TUTTO PER BENE (prima parte), dalla seconda raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le registrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. TUTTO PER BENE (prima parte) I La signorina Silvia Ascensi, venuta a Roma per ottenere il trasferimento dalla Scuola normale di Perugia in altra sede - qualunque e dovunque fosse, magari in Sicilia, magari in Sardegna - si rivolse per ajuto al giovane deputato del collegio, onorevole Marco Verona, che era stato discepolo devotissimo del suo povero babbo, il professor Ascensi dell'Università di Perugia, illustre fisico, morto da un anno appena, per uno sciagurato accidente di gabinetto. Era sicura che il Verona, conoscendo bene i motivi per cui ella voleva andar via dalla città natale, avrebbe fatto valere in suo favore la grande autorità che in poco tempo era riuscito ad acquistarsi in Parlamento. Il Verona, difatti, la accolse non solo cortesemente, ma con vera benevolenza. Ebbe finanche la degnazione di ricordarle le visite che, da studente, egli aveva fatto al compianto professore, perché ad alcune di queste visite, se non s'ingannava, ella era stata presente, giovinetta allora, ma non tanto piccolina, se già - ma sicuro! - se già faceva da segretaria al babbo... La signorina Ascensi, a tal ricordo, s'invermigliò tutta. Piccolina? Altro che! Aveva nientemeno che quattordici anni lei, allora... E lui, l'onorevole Verona, quanti poteva averne. Venti, ventuno al piú. Oh, ella avrebbe potuto ripetergli ancora, parola per parola, tutto ciò ch'egli era venuto a chiedere al babbo in quelle visite. Il Verona si mostrò dolentissimo di non aver seguitato gli studii, pei quali il professor Ascensi aveva saputo ispirargli in quel tempo tanto fervore; poi esortò la signorina a farsi animo, poiché ella, al ricordo della sciagura recente, non aveva saputo trattener le lagrime. Infine, per raccomandarla con maggiore efficacia, volle accompagnarla - (ma proprio scomodarsi fino a tal punto?) - sí sí, lui in persona volle accompagnarla al Ministero della Pubblica Istruzione. D'estate, però, erano tutti in vacanza, quell'anno, alla Minerva. Per il ministro e il sotto-segretario di Stato l'onorevole Verona lo sapeva; ma non credeva di non trovare in ufficio il capo-divisione, neppure il capo-sezione... Dovette contentarsi di parlare col cavalier Martino Lori, segretario di prima classe, che reggeva in quel momento lui solo l'intera divisione. Il Lori, scrupolosissimo impiegato, era molto ben visto dai superiori e dai subalterni per la squisita cordialità dei modi, per l'indole mite, che gli traspariva dallo sguardo, dal sorriso, dai gesti, e per la correttezza anche esteriore della persona linda, curata con diligenza amorosa. Egli accolse l'onorevole Verona con molti ossequii e rosso in volto per la gioja, non solo perché prevedeva che questo deputato, senza dubbio, un giorno o l'altro sarebbe stato suo capo supremo, ma perché veramente da anni era ammiratore fervido dei discorsi di lui alla Camera. Volgendosi poi a guardare la signorina e sapendo ch'era figlia del compianto e illustre professore dell'Ateneo perugino, il cavalier Lori provò un'altra gioja, non meno viva. Egli aveva poco piú di trent'anni, e la signorina Silvia Ascensi aveva un curioso modo di parlare: pareva che con gli occhi - d'uno strano color verde, quasi fosforescenti - spingesse le parole a entrar bene nell'anima di chi l'ascoltava; e s'accendeva tutta. Rivelava, parlando, un ingegno lucido e preciso, un'anima imperiosa; ma quella lucidità man mano era turbata e quella imperiosità vinta e sopraffatta da una grazia irresistibile che le affiorava in volto, vampando. Ella notava con dispetto che, a poco a poco, le sue parole, il suo ragionamento, non avevano piú efficacia, poiché chi stava ad ascoltarla era tratto piuttosto ad ammirare quella grazia e a bearsene. Allora, nel volto infocato, un po' per la stizza, un po' per l'ebbrezza, che istintivamente e suo malgrado le cagionava il trionfo della sua femminilità, ella si confondeva; il sorriso di chi la ammirava, si rifletteva, senza che lei lo volesse, anche su le sue labbra; scoteva con una rabbietta