TUTTO PER BENE (seconda parte), dalla seconda raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le registrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. TUTTO PER BENE (seconda parte) III Fu veramente cosí. La sera della riconciliazione segnò per Martino Lori una data indimenticabile: indimenticabile per tante ragioni ch'egli comprese, o meglio, intuí subito, dal modo com'ella fin dal primo vederlo gli s'abbandonò tra le braccia. Quanto, quanto pianse! Ma quanta e quale gioja egli bevve in quelle lagrime di pentimento e di amore! Le vere sue nozze le celebrò allora; da quel giorno ebbe la compagna sognata; e un altro suo segreto ardentissimo sogno si compí certo in quel primo ricongiungimento. Quando Martino Lori non poté piú avere alcun dubbio su lo stato della moglie e quand'ella poi gli mise al mondo una bambina, nel vedere di quale gratitudine, di qual devozione per lui e di quali sacrifizii per la figliuola la maternità avesse reso capace quella donna, tant'altre cose comprese e si spiegò. Ella voleva esser madre. Forse non comprendeva e non sapeva spiegarselo neppur lei, questo segreto bisogno della sua natura; e perciò era prima cosí strana e la vita le sembrava cosí insulsa e vuota. Voleva esser madre. La felicità del sogno finalmente raggiunto, fu turbata soltanto dall'improvvisa caduta del Ministero di cui faceva parte l'onorevole Verona e un po' anche - nell'ombra - Martino Lori, suo segretario particolare. Forse piú indignato dello stesso on. Verona si mostrò il Lori per l'aggressione violenta delle opposizioni coalizzate per rovesciare, quasi senza ragione, il Ministero. L'on. Verona, per conto suo, dichiarò d'averne fino alla gola della vita politica, e che voleva ritirarsene per riprendere con miglior frutto e maggiore soddisfazione gli studii interrotti. Alle nuove elezioni, infatti, riuscí a vincere le pressioni insistenti degli elettori, e non si presentò. S'era infervorato d'una grande opera scientifica lasciata a mezzo dal professor Bernardo Ascensi. Se la figliuola, signora Lori, gli faceva l'onore d'affidargliela, egli si sarebbe provato a seguitare gli esperimenti del maestro e a portare a compimento quell'opera. Silvia ne fu felicissima. In quell'anno di devota, fervida collaborazione, s'erano stretti fortemente i legami d'amicizia fra il marito e il Verona. Il Lori, però, per quanto il Verona non avesse mai fatto pesar su lui il proprio grado e la propria dignità e lo trattasse ora con la massima confidenza, con la massima cordialità, fino a dargli e a farsi dare del tu, si mostrava timido e un po' impacciato, vedeva sempre nell'amico il superiore. Il Verona se n'aveva per male e spesso lo motteggiava. Rideva, sí, di quei motteggi il Lori, ma con una segreta afflizione, perché notava nell'animo dell'amico una certa amarezza che diveniva di giorno in giorno piú acre. Ne attribuiva la causa al ritiro sdegnoso dalla vita politica, dalle lotte parlamentari; e ne parlava alla moglie e le consigliava di avvalersi di quell'ascendente, ch'ella pareva avesse su lui, per indurlo, per spingerlo a rituffarsi nella vita. - Sí! vorrà dare ascolto a me! - gli rispondeva Silvia. - Quando ha detto no, è no, lo sai. Del resto, a me non pare. Lavora con tanto impegno, con tanta passione... Martino Lori si stringeva nelle spalle. - Sarà cosí! Gli pareva però che il Verona ritrovasse la serenità di prima solamente quando scherzava con la loro piccola Ginetta, che cresceva a vista d'occhio, florida e vispa. Marco Verona aveva veramente per quella bimba certe tenerezze, che commovevano il Lori fino alle lagrime. Gli diceva