IL DOVERE DEL MEDICO (seconda parte), dalla seconda raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le registrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. IL DOVERE DEL MEDICO (seconda parte) V Nella notte, Tommaso Corsi si riscosse incosciente dal letargo. Stordito dalla febbre, teneva gli occhi aperti nella penombra della camera. Un lampadino ardeva sul cassettone, riparato da uno specchio a tre luci: il lume si projettava su la parete vivamente, precisando il disegno e i colori della carta da parato. Aveva solo la sensazione che il letto fosse piú alto, e che soltanto per ciò notasse in quella camera qualcosa che prima non vi aveva mai notato. Vedeva meglio l'insieme dell'arredo, il quale, nella quiete altissima, gli pareva spirasse, dall'immobilità sua quasi rassegnata, un conforto familiare, a cui le ricche tende, che dall'alto scendevano fin sul tappeto, davano un'aria insolita di solennità. "Noi siamo qui, come tu ci hai voluti, per i tuoi comodi" pareva gli dicessero, nella coscienza che man mano si risentiva, i varii oggetti della camera: "siamo la tua casa: tutto è come prima". A un tratto richiuse gli occhi, quasi abbagliato bruscamente nella penombra da un lampo di luce cruda: la luce che s'era fatta in quell'altra camera, quando colei, urlando, aveva aperto la finestra, d'onde s'era buttata. Riebbe allora, d'un subito, la memoria orrenda: rivide tutto, come se accadesse proprio allora. Egli, trattenuto dall'istintivo pudore, non riusciva a balzar dal letto, svestito com'era, e il Noti, ecco, gli esplodeva contro il primo colpo che infrangeva il vetro di un'immagine sacra al capezzale; egli tendeva la mano alla rivoltella sul comodino, ed ecco il sibilo della seconda palla innanzi al volto... Ma non ricordava d'aver tirato sul Noti: solo quando questi era caduto a sedere sul pavimento, e poi s'era ripiegato bocconi, egli s'era accorto d'aver l'arma ancor calda e fumante in pugno. Era allora saltato dal letto e, in un attimo, entro di sé, la tremenda lotta di tutte le energie vitali contro l'idea della morte; prima, l'orrore di essa; poi la necessità e il sorgere d'un sentimento atroce, oscuro, a vincere ogni ripugnanza e ogni altro sentimento. Aveva guardato il cadavere, la finestra donde quella era saltata; aveva udito i clamori della via sottostante, e s'era sentito aprire come un abisso nella coscienza: allora la determinazione violenta gli s'era imposta lucidamente, come un atto a lungo meditato e discusso. Sí. Cosí era stato. - No -, diceva a se stesso, un istante dopo, riaprendo gli occhi brillanti di febbre. - No; se questa è la mia casa, se io sto qui sul mio letto... Gli pareva di udir voci liete e confuse di là, nelle altre stanze. Aveva fatto mettere quelle tende nuove e i tappeti alle stanze per il battesimo dell'ultimo bambino, morto di venti giorni. Ecco, gli invitati tornavano or ora dalla chiesa. Angelica Noti, a cui egli offriva il braccio, glielo stringeva a un tratto furtivamente con la mano; egli si voltava a guardarla, stupito, ed ella accoglieva quello sguardo con un sorriso impudente, da scema, e chiudeva voluttuosamente le palpebre su i grandi occhi neri, globulenti, in presenza di tutti. "Quel bambino è morto, - pensava ora egli, - perché l'ha tenuto a battesimo colui, ch'era fra l'altro un jettatore." Immagini imprevedute, visioni strane, confuse, sensazioni fantastiche, improvvise, pensieri lucidi e precisi, si avvicendavano in lui, nel delirio intermittente. Sí, sí, lo aveva ucciso. Ma due volte quel forsennato s'era messo per uccider lui, ed egli nel volgersi per prendere l'arma dal comodino gli aveva gridato sorridendo: "Che fai?" tanto gli pareva impossibile che colui, prima ch'egli si vedesse costretto a minacciarlo e a reagire, non comprendesse ch'era un'infamia, una pazzia ucciderlo a quel modo, in quel momento, uccider lui che si trovava lí per caso, che aveva tant'altra vita fuori di lí: i suoi