il capo, si stringeva nelle spalle e troncava il discorso, dichiarando di non saper parlare, di non sapersi esprimere. - Ma no! Perché? Mi pare anzi che si esprima benissimo! - s'affrettò a dirle il cavalier Martino Lori. E promise all'onorevole Verona che avrebbe fatto di tutto per contentar la signorina e procurarsi il piacere di rendere un servizio a lui. Due giorni dopo, Silvia Ascensi ritornò sola al Ministero. S'era accorta subito che per il cavalier Lori non aveva proprio bisogno di alcun'altra raccomandazione. E con la piú ingenua semplicità del mondo andò a dirgli che non poteva piú assolutamente lasciare Roma: aveva tanto girato in quei tre giorni, senza mai stancarsi, e tanto ammirato le ville solitarie vegliate dai cipressi, la soavità silenziosa degli orti dell'Aventino e del Celio, la solennità tragica delle rovine e di certe vie antiche, come l'Appia, e la chiara freschezza del Tevere... S'era innamorata di Roma, insomma, e voleva esservi trasferita, senz'altro. Impossibile? Perché impossibile? Sarebbe stato difficile, via! Impossibile, no. Dif-fi-ci-lis-si-mo, là! Ma volendo, via... Anche comandata in qualche classe aggiunta... Sí, sí. Doveva farle questo piacere! Sarebbe venuta tante, tante, tante volte a seccarlo, altrimenti. Non lo avrebbe lasciato piú in pace! Un comando era facile, no? Dunque... Dunque, la conclusione fu un'altra. Dopo sei o sette di quelle visite, un dopopranzo, il cavalier Martino Lori si assentò dall'ufficio, s'abbigliò come per le grandi occasioni e andò a Montecitorio a domandare dell'onorevole Verona. Si guardava i guanti, si guardava le scarpine, si tirava fuori i polsini con le punte delle dita, molto irrequieto, aspettando l'usciere che doveva introdurlo. Appena introdotto, per nascondere l'imbarazzo, prese a dir calorosamente all'onorevole Verona che la sua protetta chiedeva proprio l'impossibile, ecco! - La mia protetta? - lo interruppe l'onorevole Verona. - Quale protetta? Il Lori, riconoscendo addoloratissimo d'aver usato, senz'ombra di malizia però, una parola che poteva prestarsi veramente a una... sí, a una malevola interpretazione, s'affrettò a dire che intendeva parlare della signorina Ascensi. - Ah, la signorina Ascensi? Ma allora sí, protetta! - gli rispose l'onorevole Verona, sorridendo e accrescendo l'imbarazzo del povero cavalier Martino Lori. - Non ricordavo piú d'avergliela raccomandata e non ho indovinato in prima di chi intendesse parlarmi. Io venero la memoria dell'illustre professore, padre della signorina e mio maestro, e vorrei che anche lei, cavaliere, ne proteggesse la figliuola - proteggesse, proprio - e me la contentasse a ogni modo, perché lo merita. Ma se era venuto appunto per questo, il cavalier Martino Lori! Trasferirla a Roma, però, non poteva in nessun modo. Se era lecito, ecco, desiderava di conoscere la vera ragione per cui... per cui la signorina voleva andar via da Perugia. Mah! Non bella, pur troppo, questa ragione. Il professor Ascensi era stato tradito e abbandonato dalla moglie, tristissima donna, molto danarosa, la quale s'era messa a convivere con un altr'uomo degno di lei, da cui aveva avuto due o tre figli. L'Ascensi s'era tenuta con sé, naturalmente, l'unica figliuola, restituendo a colei tutto il suo avere. Grand'uomo, ma sprovvisto del tutto di senso pratico, il professor Ascensi aveva avuto un'esistenza tribolatissima, tra angustie e amarezze d'ogni genere. Comperava libri e libri e libri, strumenti per il suo gabinetto, e poi non sapeva spiegarsi come mai il suo stipendio non bastasse a sopperire ai bisogni d'una famiglia ormai cosí ristretta. Per non affliggere il babbo con privazioni, la signorina Ascensi s'era veduta costretta a darsi anche lei all'insegnamento. Oh, la vita di quella ragazza, fino alla morte del padre, era stata un continuo esercizio di pazienza e di virtú. Ma ella era orgogliosa, e giustamente, della fama del padre, che a fronte alta poteva contrapporre alla vergogna materna. Ora però, morto sciaguratamente il padre e rimasta senza presidio, quasi povera e sola, non sapeva piú adattarsi a vivere a Perugia, dove stava anche la madre ricca e