NOTIZIE DEL MONDO (terza parte), dalla quarta raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le regisrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. NOTIZIE DEL MONDO (terza parte) CAPITOLO QUATTRO Come ti senti, Momino? Di' la verità: tu ti devi sentir male. Abbiamo tratto oggi dal loculo N. 51 al Pincetto la tua cassa per allogarla definitivamente in una modesta tomba che ti ho fatto costruire a mie spese per rimediare al primo errore di tua moglie, e che spettacolo, Momino! che spettacolo! L'ho ancora davanti agli occhi e non me lo posso levare. Dissero i portantini che non ne avevano veduto mai uno simile; e trattarono quella tua cassa come una cosa molto pericolosa, non solo per loro, ma anche per noi che assistevamo alla cerimonia, voglio dire tua moglie, io, e i coniugi Postella che erano venuti con lei. Pericolosa, Momino, perché, sai? quella tua cassa di zinco s'era tutta cosí enormemente gonfiata e deformata, che da un momento all'altro, Dio liberi, avrebbe potuto scoppiare. I portantini spiegarono naturalmente il fenomeno, attribuendolo cioè a uno straordinario sviluppo di gas. Ma dalla fretta con cui il signor Postella accolse questa spiegazione per vincere lo sbigottimento da cui tutti a quella vista fummo invasi, mi sorse all'improvviso il sospetto che, oscuramente, dalla prima impressione di quella tua cassa cosí gonfiata un rimorso gli fosse nato, che non al gas, ma a ben altro si dovesse attribuire la causa di quella tua enorme gonfiatura. E ti confesso che mi sentii rimordere anch'io Momino, per tutte le notizie che t'ho date. Temetti veramente, che la presenza nostra ti potesse far dare da un istante all'altro, a non star zitti, una cosí formidabile sbuffata, da scagliarci addosso quella tua cassa squarciata in mille pezzi da ogni parte. Ma queste notizie, amico mio, tu dovresti ormai sapere perché e con che cuore io te le do; e non essere come gli altri che s'ostinano a non volere intendere perché venga tanta crudele apparenza di riso a tutto ciò che mi scappa dalla bocca. Come vuoi che faccia io, se mi diventa subito palese la frode che chiunque voglia vivere, solo perché vive, deve pur patire dalle proprie illusioni? La frode è inevitabile, Momo, perché necessaria è l'illusione. Necessaria la trappola che ciascuno deve, se vuol vivere, parare a se stesso. I piú non l'intendono. E tu hai un bel gridare: - Bada! bada! - Chi se l'è parata, appunto perché se l'è parata, ci dà dentro, e poi si mette a piangere e a gridare ajuto. Ora non ti pare che la crudeltà sia di questa beffa che fa a tutti la vita? E intanto dicono ch'è mia, solo perché io l'ho preveduta. Ma posso mai fingere di non capire, come tanti fanno, la vera ragione per cui quello ora piange e grida ajuto, e mostrare d'esser cieco anch'io, quando l'ho preveduta? Tu dici: - L'hai preveduta, perché tu non senti nulla! Ma come e che potrei vedere e prevedere veramente, se non sentissi nulla, Momino? E come aver questo riso che par tanto crudele? Questa crudeltà di riso, anzi, tanto piú è sincera, quanto e dove piú sembra voluta, perché appunto strazia prima degli altri me stesso là dove esteriormente si scopre come un giuoco ch'io voglia fare, crudele. Parlando a te cosí, per esempio, di tutte queste amarezze, che dovrebbero esser tue, e sono invece mie. Sai, poverina? era molto contenta però, oggi, tua moglie, e me lo diceva ritornando dal Verano, di saperti collocato bene ora, secondo i tuoi meriti in una tomba pulita, nuova e tutta per te. L'ho accompagnata fino al portone di casa, poi, dopo il tramonto, mi sono recato a passeggiare lungo la riva destra del Tevere oltre il recinto militare, in prossimità del Poligono. E qua ho assistito a una scenetta commovente, o che