una Società esposta per se stessa al rischio di siffatte perdite... Lasciami dire! Quel che perde con me, lo guadagnerà con cento altri. Ma chiamalo pur furto... Lascia fare! Ne renderò conto a Dio. Tu non c'entri. - T'inganni! - ripeté con piú forza il Sarti. - Viene forse a te quel danaro? - gli domandò allora Gabriele, figgendogli gli occhi negli occhi. - L'avrà mia moglie e quei tre poveri innocenti. Quale sarebbe la tua responsabilità? D'un tratto, sotto lo sguardo acuto dell'Orsani, Lucio Sarti comprese tutto: comprese che Gabriele aveva bene udito e che si frenava ancora perché voleva prima raggiungere il suo scopo: porre cioè un ostacolo insormontabile fra lui e la moglie, facendolo suo complice in quella frode. Egli, infatti, medico della Compagnia, dichiarando ora sano Gabriele, non avrebbe poi potuto far piú sua Flavia, vedova, a cui sarebbe venuto il premio dell'assicurazione, frutto del suo inganno. La Società avrebbe agito, senza dubbio, contro di lui. Ma perché tanto e cosí feroce odio fin oltre la morte? Se egli aveva udito, doveva pur sapere che nulla, nulla aveva da rimproverare né a lui, né alla moglie. Perché, dunque? Sostenendo lo sguardo dell'Orsani, risoluto a difendersi fino all'ultimo, gli domandò con voce mal ferma: - La mia responsabilità, tu dici, di fronte alla Compagnia? - Aspetta! - riprese Gabriele, come abbagliato dall'efficacia stringente del suo ragionamento. - Devi pensare che io sono tuo amico da prima assai che tu diventassi il medico di codesta Compagnia. È vero? - È vero... ma... - balbettò Lucio. - Non turbarti! Non voglio rinfacciarti nulla; ma solo farti osservare che tu, in questo momento, in queste condizioni, pensi, non a me, come dovresti, ma alla Compagnia... - Al mio inganno! - replicò il Sarti, fosco. - Tanti medici s'ingannano! - ribatté subito Gabriele. - Chi te ne può accusare? Chi può dire che in questo momento io non sia sano? Vendo salute! Morrò di qui a cinque o sei mesi. Il medico non può prevederlo. Tu non lo prevedi. D'altra parte, il tuo inganno, per te, per la tua coscienza, è carità d'amico. Annichilito, col capo chino, il Sarti si tolse le lenti, si stropicciò gli occhi; poi, losco, con le palpebre semichiuse, tentò con voce tremante l'estrema difesa: - Preferirei - disse, - dimostrartela altrimenti, questa che tu chiami carità d'amico. - E come? - Ricordi dove morí mio padre e perché? Gabriele lo guatò, stordito; bisbigliò tra sé: - Che c'entra? - Tu non sei al mio posto, - rispose il Sarti, risoluto, aspro, rimettendosi le lenti. - Non puoi giudicarne. Ricordati come sono cresciuto. Ti prego, lasciami agire correttamente, senza rimorsi. - Non capisco, - rispose Gabriele con freddezza, - che rimorso potrebbe essere per te l'aver beneficato i miei figliuoli... - Col danno altrui? - Io non l'ho cercato. - Sai di farlo! - So qualche altra cosa che mi sta piú a cuore e che dovrebbe stare a cuore anche a te. Non c'è altro rimedio! Per un tuo scrupolo, che non può essere anche mio ormai, vuoi che rigetti questo mezzo che mi si offre spontaneo, quest'ancora che tu, tu stesso m'hai gettata? S'appressò all'uscio, ad origliare, facendo cenno al Sarti di non rispondere. - Ecco, è venuto! - No, no, è inutile, Gabriele! - gridò allora il Sarti, risolutamente. - Non costringermi! L'Orsani lo afferrò per un braccio: - Bada, Lucio! È l'ultima mia salvezza. - Non questa, non questa! - protestò il Sarti. - Senti, Gabriele: quest'ora sia sacra per noi. Io ti prometto che i tuoi figliuoli... Ma Gabriele non lo lasciò finire: - L'elemosina? - disse, con un ghigno. - No! - rispose Lucio, pronto. - Renderei a loro quel che m'ebbi da te! - A qual titolo? Come vorresti provvedere ai miei figliuoli? Tu? Hanno una madre! A qual titolo? Non di semplice gratitudine, è vero? Tu menti! Per altro fine ti ricusi, che non puoi confessare. Cosí dicendo, lo afferrò per le spalle e lo scosse, intimandogli di parlar piano e domandandogli fino a che punto avesse osato ingannarlo. Il Sarti tentò di svincolarsi, difendendo dall'atroce accusa sé e Flavia e rifiutandosi ancora di cedere a quella violenza. - Voglio vederti! - ruggí a un tratto fra i denti l'Orsani. D'un balzo aprí l'uscio e chiamò il Vannetti, mascherando subito l'estrema concitazione con una tumultuosa allegria: - Un premio, un premio, - gridò, investendo l'ometto cerimonioso, - un grosso premio, signor ispettore, all'amico nostro, al nostro dottore, che non è soltanto il medico della Compagnia, ma il suo piú eloquente avvocato. M'ero quasi pentito; non volevo saperne... Ebbene, lui, lui mi ha persuaso, mi ha vinto... Gli dia, gli dia subito da firmare la dichiarazione medica: ha premura, deve andar via. Poi noi stabiliremo il quanto e il come... Il Vannetti, felicissimo, tra uno scoppiettío di esclamazioni ammirative e di congratulazioni, trasse dalla cartella un modulo a stampa, e ripetendo: - Formalità... formalità... - lo porse a Gabriele. - Ecco, scrivi, - disse questi, rimettendo il modulo al Sarti, che assisteva come trasognato a quella scena e vedeva ora in quell'omiciattolo sbricio, quasi artefatto, estremamente ridicolo, la personificazione del suo sconcio destino. Fine della novella: FORMALITÀ Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]