svergognata. Ecco tutto. Martino Lori, commosso a questo racconto (commosso veramente anche prima d'ascoltarlo dalla bocca autorevole d'un deputato di grande avvenire), nel licenziarsi gli lasciò intravedere il proposito di ricompensare del suo meglio quella fanciulla, tanto del sacrifizio e delle amarezze, quanto della meravigliosa devozione filiale. E cosí la signorina Silvia Ascensi, venuta a Roma per ottenere un trasferimento, vi trovò - invece - marito. II Il matrimonio, però, almeno nei primi tre anni, fu disgraziatissimo. Tempestoso. Nel fuoco dei primi giorni Martino Lori buttò, per cosí dire, tutto se stesso; la moglie vi lasciò cadere, invece, pochino pochino di sé. Attutita la fiamma che fonde anime e corpi, la donna ch'egli credeva divenuta ormai tutta sua, come egli era divenuto tutto di lei, gli balzò innanzi molto diversa da quella che s'era immaginata. S'accorse, insomma, il Lori che ella non lo amava, che s'era lasciata sposare come in un sogno strano, da cui ora si destava aspra, cupa, irrequieta. Che aveva sognato? Di ben altro il Lori s'accorse col tempo: che ella, cioè, non solo non lo amava, ma non poteva neanche amarlo, perché le loro nature erano proprio opposte. Non era possibile tra loro nemmeno il compatimento reciproco. Che se egli, amandola, era disposto a rispettare il carattere vivacissimo, lo spirito indipendente di lei, ella, che non lo amava, non sapeva aver neppure sofferenza dell'indole e delle opinioni di lui. - Che opinioni! - gli gridava, scrollandosi sdegnosamente. - Tu non puoi avere opinioni, caro mio! Sei senza nervi... Che c'entravano i nervi con le opinioni? Il povero Lori restava a bocca aperta. Ella lo stimava duro e freddo perché taceva, è vero? Ma egli taceva per cansar liti! taceva perché s'era chiuso nel cordoglio, rassegnato già al crollo del suo bel sogno, d'avere cioè una compagna affettuosa e premurosa, una casetta linda, sorrisa dalla pace e dall'amore. Rimaneva stupito Martino Lori del concetto che sua moglie s'andava man mano formando di lui, delle interpretazioni che dava dei suoi atti, delle sue parole. Certi giorni quasi quasi dubitava fra sé ch'egli non fosse quale si riteneva, quale si era sempre ritenuto, e che avesse, senz'accorgersene, tutti quei difetti, tutti quei vizii che ella gli rinfacciava. Aveva avuto sempre vie piane innanzi a sé; non si era mai addentrato negli oscuri e profondi meandri della vita, e forse perciò non sapeva diffidare né di se stesso né d'alcuno. La moglie, all'incontro, aveva assistito fin dall'infanzia a scene orribili e imparato, purtroppo, che tutto può esser tristo, che nulla vi è di sacro al mondo, se finanche la madre, la madre, Dio mio... - Ah, sí: povera Silvia, meritava scusa, compatimento, anche se vedeva il male dove non era e si dimostrava perciò ingiusta verso di lui. Ma piú egli, con la mite bontà, cercava d'accostarsi a lei, per ispirarle una maggior fiducia nella vita, per persuaderla a piú equi giudizii, e piú ella s'inaspriva e si rivoltava. Ma se non amore, buon Dio, almeno un po' di gratitudine per lui che, alla fin fine, le aveva ridato una casa, una famiglia, togliendola a una vita randagia e insidiosa! No; neppure gratitudine. Era superba, sicura di sé, di potere e di saper bastare a se stessa col proprio lavoro. E sei o sette volte, in quei primi tre anni, lo minacciò di riprendere l'insegnamento e di separarsi da lui. Un giorno, alla fine, pose anche ad effetto la minaccia. Ritornando quel giorno dall'ufficio, il Lori non trovò in casa la moglie. La mattina, aveva avuto con lei un nuovo e piú aspro litigio per un lieve rimprovero che aveva osato di muoverle. Ma già da un mese circa si addensava la tempesta ch'era scoppiata quella mattina. Ella era stata stranissima tutto quel mese; di fosche maniere; e aveva finanche mostrato un'acerba ripugnanza per lui. Senza ragione, al solito! Ora, nella lettera lasciata in casa, ella gli annunziava il proposito irremovibile di romperla per sempre e che avrebbe fatto di tutto per riottenere il posto di maestra; e in fine, perché egli non desse in vane smanie e non facesse chiassose ricerche, gl'indicava l'albergo ove