m'ha commosso per la speciale disposizione di spirito in cui mi trovavo. Per la vasta pianura, che serve da campo d'esercitazione alle milizie, una coppia di cavalli lasciati in libertà si spassavano a rincorrere un loro puledretto vivacissimo, il quale, springando di qua e di là e facendo mille sgambetti e giravolte, dimostrava di prender tanta allegrezza di quel giuoco. E anche il padre e la madre pareva che da tutto quel grazioso tripudio del figlio si sentissero d'un tratto ritornati giovani e in quel momento d'illusione si obliassero. Ma poco dopo, d'un tratto, come se nella corsa un'ombra fosse passata loro davanti, s'impuntarono, scossero piú volte, sbruffando, la testa e, stanchi e tardi, col collo basso andarono a sdrajarsi poco discosto. Invano il figlio cercò di scuoterli, di aizzarli novamente alla corsa e al gioco; rimasero lí serii e gravi, come sotto il peso d'una grande malinconia; e uno, che doveva essere il padre, scrollando lentamente la testa alle tentazioni del puledrino, mi parve che con quel gesto volesse significargli: "Figlio, tu non sai ciò che t'aspetta..." L'ombra già calata su la vasta pianura, faceva apparir fosco nell'ultima luce Monte Mario col cimiero dei cupi cipressi ritti nel cielo denso di vapori cinerulei, dai quali per uno squarcio in alto la luna assommava come una bolla. Cattivo tempo, domani, Momino! Eh, comincia a far freddo, e ho bisogno d'un soprabito nuovo e d'un nuovo parapioggia. Ho preso l'abitudine, sai? di stare ogni notte a guardare a lungo il cielo. Penso: "Qualcosa di Momino forse sarà ancora per aria, sperduta qua in mezzo ai nuovi misteriosi spettacoli che gli saranno aperti davanti". Perché sono nell'idea che c'è chi muore maturo per un'altra vita e chi no, e che quelli che non han saputo maturarsi su la terra siano condannati a tornarci, finché non avranno trovata la via d'uscita. Tu, per tanti rispetti, t'eri ben maturato per un'altra vita superiore; ma poi, all'ultimo, volesti commettere la bestialità di prender moglie, e vedrai che ti faranno tornare soltanto per questo. Neanch'io, per dir la verità, mi sento maturo per un'altra vita. Ahimè, per maturarmi bene, dovrei, con questo stomacuccio di taffetà che mi son fatto, digerir tante cose, che non riesco neppure a mandar giú: quel tuo signor Postella, per esempio! Quanto mi piacerebbe, se ci facessero tornare tutti e due insieme! Sono sicuro che, pur non avendo memoria della nostra vita anteriore, noi ci cercheremmo su la terra e saremmo amici come prima. Non rammento piú dov'abbia letto d'una antica credenza detta del Grande Anno, che la vita cioè debba riprodursi identica fin nei menomi particolari, dopo trenta mil'anni, con gli stessi uomini, nelle medesime condizioni d'esistenza, soggetti alla stessa sorte di prima, e non solo dotati dei sentimenti d'una volta, ma anche vestiti degli stessi panni: riproduzione, insomma, perfetta. Sarei propenso a immaginare tal credenza abbia avuto origine dal sogno di due esseri felici; ma poi non riesco a spiegarmi perché essi abbiano voluto assegnare un periodo cosí lungo al ritorno della loro felicità. Certo l'idea non poteva venire in mente a un disgraziato; e forse a nessuno oggi al mondo farebbe piacere la certezza che di qui a trenta mil'anni si ripeterà questa bella fantocciata dell'esistenza nostra. Il forte è morire. Morto, credo che nessuno vorrebbe rinascere. Che ne dici, Momino? Ah, tu già: ci hai qua tua moglie; me ne dimenticavo. Bisogna sempre parlare per conto proprio, a questo mondaccio. ...Mentre scrivo, in un bicchier d'acqua sul tavolino è caduto un insetto schifoso, esile, dalle ali piatte, a sei piedi, dei quali gli ultimi due lunghi, finissimi, atti a springare. Mi diverto a vederlo nuotare come