che stesse bene attento perché qualche giorno gliel'avrebbe portata via. Sul serio, veh! non scherzava. E Ginetta non se lo sarebbe lasciato dire due volte: avrebbe abbandonato il babbo, la mamma, è vero? anche la mamma, per andar via con lui... Ginetta diceva di sí: cattivona! pei regali, eh? pei regali ch'egli le faceva a ogni minima occasione. E che regali! Ne soffrivano finanche, ogni volta, il Lori e la moglie. Questa, anzi, non sapeva tenersi dal dimostrare al Verona che se ne sentiva offesa. Avvilimento di superbia? No. Erano proprio troppi e di troppo costo, quei regali, e lei non voleva! Il Verona, però, beandosi della festa che Ginetta faceva a quei giocattoli, scrollava le spalle, urtato dal loro rammarico e dalle loro proteste, e finanche si rivoltava con poco garbo a imporre che si stessero zitti e lasciassero godere la bambina. Silvia cominciò a poco a poco a dirsi stufa di questi modi del Verona, e al marito che, per scusarlo, tornava a battere su quel chiodo, ch'era stato cioè un grave danno per l'amico il ritiro dalla vita politica, rispondeva che questa non era una buona ragione pèrché egli venisse a sfogare in casa loro il malumore. Il Lori avrebbe voluto far notare alla moglie che, in fin dei conti, quel malumore il Verona lo sfogava facendo felice la loro bambina; ma si stava zitto per non turbare l'accordo che, fin dal primo giorno della riconciliazione, s'era stabilito fra essi, Ciò che egli, nei primi anni, aveva trovato d'ostile in lei era divenuto pregio, ora, e virtú a gli occhi suoi. Dallo spirito, dalla fermezza, dall'energia di lei, non piú vòlti adesso contro di lui, egli si sentiva riempire tutto e sostenere. E gli pareva cosí piena, ora, la vita e cosí solidamente fondata, con quella donna accanto, sua, tutta sua, tutta per la casa e per la figliuola. Stimava, sí, preziosa in cuor suo l'amicizia del Verona e avrebbe voluto perciò che nell'animo della moglie non si raffermasse l'impressione ch'egli fosse divenuto importuno e fastidioso per quella soverchia affezione per Ginetta; d'altra parte però, se questa affezione troppo invadente doveva turbargli la pace della casa, la buona armonia con la moglie... Ma come farlo intendere al Verona, che non voleva accorgersi neppure della freddezza con cui Silvia, ora, lo accoglieva? Col crescer degli anni, Ginetta cominciò a dimostrare una passione vivissima per la musica. Ed ecco il Verona, due, tre volte la settimana, pronto con la vettura per condurre la ragazza a questo e a quel concerto; e spesso, durante la stagione lirica, veniva a congiurar con lei, a metterla sú, perché inducesse con le sue graziette la mamma e il babbo ad accompagnarla a teatro, nel palco già fissato per lei. Il Lori, angustiato, imbarazzato, sorrideva; non sapeva dir di no, per non scontentare l'amico e la figliuola; ma, santo Dio, il Verona avrebbe dovuto comprendere ch'egli non poteva, cosí spesso: la spesa non era soltanto per il palco e per la vettura: Silvia doveva pure vestirsi bene; non poteva far cattiva figura. Sí, egli era ormai capo-divisione, aveva già un discreto stipendio; ma non aveva certo denari da buttar via. Era tanta la passione per quella ragazza, che il Verona non avvertiva a queste cose e non s'avvedeva neppure del sacrifizio che doveva far Silvia, certe sere, rimanendo sola a casa, con la scusa che non si sentiva bene. E cosí fosse sempre rimasta a casa! Una di quelle sere, ella ritornò dal teatro in preda a continui brividi di freddo. La mattina dopo tossiva, con una febbre violenta. E in capo a cinque giorni moriva. IV Per la violenza fulminea di quella