provvisoriamente aveva preso alloggio: ma che non andasse a trovarla, perché sarebbe stato inutile. Il Lori rimase a lungo a riflettere con quella lettera in mano, perplesso. Aveva troppo sofferto, e ingiustamente. Il liberarsi però di quella donna sarebbe stato, sí, forse, un sollievo; ma anche un indicibile dolore. Egli la amava. E dunque, un sollievo momentaneo, e poi una gran pena e un gran vuoto per tutta la vita. Sapeva, sentiva bene che non avrebbe potuto piú amare alcun'altra donna, mai. E lo scandalo, inoltre, che non si meritava: egli, cosí corretto in tutto, separato ora dalla moglie, esposto alla malignità della gente, che avrebbe potuto sospettare chi sa quali torti in lui, quando Dio era testimonio di quanta longanimità, di quanta condiscendenza avesse dato prova in quei tre anni. Che fare? Deliberò di non muoversi per quella sera. La notte avrebbe portato a lui consiglio, a lei forse il pentimento. Il giorno dopo non andò all'ufficio e attese tutta la mattinata in casa. Nel pomeriggio si disponeva ad uscire, senza aver bene tuttavia fermato l'animo ad alcuna deliberazione, quando gli pervenne dalla Camera dei deputati un invito dell'on. Marco Verona. Si era in crisi ministeriale: e, da alcuni giorni, alla Minerva si faceva con insistenza il nome del Verona come probabile Sottosegretario di Stato: qualcuno lo preconizzava anche Ministro. Al Lori, fra le tante idee, era venuta anche quella di recarsi dal Verona per consiglio. Se n'era astenuto, immaginando a quali brighe egli dovesse trovarsi in mezzo, di quei giorni. Silvia, evidentemente, non aveva avuto questo ritegno e, sapendo ch'egli sarebbe stato a capo della Pubblica Istruzione, era forse andata da lui per farsi riammettere nell'insegnamento. Martino Lori si rabbujò, pensando che forse il Verona, avvalendosi adesso dell'autorità di suo prossimo superiore, volesse ordinargli di non interporsi negli uffici contro il desiderio della moglie. Ma invece Marco Verona lo accolse alla Camera con molta benignità. Si mostrò seccatissimo d'essere stato preso, come lui diceva, al laccio. Ministro, no, no, per fortuna! Sottosegretario. Non avrebbe voluto assumersi neanche questa minore responsabilità, date le condizioni di quel momento politico. La disciplina del partito lo aveva forzato. Orbene, egli avrebbe voluto almeno nel gabinetto l'ausilio d'un uomo onesto a tutta prova ed espertissimo, e aveva perciò pensato subito a lui, al cavalier Lori. Accettava? Pallido per l'emozione e con le orecchie infocate, il Lori non seppe come ringraziarlo dell'onore che gli faceva, della fiducia che gli dimostrava; ma tuttavia, profondendo questi ringraziamenti, aveva negli occhi una domanda ansiosa, lasciava intender chiaramente con lo sguardo ch'egli, in verità, si aspettava un altro discorso. Non voleva proprio nient'altro da lui l'on. Verona, anzi Sua Eccellenza? Questi sorrise, alzandosi, e gli posò lievemente una mano su la spalla. Eh sí, qualcos'altro voleva; pazienza, voleva, e perdono per la signora Silvia. Via, ragazzate! - È venuta a trovarmi e mi ha esposto i suoi "fieri" propositi, - disse, sempre sorridendo. - Le ho parlato a lungo e... ma sí! ma sí! non c'è proprio bisogno che lei si discolpi, cavaliere. So bene che il torto è della signora, e gliel'ho detto, sa? francamente. Anzi, l'ho fatta piangere... Sí, perché le ho parlato del padre, di quanto il padre sofferse per il tristo disordine della famiglia... e d'altro ancora le ho parlato. Vada via tranquillo, cavaliere. Ritroverà a casa la signora. - Eccellenza, io non so come ringraziarla... - si provò a dire, commosso, il Lori inchinandosi. Ma il Verona lo interruppe subito: - Non mi ringrazi; e sopra tutto, non mi chiami Eccellenza. E, licenziandolo, lo assicurò che la signora Silvia, donna di carattere, avrebbe mantenuto senza dubbio le promesse che gli aveva fatte; e che, non solo le scene spiacevoli non si sarebbero piú rinnovate, ma che ella gli avrebbe dimostrato in tutti i modi il pentimento delle ingiuste amarezze che gli aveva finora cagionate. Fine prima parte della novella: TUTTO PER BENE Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]