un disperato, e osservo con ammirazione quanta fiducia esso serbi nell'agile virtú di que' due suoi piedi. Morrà certo ostinandosi a credere che essi sono ben capaci di springare anche sul liquido, ma che intanto qualcosina attaccata alle estremità gl'impicci nel salto; difatti, riuscendo vano ogni sforzo, coi piè davanti, nettandoli vivacemente, cerca distrigarsene. Lo salvo, Momino, sí o no? Se lo salvo, esso senza dubbio ne darà merito ai suoi piedi: affoghi dunque! E se invece fosse una graziosa farfallina rassegnata a morire? L'avrei tratta fuori da un pezzo, accuratamente... Oh carità umana corrotta dall'estetica! Ecco, o insetto infelice, il salvataggio: caccio la punta di questa penna nell'acqua, poi ti farò asciugare un po' al calore del lume e infine ti metterò fuori della finestra. Ma l'acqua in cui sei caduto, se permetti, non la berrò. E di qui a poco tu, attirato novamente dal lume, forse rientrerai nella stanza e verrai a punzecchiarmi con la piccola proboscide velenosa. Ognuno fa il suo mestiere nella vita: io, quello del galantuomo, e t'ho salvato. Addio! Notte serena. Mi trattengo un po' alla finestra a contemplare le stelle sfavillanti. Zrí, di tratto in tratto. È un pipistrello invisibile, che svola curioso, qui, davanti al vano luminoso aperto nel bujo della piazza deserta. Zrí: e par che mi domandi: "Che fai?" - Scrivo a un morto, amico pipistrello! E tu che fai? Che cosa è mai codesta tua vita nottambula? Svoli, e non lo sai; come io, del resto, non so che cosa sia la mia; io che pure so tante cose, le quali in fondo non mi hanno reso altro servizio che quello di crescere innanzi a gli occhi miei, alla mia mente, il mistero, ingrandendomelo con le cognizioni della pretesa scienza: bel servizio davvero! Che diresti tu, amico pipistrello, se a un tuo simile venisse in mente di scoprire un apparecchio da aggiustarti sotto le ali per farti volare piú alto e piú presto? Forse dapprima ti piacerebbe, ma, e poi? Quel che importa non è volare piú presto o piú piano, piú alto o piú basso, ma sapere perché si vola. E perché dovrebbe affrettarsi la tartaruga condannata a vivere una lunghissima vita? Nelle nostre favole intanto chiamiamo tarda e pigra la tartaruga, la quale, per aver tanto tempo davanti a sé, non si dà nessuna fretta, e chiamiamo pauroso il coniglio che al primo vederci scappa via. Ma se ai topi di campagna, ai grilli, alle lucertole, agli uccelli, noi domandassimo notizia del coniglio, chi sa che cosa ci risponderebbero, non certo però, che sia una bestia paurosa. O che forse pretenderebbero gli uomini che, al loro cospetto, il coniglio si rizzasse su due piedi e movesse loro incontro per farsi prendere e uccidere? Meno male che il coniglio non ci sente! meno male che non ha testa da ragionare a modo nostro; altrimenti avrebbe fondamento di credere che spesso tra gli uomini non debba correre molta differenza tra eroismo e imbecillità. E se per caso alla volpe, che ha la fama di savia, venisse in mente di comporre favole in risposta a tutte quelle che da gran tempo gli uomini van mettendo fuori calunniando le bestie; quanta materia non le offrirebbero queste scoperte umane, pipistrello mio, e questa scienza umana. Ma la volpe non ci si metterebbe, perché son sicuro che con la sua sagacia intenderebbe che, se per modo d'esempio, un favolista fa parlare un asino come un uomo sciocco, sciocco non è l'asino, ma asino è l'uomo. Basta; chiudo la finestra, Momino: vado a letto. Filosofia, eh? questa notte: un po' animalesca veramente, con quei cavalli a principio, e poi con quell'insetto e ora il pipistrello e la tartaruga e il coniglio e la volpe e l'asino e l'uomo... CAPITOLO CINQUE Comprendo che il tempo (quello almeno abbocconato in giorni