morte, Martino Lori restò dapprima quasi piú sbigottito che addolorato. Venuta la sera, il Verona, come urtato da quell'attonimento angoscioso, da quel cordoglio cupo, che minacciava di vanir nell'ebetismo, lo spinse fuori della camera mortuaria, lo forzò a recarsi dalla figlia, assicurandolo che sarebbe rimasto lui, là, a vegliare tutta la notte. Il Lori si lasciò mandar via; ma poi, a notte alta, silenzioso come un'ombra, ricomparve nella camera mortuaria e vi trovò il Verona con la faccia affondata nella sponda del letto, su cui giaceva rigido e allividito il cadavere. Dapprima gli parve che, vinto dal sonno, il Verona avesse reclinato lí la testa, inavvertitamente; poi, osservando meglio, s'accorse che il corpo di lui era scosso a tratti, come da singhiozzi soffocati. Allora il pianto, il pianto che finora non aveva potuto rompergli dal cuore, assalí anche lui furiosamente, vedendo piangere cosí l'amico. Ma questi, di scatto gli si levò contro, fremente, trasfigurato; e - come egli, convulso, gli tendeva le mani per abbracciarlo - lo respinse, proprio lo respinse con fosca durezza, con rabbia. Doveva sentirsi in gran parte responsabile di quella sciagura, perché proprio lui, cinque sere prima, aveva forzato Silvia ad andare a teatro, ed ora non gli reggeva l'animo a veder soffrire in quel modo l'amico. Cosí pensò il Lori, per spiegarsi quella violenza; pensò che il dolore può diversamente su gli animi: certi, li atterra; certi altri li arrabbia. E né le visite senza fine degli impiegati subalterni, che lo amavano come un padre, né le esortazioni del Verona, che gl'indicava la figliuola smarrita nella pena e costernata per lui, valsero a scuoterlo da quella specie d'annientamento in cui era caduto, quasi che il mistero cupo e crudo di quella morte improvvisa lo avesse circondato, diradandogli tutt'intorno la vita. Gli pareva, ora, di veder tutto diversamente, e che i rumori gli arrivassero come di lontano, e le voci, le voci stesse a lui piú note, quella dell'amico, quella della propria figliuola, avessero un suono ch'egli non aveva mai prima avvertito. Cominciò cosí man mano a sorgere in lui da quell'attonimento come una curiosità nuova, ma spassionata, per il mondo che lo circondava, che prima non gli era mai apparso né aveva conosciuto cosí. Era mai possibile che Marco Verona fosse stato sempre quale egli lo vedeva ora? Finanche la persona, l'aria del volto gli sembravano diverse. E la sua stessa figliuola? Ma come! Era davvero già cresciuta di tanto? o dalla sciagura, tutt'a un tratto, era balzata su un'altra Ginetta, cosí alta, esile, un po' fredda, segnatamente con lui? Sí, somigliava nelle fattezze alla madre, ma non aveva quella grazia che, in gioventú, accendeva, illuminava la bellezza della sua Silvia; e perciò tante volte Ginetta non pareva neanche bella. Aveva la stessa imperiosità della madre, ma senza quegl'impeti franchi, senza scatti. Ora il Verona veniva con piú scioltezza, quasi ogni giorno a casa del Lori: spesso rimaneva a desinare o a cenare. Aveva finalmente compiuto la poderosa opera scientifica concepita e iniziata da Bernardo Ascensi, e già attendeva a mandarla a stampa in una magnifica edizione. Molti giornali ne recavano le prime notizie, e di alcune fra le piú importanti conclusioni avevano anche preso a discutere animatamente le maggiori riviste non solo italiane ma anche straniere, lasciando cosí prevedere la fama altissima, a cui tra breve quell'opera sarebbe salita. Il merito del Verona per il proseguimento di essa e per le nuove ardite deduzioni tratte dalla prima idea fu, dopo la pubblicazione, riconosciuto