affari, gli affetti suoi vivi e veri, la sua famiglia, i figli da difendere. Eh via, disgraziato! Come mai tutt'a un tratto, quell'omiciattolo sbricio, brutto, scialbo, dall'anima apatica, attediata, che si trascinava nella vita senza alcuna voglia, senz'alcun affetto, e che da tant'anni si sapeva spudoratamente ingannato dalla moglie e non se ne curava, a cui pareva costasse pena e fatica guardare o trar fuori quella sua voce molle miagolante; come mai, tutt'a un tratto, s'era sentito muovere il sangue e per lui soltanto? Non sapeva che donna fosse sua moglie? e non sentiva ch'era una cosa ridicola e pazza e infame nello stesso tempo difender a quel modo ancora l'onor suo affidato a colei, che ne aveva fatto strazio tant'anni, senza che egli avesse mai mostrato d'accorgersene? Ma aveva pure assistito - sí, sí - a tante scene familiari, in cui ella, proprio sotto gli occhi di lui, sotto gli occhi stessi d'Adriana, aveva cercato di sedurlo con quei suoi lezii da scimmietta patita. Adriana sí se n'era accorta, e lui no? Ne avevano riso tanto insieme, lui e Adriana. Per una donna come quella lí, dunque, sul serio, una tragedia? Lo scandalo, la morte di lui, la sua morte? Oh, per quel disgraziato, forse, era stata un bene la morte; un regalo! Ma egli... doveva egli morire per cosí poco? Sul momento, col cadavere sotto gli occhi, assalito dai clamori della via, aveva creduto di non poter farne a meno. Ebbene, e intanto come mai non era tutto finito? Egli viveva ancora, lí, nella sua stessa camera tranquilla, coricato sul suo letto, come se nulla fosse accaduto. Ah, se veramente fosse un sogno orribile!... No: e quel dolore cocente al petto, che gli toglieva il respiro? E poi il letto... Stese pian piano un braccio nel posto accanto; vuoto... ecco! Adriana... Sentí di nuovo l'abisso aprirglisi dentro. Dov'era ella? e i figliuoli? Lo avevano abbandonato? Solo, dunque, nella casa? e come mai? Riaprí gli occhi per accertarsi, se quella fosse veramente la sua camera da letto. Sí: tutto come prima. Allora un dubbio crudele, in quell'alternativa di delirio e di lucidità mentale, lo vinse: non sapeva piú se, aprendo gli occhi, vedesse per allucinazione la sua camera che spirava la pace consueta, o se sognasse chiudendo gli occhi e rivedendo, con lucidezza di percezione ch'era quasi realtà, l'orribile tragedia della mattina. Emise un gemito, e subito davanti a gli occhi si vide un volto sconosciuto; sentí posarsi una mano su la fronte, la cui pressione lo confortava, e richiuse gli occhi sospirando, sentendo di dover rassegnarsi a non comprendere piú nulla, a non saper che cosa fosse veramente accaduto. Era fors'anche sogno quel volto or ora intraveduto, la mano che gli premeva la fronte... E ricadde nel letargo. Il dottor Sià si accostò in punta di piedi a un angolo della camera quasi al bujo, dove Adriana vegliava nascosta. - Forse è meglio, - le disse sottovoce, - che si mandi per il dottor Vocalòpulo. La febbre cresce e l'aspetto non mi... S'interruppe; le domandò: - Vuol vederlo? Adriana fece segno di no col capo, angosciata. Poi, sentendo di non poter trattenere un empito improvviso di pianto, balzò in piedi e scappò via dalla camera. Il dottor Sià richiuse, cauto, l'uscio per impedire che giungesse all'orecchio del morente il pianto convulso della moglie; poi tolse dal petto di lui la vescica, ne vuotò l'acqua e, riempitala novamente di pezzetti di ghiaccio, la ripose su la fasciatura al posto della ferita. - Ecco fatto. Osservò quindi di nuovo, a lungo, il volto del giacente, ne ascoltò la respirazione affannosa; poi, non avendo altro da fare, e come se per lui bastasse l'aver provveduto al ghiaccio e l'aver fatto quelle osservazioni, ritornò al proprio posto, alla poltrona, dall'altra parte del letto. Lí, con gli occhi chiusi, godeva di lasciarsi prendere a mano a mano dal sonno, spegnendo gradatamente in sé la volontà di resistervi, fino al punto estremo in cui il