e lunazioni e mesi dai nostri calendarii) per te ormai è come nulla; ma io mi ero fatta l'illusione che, per mio mezzo, un barlume di vita potesse inalbarti il bujo in cui sei caduto, e la mia voce, che pure è grossa, venir come vocina di ragnatelo a vellicare, non che altro, l'umido e nudo silenzio intorno a te. Sono passati dieci mesi, Momo; te ne sei accorto? Ti ho lasciato al bujo dieci mesi, senza scriverti un rigo... Ma sta' pur sicuro che non hai perduto nulla di nuovo: il mondo è sempre porco a un modo e sciocco forse un po' peggio. Non credere che t'abbia un solo istante dimenticato. Mi ha prima distratto dallo scriverti ogni sera la ricerca d'un nuovo alloggio; poi ho pensato: "Ma davvero non saprei adattarmi a vivere in queste tre stanzette? Perché cerco una casa piú ampia? per vedermi forse crescere attorno la solitudine?". E quest'ultimo pensiero mi ha gettato in preda a una tristezza indicibile. Ah, per i vecchi che restano soli (e senza neanche la propria casa, aggiungi!) gli ultimi giorni sono proprio intollerabili. Mi ritorna viva nell'anima l'impressione che provavo da giovine nel vedere per via qualche vecchio trascinare pesantemente le membra debellate dalla vita. Io li seguivo un tratto, assorto, quei poveri vecchi, osservando ogni loro movimento e le gambe magre, piegate, i piedi che pareva non potessero spiccicarsi da terra, la schiena curva, le mani tremule, il collo proteso e quasi schiacciato sotto un giogo disumano, di cui gli occhi risecchi, senza ciglia, nel chiudersi, esprimevano il peso e la pena. E provavo una profonda ambascia, ch'era insieme oscura costernazione e dispetto della vita, la quale si spassa a ridurre in cosí miserando stato le sue povere creature. Per tutti coloro a cui torna conto restare scapoli, la porta della vita dovrebbe chiudersi su la soglia della vecchiaja, buono e tranquillo albergo soltanto per i nonni, cioè per chi vi entra munito del dolce presidio dei nipoti. Gli scapoli maturi dovrebbero interdirsene l'entrata, o entrarci appajati da fratelli, com'era mia intenzione. Ma tu, nel meglio, mi tradisti; frutto del tradimento, la tua morte affrettata: maggior danno però, forse, per me rimasto cosí solo e abbandonato, che per te colpevole verso l'amico di tanta ingiustizia, per non dire ingratitudine. Lasciami sfogare: ho traversato un periodo crudele. A un certo punto, ho fatto le valige, e via! Ho voluto rivedere i tre laghi e, con particolar desiderio, quello di Lugano che, date le condizioni d'animo con cui avevo intrapreso il primo viaggio, al tempo del tuo matrimonio, mi aveva fatto maggiore impressione. Sono rimasto disilluso! Eppure dicono che i vecchi non riescono a veder piú le cose come sono, bensí come le hanno altra volta vedute. Piú d'ogni altro mi ha fatto dispetto un certo gruppo d'alberi, di cui avevo serbato memoria, che fossero altissimi e superbi. Li ho ritrovati all'incontro quasi nani e storti, umili e polverosi: li ho guardati a lungo, non credendo agli occhi miei; ma erano ben dessi, senz'alcun dubbio, lí, al lor posto; e ho sentito in fine come se essi avessero risposto cosí alla mia disillusione: "Hai fatto male, vecchio, a ritornare! Eravamo per te alberi altissimi e superbi; ma, vedi ora? Noi siamo stati sempre cosí, tristi e meschini..." Senza i tuoi augurii, ho compito a Moltrasio sul lago di Como sessant'anni. In un'umile trattoria ho alzato il bicchiere e borbottato: - Tommaso, crepa presto! Sono ritornato a Roma l'altro jeri. E ora dovrei venire alle cose brutte per te; ma sento che non mi è possibile. L'immagine di quella tua cassa gonfia m'occupa come un incubo lo spirito, e penso che, se non è ancora scoppiata, scoppierebbe, se ti dicessi ciò che sta per avvenire a casa