universalmente non inferiore a quello dello stesso Ascensi. Ne ebbe gloria questi, ma assai piú il Verona. Da ogni parte gli fioccarono plausi e onorificenze. Tra le altre, la nomina a senatore. Non aveva voluto averla subito dopo la sua uscita dal mondo parlamentare; la accolse ora di buon grado, perché non gli veniva per il tramite della politica. Martino Lori in quei giorni, pensando alla gioja, all'esultanza che avrebbe provato la sua Silvia nel veder cosí glorificato il nome del padre, s'indugiò piú a lungo nelle visite che ogni sera, uscendo dal Ministero, soleva fare alla tomba della moglie. Aveva preso quest'abitudine; e andava anche d'inverno, con le cattive giornate, a curar le piante attorno alla gentilizia, a rinnovare i lumini nella lampada; e parlava pian piano con la morta. La vista quotidiana del camposanto e le riflessioni ch'essa gli suggeriva, gl'improntavano sempre piú di squallore il volto. Tanto la figlia quanto il Verona avevano cercato di distoglierlo da questa abitudine; egli dapprima aveva negato come un bambino colto in fallo; poi, costretto a confessare, aveva alzato le spalle, sorridendo pallidamente. - Non mi fa nulla... Anzi è per me un conforto, - aveva detto. - Lasciatemi andare. Tanto, se fosse ritornato a casa subito, dopo l'ufficio, chi vi avrebbe trovato? Giornalmente il Verona veniva a prendersi Ginetta. Non se ne lagnava lui, no; anzi era gratissimo all'amico degli svaghi che procurava alla figliuola. Quella certa asprezza che aveva avvertito in talune occasioni nei modi di lui e qualche altro lieve difetto di carattere non avevano potuto fargli scemare l'ammirazione, né tanto meno ora la gratitudine, la devozione per quest'uomo, a cui né l'altezza dell'ingegno e della fama e degli uffici a cui era salito, né la fortuna toglievano d'accordare una cosí intima, piú che fraterna amicizia a un pover'uomo come lui che, tranne il buon cuore, non si riconosceva altra virtú, altro pregio per meritarsela. Egli vedeva adesso con soddisfazione che non s'era ingannato quando diceva alla moglie che l'affetto del Verona sarebbe stato una fortuna per la loro Ginetta. N'ebbe la prova maggiore allorché questa compí diciott'anni. Oh come avrebbe voluto che la sua Silvia fosse stata presente quella sera, dopo la festa per il compleanno! Il Verona, venuto apposta senza alcun regalo in mano per Ginetta, appena questa se ne andò a dormire, se lo trasse in disparte e, serio e commosso, gli annunziò che un suo giovane amico, il marchese Flavio Gualdi, chiedeva a lui per suo mezzo la mano della figliuola. Martino Lori, lí per lí, rimase stupito. Il marchese Gualdi? Un nobile... ricchissimo... la mano di Ginetta? Andando col Verona nei concerti, nelle conferenze, a passeggio, Ginetta, sí, era potuta entrare in un mondo, a cui né per nascita né per condizione sociale avrebbe potuto accostarsi, vi aveva destato qualche simpatia; ma lui... - Tu lo sai, - disse all'amico, quasi smarrito e afflitto nella gioja, - sai qual è il mio stato... Non vorrei che il marchese Gualdi... Il Verona lo interruppe: - Gualdi sa... sa quel che deve sapere. - Capisco. Ma, essendo tanta la disparità, non vorrei che egli... per quanto predisposto, non riuscisse neppure a figurarsi tante cose... Il Verona tornò a interromperlo, stizzito: - Mi pareva ozioso dirtelo, ma giacché tu, scusa, mi tieni ora un discorso cosí sciocco, per tranquillarti ti dirò che, via, essendo io da tant'anni tuo amico... - Eh, lo so! - Ginetta è cresciuta piú con me che con te, si può dire... - Sí... sí... - O che mi piangi, adesso? Non vorrò mica essere l'intermediario