capo gli dava un crollo: schiudeva allora gli occhi e tornava da capo ad abbandonarsi a quella voluttà proibita, che quasi lo inebriava. VI Le complicazioni temute dal dottor Vocalòpulo si verificarono pur troppo: prima e piú grave fra tutte, l'infiammazione polmonare, che cagionava quell'altissima febbre. Senza alcuna preoccupazione estranea alla scienza, di cui era fervidamente appassionato, il dottor Vocalòpulo raddoppiò lo zelo, come se si fosse fatta una fissazione di salvare a ogni costo quel moribondo. Negli infermi sotto la sua cura egli non vedeva uomini ma casi da studiare: un bel caso, un caso strano, un caso mediocre o comune; quasi che le infermità umane dovessero servire per gli esperimenti della scienza, e non la scienza per le infermità. Un caso grave e complicato lo interessava sempre a quel modo; ed egli allora non sapeva staccare piú il pensiero dal malato: metteva in pratica le piú recenti esperienze delle primarie cliniche del mondo, di cui consultava scrupolosamente i bollettini, le rassegne e le minute esposizioni dei tentativi, degli espedienti dei piú grandi luminari della scienza medica, e spesso adottava le cure piú arrischiate con fermo coraggio, con fiducia incrollabile. Si era costituita cosí una grande reputazione. Ogni anno faceva un viaggio e ritornava entusiasta degli esperimenti a cui aveva assistito, soddisfatto di qualche nuova cognizione appresa, provvisto di nuovi e piú perfezionati strumenti chirurgici, che disponeva - dopo averne studiato minutamente il congegno e averli ripuliti con la massima cura - entro l'armamentario di cristallo, che aveva la forma di un'urna, lí, in mezzo al camerone da studio, e, chiusi, li contemplava ancora, stropicciandosi le mani solide, sempre fredde, o stirandosi con due dita il naso armato di quel pajo di lenti fortissime, che accrescevano la rigidezza austera del suo volto pallido, lungo, equino. Attorno al letto del Corsi condusse alcuni suoi colleghi, a studiare, a discutere; spiegò tutti i suoi tentativi, l'uno piú nuovo e piú ingegnoso dell'altro, finora però riusciti vani. Il ferito, sotto quell'altissima febbre, restava in uno stato quasi letargico, interrotto tuttavia da certe crisi di smania delirante, nelle quali, piú d'una volta, eludendo la vigilanza, aveva finanche tentato di disfare la fasciatura. Di questo "fenomeno" il Vocalòpulo non si era curato piú di tanto; gli era bastato di raccomandare al dottor Sià maggiore attenzione. Aveva potuto, per mezzo della radiografia, estrarre il projettile di sotto l'ascella, aveva rischiosamente applicato i lenzuoli freddi per abbassare la temperatura. E finalmente c'era riuscito! La febbre era abbassata, l'infiammazione polmonare era vinta, il pericolo quasi superato. Nessun compenso materiale avrebbe potuto uguagliare la soddisfazione morale del dottor Vocalòpulo. Era raggiante; e il dottor Sià con lui, per riflesso. - Collega, collega, qua la mano! Questo si chiama vincere. Il Sià gli rispondeva con una sola parola: - Miracoloso! Ora la primavera imminente avrebbe senza dubbio affrettato la convalescenza. Già l'infermo cominciava a risentirsi un po', a uscir dallo stato d'incoscienza in cui s'era mantenuto per tanti giorni. Ma non sapeva ancora, non sospettava neppure, come si fosse ridotto. Una mattina, si provò a sollevare le mani dal letto, per guardarsele e, nel veder le dita esangui tremolare, sorrise. Si sentiva ancora come nel vuoto, in un vuoto però tranquillo, soave, di sogno. Solo qualche minuzia, lí, nella camera, gli s'avvistava di tratto in tratto: un fregio dipinto nel soffitto, la peluria verde della coperta di lana sul letto, che gli richiamava alla memoria i fili d'erba d'un prato o d'una ajuola; e vi concentrava tutta l'attenzione, beato; poi, prima di stancarsene, richiudeva gli occhi e provava un dolce smarrimento d'ebbrezza, vaneggiava in una delizia ineffabile. Tutto, tutto era finito; la vita ricominciava adesso... Ma