tua. Io non ci posso portare, amico mio, nessun rimedio. T'ho detto che in principio fui distratto dallo scriverti dalla ricerca d'una nuova casa; ma non te n'ho detto la vera ragione, come poi del mio viaggio lassú. Ti basti sapere che tua moglie voleva che mi riprendessi i mobili di mia pertinenza, che sono ancora nella casa che fu nostra, e che, alla mia assicurazione che non sapevo piú che farmene né dove metterli e che perciò se li tenesse pure considerandoli ormai come suoi, mi rimandò l'assegno mensile, dicendomi di non averne piú bisogno. Pare difatti che suo cognato abbia intrapreso non so che negozio molto lucroso su medicinali con un suo socio di Napoli, per cui la salute, amico mio, diventerà sempre piú preziosa; perché, con questo negozio, povero a chi la perde e vorrà riacquistarla. Tua moglie usufruirà indirettamente di questo negozio, perché quel socio di Napoli pare che abbia un fratello, e pare che questo fratello, venuto a Roma per concludere la società, la abbia conclusa includendovi, per conto suo, tua moglie. Sí, amico mio. Ella sposerà tra poco questo fratello del socio di Napoli. Ma io non me ne sarei scappato in Isvizzera per un caso cosí ordinario, perdonami, e cosí facilmente prevedibile, se... Insomma, Momo, faccio conto che la tua cassa sia già scoppiata, e te lo dico. Tua moglie, con l'ajuto del signor Postella, ha avuto il coraggio di farmi intendere chiaramente che a un solo patto avrebbe respinto la profferta di matrimonio di quel fratello del socio di Napoli. E sai a qual patto? A patto che la sposassi io. Capisci? Io. Tua moglie. E sai perché? Per usare un ultimo riguardo alla tua santa memoria. Ebbene, Momo, credi ch'io me ne sia scappato in Isvizzera per indignazione? No, Momo. Me ne sono scappato, perché stavo per cascarci. Sí, amico mio. Come un imbecille. E se imbecille non ti basta, di', di' pure come vuoi. Mi piglio tutto. Non ha altra ragione quest'interruzione di dieci mesi nella nostra corrispondenza. Fin dov'ero arrivato, fin dov'ero arrivato, amico mio! Ero arrivato fino al punto d'accordarmi col pensiero che tu stesso, proprio tu mi persuadessi a sposare tua moglie, con tante considerazioni che, sebbene fondate in un proponimento disperato, tuttavia mi pareva di doverle riconoscere una piú giusta dell'altra, una piú dell'altra assennata. Sí. Per te, e per lei, giuste e assennate. Per te, in quanto dovesse riuscirti assai meno ingrato che la sposassi io, tua moglie, anziché un estraneo, perché cosí tu potevi esser sicuro di rimaner sempre terzo in ispirito nella famiglia, senz'essere mai dimenticato. Per lei, in quanto, se da una parte non s'avvantaggiava lasciando di sposare uno molto piú giovane di me, dall'altra certamente ci avrebbe guadagnato la sicurezza assoluta dell'esistenza, la tranquillità, il poter rimanere nella propria casa, senz'abbassamento o mutamento di stato. E poi il piacere velenoso per te di vedermi fare, anche piú vecchio di te, quello per cui, in vita, tanto ti condannai. Ho potuto capire a tempo, per fortuna, tutto l'orrore della vita, amico mio, nei riguardi di chi muore. E che un vero delitto è seguitare a dare ai morti notizie della vita: di quella stessa vita, di cui dentro di noi fu composta la loro realtà finché vissero, e che seguitando a durare nel nostro ricordo finché noi viviamo, è naturale che ormai senza difesa e immeritamente debba esserne straziata. Parlandoti della vita, potevo arrivare, come niente, povero Momino mio, a concludere queste notizie del mondo con l'inviarti in un cartoncino litografato la partecipazione delle mie nozze con tua moglie. Hai capito? E dunque, basta, via. Finiamola. Fine della novella: NOTIZIE DEL MONDO Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]