di questo matrimonio per nulla. Sú, sú, finiscila! Io me ne vado. Ne parlerai tu, domattina, a Ginetta. Vedrai che non ti riuscirà difficile. - Se l'aspetta? - domandò, sorridendo tra le lagrime, il Lori. - E non hai visto che non s'è punto meravigliata nel vedermi arrivare questa sera a mani vuote? Cosí dicendo, Marco Verona rise gajamente, come da tant'anni il Lori non lo aveva piú sentito ridere. V Un'impressione curiosa, di gelo, dapprincipio. Ma non ci avrebbe fatto caso Martino Lori, perché, come tant'altre cose in vita sua s'era spiegate, persuaso dall'ingenua bontà, anche questa si sarebbe spiegata qual effetto naturale della preveduta disparità di condizione, e un po' anche del carattere, dell'educazione, della figura stessa del genero. Non era piú giovanissimo il marchese Gualdi: era ancor biondo, d'un biondo acceso, ma già calvo: lucido e roseo come una figurina di finissima porcellana smaltata; e parlava piano con accento piú francese che piemontese, piano, piano, affettando nella voce una tal quale benignità condiscendente, che contrastava però in modo strano con lo sguardo rigido degli occhi azzurri, vitrei. Da questi occhi il Lori s'era sentito se non propriamente respinto, quasi allontanato, e gli era parso finanche di scorgervi come una commiserazione lievemente derisoria per lui, per i suoi modi forse troppo semplici prima, ora troppo circospetti, forse. Ma anche il tratto del tutto diverso che il Gualdi usava tanto col Verona quanto con Ginetta, egli si sarebbe spiegato; quantunque, via, paresse che la moglie a colui fosse venuta da parte dell'amico e non da lui ch'era il padre... Veramente era stato cosí, ma il Verona... Ecco: il Verona non sapeva spiegarsi piú, Martino Lori. Ora che egli era rimasto solo in casa e non aveva piú neanche l'ufficio, essendosi messo a riposo per far piacere al genero, non avrebbe dovuto Marco Verona prodigargli con maggior premura il conforto dell'amicizia fraterna, di cui per tanti anni aveva voluto onoraro? Egli, il Verona, andava ogni giorno a trovar Ginetta nel villino del Gualdi; e da lui, dall'amico, dopo il giorno delle nozze, non era piú venuto, neanche una volta per isbaglio. S'era forse stancato di vederlo cosí chiuso ancora nel cordoglio antico, ed essendo ormai vecchio anche lui, preferiva andare dove si godeva, dove Ginetta, per opera di lui, pareva felice? Sí, anche questo poteva darsi. Ma perché poi, quand'egli andava a veder la figlia, e lo trovava lí, a tavola con lei e il genero, come se fosse di casa, era accolto da lui quasi con dispetto, gelidamente? Poteva darsi che quest'impressione di gelo gli fosse data dal luogo, da quella vasta sala da pranzo, lucida di specchi, splendidamente arredata? Ma che! no! no! Non si era soltanto allontanato il Verona; il tratto, il tratto di lui era proprio cangiato; gli stringeva appena la mano, appena lo guardava, e seguitava a conversar col Gualdi, come se non fosse entrato nessuno. Per poco lí non lo lasciavano in piedi, innanzi alla tavola. Solo Ginetta gli rivolgeva qualche parola, di tanto in tanto, ma cosí, fuor fuori, perché non si potesse dire che proprio nessuno si curava di lui. Col cuore strizzato da un'angoscia inesplicabile, confuso e avvilito, Martino Lori se n'andava. Non doveva proprio avere alcun rispetto per lui, alcun riguardo, il genero? Tutte le feste e gl'inviti per il Verona, perché ricco e illustre? Ma se doveva esser cosí, se volevano tutti e tre seguitare ad accoglierlo ogni sera a quel modo, come un importuno, come un intruso, egli non sarebbe andato piú; no, no, perdio, non sarebbe andato piú! Voleva