non era forse rimasta sospesa anche per gli altri? No, no: ecco: un rumor di vettura... Fuori, per le vie, la vita in tutto quel tempo aveva seguito il suo corso... Provò come una vellicazione irritante al ventre, a questo pensiero che oscuramente lo contrariava; e si rimise a guardar la calugine verde della coperta, dove gli pareva di veder la campagna: qua la vita, sí, ricominciava veramente, con tutti quei fili d'erba... E anche cosí per lui ricominciava... Nuovo, tutto nuovo, egli si sarebbe riaffacciato alla vita... Un po' d'aria fresca! Ah, se il medico avesse voluto aprirgli un tantino la finestra... - Dottore, - chiamò; e la sua stessa voce gli fece una strana impressione. Ma nessuno rispose. Si provò a guardar nella camera. Nessuno... Come mai? Dov'era? - Adriana! Adriana! - Un'angosciosa tenerezza per la moglie lo vinse; e si mise a piangere come un bambino, nel desiderio cocente di buttarle le braccia al collo e stringersela forte, forte al petto... Chiamò di nuovo, nel dolce pianto: - Adriana! Adriana!... Dottore! Nessuno sentiva? Sgomento, allora, soffocato, stese un braccio al campanello sul comodino; ma avvertí subito un'acuta trafittura interna, che lo tenne un tratto quasi senza respiro, col volto pallido, contratto dallo spasimo; poi sonò, sonò furiosamente. Accorse, con la sua aria spiritata, il dottor Sià: - Eccomi! Che abbiamo, signor Tommaso? - Solo! Mi hanno lasciato solo... - Ebbene? E perché codesta agitazione? Eccomi qua. - No. Adriana! Mi chiami Adriana... Dov'è? Voglio vederla. Comandava ora, eh? Il dottor Sià fece un viso lungo lungo e piegò il capo da un lato: - Cosí, no! Se non si calma, no. - Voglio veder mia moglie! - replicò egli stizzito, imperioso. - Può proibirmelo lei? Il Sià sorrise, perplesso: - Ecco... vorrei che... No no, si stia zitto: vado a chiamargliela. Non ce ne fu bisogno. Adriana era dietro l'uscio: si asciugò in fretta le lagrime, accorse, si buttò singhiozzando tra le braccia del marito, come in un abisso d'amore e di disperazione. Egli non provò dapprima che la gioja di tenersi cosí stretta quella sua adorata, il cui calore, l'odor dei capelli, lo inebriavano. Quanto, quanto, quanto la amava... Ma, a un tratto, la sentí singhiozzare. Si provò a sollevarle con tutt'e due le mani il capo che si affondava su lui; non ne ebbe la forza, e si volse, stordito, al dottor Sià. Questi accorse e costrinse la signora a strapparsi dal letto; la condusse, sorreggendola in quella crisi violenta di pianto, fuori della camera; poi ritornò presso il convalescente. - Perché? - domandò il Corsi, sconvolto. Un pensiero gli attraversò la mente, in un baleno. Senza badare alla risposta del medico, il Corsi richiuse gli occhi, trafitto. "Non mi perdona" pensò. VII Alle notizie di miglioramento, di prossima guarigione era cresciuta la sorveglianza alla casa del ferito. Il dottor Vocalòpulo, temendo che l'autorità giudiziaria desse intempestivamente l'ordine che fosse tradotto in carcere, pensò di recarsi da un avvocato amico suo e del Corsi, e a cui il Corsi certamente avrebbe affidato la sua difesa, per pregarlo di andare insieme dal questore a impegnar la loro parola, che l'infermo non avrebbe in alcun modo tentato di sottrarsi alla giustizia. L'avvocato Camillo Cimetta accettò l'invito. Era un uomo sui sessant'anni, smilzo, altissimo di statura, tutto gambe. Gli spiccavano stranamente nel volto squallido, giallognolo, malaticcio, gli occhietti neri, acuti, d'una vivacità straordinaria. Dotto piú di filosofia che di legge, scettico, oppresso dalla noja della vita, stanco delle amarezze che essa gli aveva procacciate, non aveva mai posto alcun impegno a guadagnarsi la grandissima fama di cui godeva e che gli aveva procurato una ricchezza di cui non sapeva piú che farsi. La moglie, donna bellissima, insensibile, dispotica, che lo aveva torturato per tanti anni, gli s'era uccisa per neurastenia; l'unica figliuola gli era fuggita di casa con un misero scritturale del suo studio ed era morta soprapparto, dopo aver sofferto un anno di maltrattamenti dal marito indegno. Era rimasto solo, senza piú scopo nella vita, e aveva rifiutato ogni carica onorifica, la soddisfazione di far valere le sue doti non comuni in una grande città. E mentre i suoi colleghi si presentavano al banco dell'accusa o della difesa armati di cavilli, abbottati di procedura, o si empivano la bocca di paroloni altisonanti, egli, che non poteva soffrire la toga che l'usciere gli poneva su le spalle, si alzava con le mani in tasca e si metteva a parlare ai giurati, ai giudici, con la massima naturalezza, alla buona, cercando di presentare con la maggiore evidenza possibile qualche pensiero che potesse logicamente far loro impressione; distruggeva con irresistibile arguzia le magnifiche architetture oratorie de' suoi avversarii, e riusciva cosí talvolta ad abbattere i confini formalistici del tristo ambiente giudiziario, perché un'aura di vita vi spirasse, vi passasse un soffio doloroso di umanità, di pietà fraterna, oltre e sopra la legge, per l'uomo nato a soffrire, a errare. Ottenuta dal questore la promessa che la traduzione in carcere non sarebbe avvenuta se non dopo il consenso del medico, egli e il dottor Vocalòpulo si recarono insieme alla casa del Corsi. In pochi giorni Adriana si era cangiata cosí, che non pareva piú lei. - Eccole, signora, il nostro caro avvocato, - le disse il Vocalòpulo. - Sarà meglio preparare a poco a poco il convalescente alla dura necessità... - E come, dottore? - esclamò Adriana. - Pare che egli non ne abbia ancora il piú lontano sospetto. È come un fanciullo... si commuove per ogni nonnulla... Giusto questa mattina mi diceva che, appena in grado di muoversi, vuole andare in campagna, in villeggiatura per un mese... Il Vocalòpulo sospirò, stirandosi al solito il naso. Stette un po' a pensare, poi disse: - Aspettiamo qualche altro giorno. Intanto facciamogli vedere l'avvocato. Non è possibile che il pensiero della punizione non gli si affacci. - E lei crede, avvocato, - domandò Adriana, - crede che sarà grave? Il Cimetta chiuse gli occhi, aprí le braccia. Gli occhi di Adriana si riempirono di lagrime. Giunse, in quella, dall'altra stanza la voce dell'infermo. Subito Adriana accorse. - Mi permettano! Tommaso le tendeva le braccia dal letto. Ma appena le vide gli occhi rossi di pianto, le prese un braccio e, nascondendovi il volto, le disse: - Ancora, dunque? non mi perdoni ancora? Adriana strinse le labbra tremanti, mentre nuove lagrime le sgorgavano dagli occhi; e non trovò in prima la voce per rispondergli. - No? - insistette egli, senza scoprire il volto. - Io sí, - rispose Adriana, angosciata, timidamente. - E allora? - ripigliò il Corsi, guardandola negli occhi lagrimosi. Le prese il volto tra le mani, e aggiunse: - Lo comprendi, lo senti, è vero? che tu mai, mai, nel mio cuore, nel mio pensiero, non sei venuta mai meno, tu santa mia, amore, amore mio... Adriana gli carezzò lievemente i capelli. - È stata un'infamia! - riprese egli. - Sí, è bene, è bene che te lo dica, per togliere ogni nube fra noi. Un'infamia sorprendermi in quel momento vergognoso, di stupido ozio... Tu lo comprendi, se mi hai perdonato! Stupido fallo, che quel disgraziato ha voluto rendere enorme, tentando d'uccidermi, capisci? due volte... Uccider me, proprio me, che dovevo per forza difendermi... perché... tu lo comprendi! non potevo lasciarmi uccidere per quella lí, è vero? - Sí, sí, - diceva Adriana, piangendo, per calmarlo, piú col cenno che con la voce. - È vero? - seguitò egli con forza. - Non potevo... per voi! Glielo dissi; ma egli era come impazzito, tutt'a un tratto; m'era venuto sopra, con l'arma in pugno... E allora io, per forza... - Sí, sí, - ripeté Adriana, ringojando le lagrime. - Calmati, sí... Queste cose... S'interruppe, vedendo il marito abbandonarsi sfinito sui guanciali, e chiamò forte: - Dottore! Queste cose, - seguitò alzandosi e chinandosi sul letto, premurosa, - tu le dirai... le dirai ai giudici, e vedrai che... Tommaso Corsi si rizzò improvvisamente su un gomito e guardò fiso il dottore e il Cimetta che gli si facevano incontro. - Ma io, - disse, - eh già... il processo... Allividí. Ricadde sul letto, annichilito. - Formalità... - si lasciò cadere dalle labbra il Vocalòpulo, accostandosi di piú al letto. - E quale altra punizione, - fece il Corsi, quasi tra sé, guardando il soffitto con gli occhi sbarrati, - quale altra punizione maggiore di quella che mi son data io, con le mie mani? Il Cimetta trasse una mano dalla tasca e agitò l'indice in segno negativo. - Non conta? - domandò il Corsi. - E allora?... - si provò a replicare; ma si riprese: - Eh già! Sí, sí... Ci credi? Mi pareva che tutto fosse finito... Adriana! - chiamò, e le buttò di nuovo le braccia al collo. - Adriana! Sono perduto! Il Cimetta, commosso, tentennò a lungo il capo, poi sbuffò: - E perché? per una minchioneria di passata. Sarà difficile, difficilissimo, caro dottore, farne capace quella rispettabile istituzione che si chiama giuria. Non tanto, vedete, per il fatto in sé, quanto perché si tratta d'un sostituto procuratore del re. Se fosse almeno possibile dimostrare che delle corna precedenti il poveretto s'era già accorto! Ma i mezzi? Un morto non si può chiamare a giurare su la sua parola d'onore... L'onore dei morti se lo mangiano i vermi. Che valore può avere l'induzione contro la prova di fatto? Del resto, siamo giusti: su la propria testa ciascuno è padrone di accoglier quelle corna che gli garbano. Le tue, caro Tommaso, è chiaro, non le volle. Tu dici: "Ma potevo lasciarmi uccidere da lui?". No. Ma se volevi rispettato questo diritto di non aver tolta la vita, non dovevi andare a prendergli la moglie, quella bertuccia vestita! Cosí facendo, - bada, io vedo adesso le ragioni dell'accusa, - tu stesso hai derogato al tuo diritto, ti sei esposto al rischio, e non dovevi perciò reagire. Capisci? Due falli. Del primo, dell'adulterio, dovevi lasciarti punire da lui, dal marito offeso; e tu invece l'hai ucciso... - Per forza! - gridò il Corsi, levando il volto rabbiosamente contratto. - Istintivamente! Per non farmi uccidere! - Ma subito dopo, invece, - rimbeccò il Cimetta - hai tentato di ucciderti con le tue mani. - E non deve bastare? Il Cimetta sorrise. - Non può bastare. È anzi a tuo danno, caro mio! Perché, tentando d'ucciderti, hai implicitamente riconosciuto il tuo fallo. - Sí! E mi sono punito! - No, caro, - disse con calma il Cimetta. - Hai tentato di sottrarti alla pena. - Ma togliendomi la vita! - esclamò, infiammato, il Corsi. - Che potevo fare di piú? Il Cimetta si strinse nelle spalle, e disse: - Avresti dovuto morire. Non essendo morto... - Ma sarei morto, - riprese il Corsi, allontanando la moglie e additando fieramente il dottor Vocalòpulo, - sarei morto, se lui non avesse fatto di tutto per salvarmi! - Come... io? - balbettò il Vocalòpulo, tirato in ballo quando meno se l'aspettava. - Voi! Sí. Per forza! Io non volevo le vostre cure. Per forza avete voluto prodigarmele, ridarmi la vita. E perché, dunque, se ora... - Con calma, con calma... - disse il Vocalòpulo, sorridendo nervosamente a fior di labbra, costernato. - Vi fate male, agitandovi cosí... - Grazie, dottore! Quanta premura... - sghignò il Corsi. - Vi sta tanto a cuore l'avermi salvato? Ma senti, Cimetta, senti! Io voglio ragionare. M'ero ucciso. Viene un dottore, codesto nostro dottore. Mi salva. Con qual diritto mi salva? con qual diritto mi ridà la vita ch'io m'ero tolta, se non poteva farmi rivivere per le mie creaturine, se sapeva ciò che m'aspettava? Il Vocalòpulo tornò a sorridere nervosamente, intorbidandosi in volto. - Dopo tutto, - disse, - è un bel modo di ringraziarmi, codesto. Che dovevo fare? - Ma lasciarmi morire! - proruppe il Corsi, - se non avevate il diritto di sottrarmi alla