stare a vedere che cosa avrebbero fatto quei signori, tutt'e tre, allora. Ebbene, passarono due giorni; ne passarono quattro e cinque; passò un'intera settimana, e né il Verona, né il genero e neanche Ginetta, nessuno, neppure un servo, venne a chieder di lui, se per caso fosse malato... Con gli occhi senza sguardo, vagando per la camera, il Lori si grattava di continuo la fronte con le dita irrequiete, quasi per destar la mente dal torpore angoscioso in cui era caduta. Non sapendo piú che pensare, riandava, riandava con l'anima smarrita il passato... Tutt'a un tratto, senza saper perché, il pensiero gli s'appuntò in un ricordo lontano, nel piú triste ricordo della sua vita. Ardevano in quella notte funesta quattro ceri, e Marco Verona, con la faccia affondata nella sponda del letto, su cui giaceva Silvia morta, piangeva. Fu all'improvviso come se, nella sua anima scombujata, quei ceri funebri guizzassero e accendessero un lampo livido a rischiarargli orridamente tutta la vita, fin dal primo giorno che Silvia gli era venuta innanzi, accompagnata da Marco Verona. Sentí mancarsi le gambe, e gli parve che tutta la camera gli girasse attorno. Si nascose il volto con le mani, tutto ristretto in sé: - Possibile? Possibile? Alzò gli occhi al ritratto della moglie, dapprima quasi sgomento di ciò che gli avveniva dentro; poi aggredí quel ritratto con lo sguardo, serrando le pugna e contraendo tutta la faccia in una espressione d'odio, di ribrezzo, d'orrore: - Tu? tu? Piú di tutti lei lo aveva ingannato. Forse perché il pentimento di lei, dopo, era stato sincero. Il Verona, no... il Verona, no... Costui gli veniva in casa, là, come un padrone e... ma sí! forse sospettava ch'egli sapesse e fingesse di non accorgersi di nulla per vile tornaconto... Come questo pensiero odioso gli balenò, Martino Lori sentí artigliarsi le dita e le reni fenderglisi. Balzò in piedi; ma una nuova vertigine lo colse. L'ira, il dolore gli si sciolsero in un pianto convulso, impetuoso. Si riebbe, alla fine, stremato di forze e come tutto vuoto, dentro. Piú di vent'anni c'eran voluti perché comprendesse. E non avrebbe compreso, se quelli con la loro freddezza, con la loro noncuranza sdegnosa non gliel'avessero dimostrato e quasi detto chiaramente. Che fare piú, dopo tant'anni? ora che tutto era finito... cosí, da un pezzo, in silenzio... pulitamente, come usa fra gente per bene, fra gente che sa fare a modo le cose? Non glielo avevano lasciato intendere con garbo forse, che oramai non aveva piú nessuna parte da rappresentare? Aveva rappresentato la parte del marito, poi quella del padre... e ora basta: ora non c'era piú bisogno di lui, poiché essi, tutti e tre, si erano cosí bene intesi fra loro... La men trista fra tutti, la meno perfida, forse era stata colei che s'era pentita subito dopo il fallo ed era morta... E Martino Lori, quella sera, come tutte le sere, seguendo l'antica abitudine, si ritrovò per la via che conduce al cimitero. S'arrestò, fosco e perplesso, se andare avanti o tornare indietro. Pensò alle piante attorno alla gentilizia, che da tant'anni, ormai, curava con amore. Là, tra poco, anch'egli avrebbe riposato... Là sotto, accanto a lei? Ah, no, no: non piú ormai... Eppure, come aveva pianto quella donna, allora, ritornando a lui, e di quanto affetto lo aveva circondato, dopo... Sí, sí: s'era pentita... A lei, sí, a lei soltanto egli forse poteva perdonare. E Martino Lori riprese la via per il cimitero. Aveva qualche cosa di nuovo da dire alla morta, quella sera. Fine della novella: TUTTO PER BENE Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]