pena ch'io m'ero data, molto maggiore del mio fallo! Non c'è piú pena di morte; e io sarei morto, senza di voi. Ora come faccio io? Di che debbo ringraziarvi? - Ma noi medici, scusate, - rispose, smarrito, il Vocalòpulo, - noi medici non abbiamo di questi diritti: noi medici abbiamo il dovere della nostra professione. E me n'appello all'avvocato qua presente. - E in che differisce, allora, - domandò con amaro scherno il Corsi, - codesto vostro dovere da quello d'un aguzzino? - Oh insomma! - esclamò, scrollandosi tutto, il Vocalòpulo, - vorreste che un medico passasse sopra la legge? - Ah, bene! Voi dunque la legge avete servito, - riprese il Corsi, con foga rabbiosa. - La legge; non me, poveretto... Mi ero tolta la vita; voi me l'avete ridata a forza. Tre, quattro volte tentai di strapparmi le fasce. Voi avete fatto di tutto per salvarmi, per ridarmi la vita. E perché? Perché la legge, ora, di nuovo me la ritolga, e in un modo piú crudele. Ecco: a questo, dottore, vi ha condotto il dovere della vostra professione. E non è un'ingiustizia? - Ma, scusa, - si provò a interloquire il Cimetta, - del male che hai fatto... - Mi sono lavato, col mio sangue! - compí subito la frase il Corsi, tutto acceso e vibrante. - Io sono un altro, ora! Io sono rinato! Come posso restar sospeso a un solo momento di quell'altra mia vita che non esiste piú per me? sospeso, agganciato a quel momento, come se esso rappresentasse tutta la mia esistenza, come se io non fossi mai vissuto per altro? E la mia famiglia? mia moglie? i miei figli, a cui devo dare il pane, la riuscita? Ma come! come! Che volete di piú? Non avete voluto che morissi... E allora perché? Per vendetta? Contro uno che s'era ucciso... - Ma che pure ha ucciso! - ribatté forte il Cimetta. - Trascinato! - rispose, pronto, il Corsi. - E il rimorso di quel momento io me lo son tolto; in un'ora, io scontai il mio fallo; in un'ora che poteva esser lunga quanto l'eternità. Ora non ho piú nulla da scontare, io! Questa è un'altra vita per me, che m'è stata ridata. Debbo rimettermi a vivere per la mia famiglia, debbo rimettermi a lavorare per i miei figliuoli. M'avete ridato la vita per mandarmi in galera? E non è un atroce delitto, questo? E che giustizia può esser quella che punisce a freddo un uomo ormai privo di rimorsi? come starò io in un reclusorio a scontare un delitto che non ho pensato di commettere, che non avrei mai commesso, se non vi fossi stato trascinato; mentre, meditatamente, ora, a freddo, coloro che approfitteranno della vostra scienza, dottore, la quale mi ha tenuto per forza in vita solo per farmi condannare, commetteranno il delitto piú atroce, quello di farmi abbrutire in un ozio infame, e di fare abbrutire nei vizii della miseria e nell'ignominia i miei figliuoli innocenti? Con quale diritto? Si rizzò sul busto, sospinto da una rabbia che il sentimento della propria impotenza rendeva feroce: cacciò un urlo e s'afferrò con le dita artigliate la fascia e se la stracciò; poi si riversò bocconi sul letto, convulso; tentò di scoppiare in singhiozzi, ma non poté. Nella vanità di quello sforzo tremendo, rimase un tratto stordito, come in un vuoto strano, in un attonimento spaventevole. Diventò cadaverico nel volto segnato dallo strappo recente delle dita. Adriana spaventata, accorse; gli sollevò prima il capo, poi, ajutata dal Cimetta; si provò a rialzarlo, ma ritrasse subito le mani con un grido di ribrezzo e di terrore: la camicia, sul petto, era zuppa di sangue. - Dottore! Dottore! - Gli s'è riaperta la ferita! - esclamò il Cimetta. Il dottor Vocalòpulo sbarrò gli occhi, impallidí, allibito. - La ferita? E, istintivamente, s'appressò al letto. Ma il Corsi lo arrestò d'un subito, con gli occhi invetrati. - Ha ragione, - disse allora il dottore, lasciandosi cader le braccia. - Hanno sentito? Io non posso, non debbo... Fine della novella: IL DOVERE DEL MEDICO Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]