LONTANO (prima parte), dalla quinta raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le regisrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. LONTANO (prima parte) CAPITOLO UNO Dopo aver cercato inutilmente dappertutto questo e quel capo di vestiario e avere imprecato: - Porco diavolo! - non si sa quante volte, tra sbuffi e grugniti e ogni sorta di gesti irosi, alla fine Pietro Mílio (o Don Paranza come lo chiamavano in paese) sentí il bisogno d'offrirsi uno sfogo andando a gridare alla parete che divideva la sua camera da quella della nipote Venerina: - Dormi, sai! fino a mezzogiorno, cara. Ti avverto però che oggi non c'è lo sciocco che piglia pesci per te. E veramente quella mattina don Paranza non poteva andare alla pesca, come da tanti anni era solito. Gli toccava invece (porco diavolo!) vestirsi di gala, o impuparsi secondo il suo modo di dire. Già! perché era viceconsole, lui, di Svezia e Norvegia. E Venerina, che dalla sera avanti sapeva del prossimo arrivo del nuovo piroscafo norvegese - ecco qua - non gli aveva preparato né la camicia inamidata, né la cravatta, né i bottoni, né la finanziera: nulla, insomma. In due cassetti del canterano, in luogo delle camíce, aveva intravisto una fuga di spaventatissimi scarafaggi. - Comodi! Comodi! Scusate del disturbo! Nel terzo, una sola camicia, chi sa da quanto tempo inamidata, ingiallita. Don Paranza l'aveva tratta fuori con due dita, cautamente, come se anche quella avesse temuto abitata dai prolifici animaletti dei due piani superiori; poi, osservando il collo, lo sparato e i polsini sfilacciati: - Bravi! - aveva aggiunto. - Avete messo barba? E s'era dato a stropicciare sulle sfilàcciche un mozzicone di candela stearica. Era chiaro che tutte le altre camíce (che non dovevano poi esser molte) stavano ad aspettare da mesi dentro la cesta della biancheria da mandare al bucato i vapori mercantili di Svezia e Norvegia. Viceconsole della Scandinavia a Porto Empedocle, don Paranza faceva nello stesso tempo anche da interprete su i rari piroscafi che di là venivano a imbarcar zolfo. A ogni vapore, una camicia inamidata: non piú di due o tre l'anno. Per amido, poca spesa. Certo non avrebbe potuto vivere con gli scarsi proventi di questa saltuaria professione, senza l'ajuto della pesca giornaliera e di una misera pensioncina di danneggiato politico. Perché, sissignori, bestia non era soltanto da jeri - come egli stesso soleva dire: - bestione era sempre stato: aveva combattuto per questa cara patria, e s'era rovinato. Cara-patria perciò era anche il nome con cui chiamava qualche volta la sua miserabile finanziera. Venuto da Girgenti ad abitare alla Marina, come allora si chiamavano quelle quattro casucce sulla spiaggia, alle cui mura, spirando lo scirocco, venivano a rompersi furibondi i cavalloni, si ricordava di quando Porto Empedocle non aveva che quel piccolo molo, detto ora Molo Vecchio, e quella torre alta, fosca, quadrata, edificata forse per presidio dagli Aragonesi, al loro tempo, e dove si tenevano ai lavori forzati i galeotti: i soli galantuomini del paese, poveretti! Allora sí Pietro Mílio faceva denari a palate! Di interpreti, per tutti i vapori mercantili che approdavano nel porto, non c'era altri che lui e quella pertica sbilenca di Agostino Di Nica, che gli veniva appresso, allora, come un cagnolino affamato per raccattar le briciole ch'egli lasciava cadere. I capitani, di qualunque nazione fossero, dovevano contentarsi di quelle quattro parole di francese che scaraventava loro in faccia, imperterrito, con pretto accento siciliano: - mossiurre, sciosse, ecc. - Ma la cara patria! la cara patria! Una sola, veramente, era stata la bestialità di don Paranza: quella di aver avuto vent'anni, al Quarantotto. Se ne avesse avuti dieci o cinquanta, non si sarebbe rovinato. Colpa involontaria, dunque. Nel bel meglio degli affari, compromesso nelle congiure politiche, aveva dovuto esulare a Malta. La bestialità d'averne ancora trentadue al Sessanta era stata, si sa! conseguenza naturale della prima. Già a Malta, a La Valletta, in quei dodici anni, s'era fatto un po' di largo, ajutato dagli altri fuorusciti. Ma il Sessanta! Ci pensava e fremeva ancora. A Milazzo, una palla in petto: e di quel regalo d'un soldato borbonico misericordioso non aveva saputo approfittare: - era rimasto vivo! Tornato a Porto Empedocle, aveva trovato il paese cresciuto quasi per prodigio, a spese della vecchia Girgenti che, sdrajata su l'alto colle a circa quattro miglia dal mare, si rassegnava a morir di lenta morte, per la quarta o la quinta volta, guardando da una parte le rovine dell'antica Acragante, dall'altra il porto del nascente paese. E al suo posto il Mílio aveva trovato tant'altri interpreti, uno piú dotto dell'altro, in concorrenza fra loro. Agostino Di Nica, dopo la partenza di lui per l'esilio, rimasto solo, s'era fatto d'oro e aveva smesso di far l'interprete per darsi al commercio con un vaporetto di sua proprietà, che andava e veniva come una spola tra Porto Empedocle e le due vicine isolette di Lampedusa e di Pantelleria. - Agostino, e la patria? Il Di Nica, serio serio, picchiava con una mano su i dindi nel taschino del panciotto: - Eccola qua! Era rimasto però tal quale, bisognava dirlo, senza superbia. Madre natura, nel farlo, non s'era dimenticata del naso. Che naso! Una vela! In capo, quella stessa berrettina di tela, dalla visiera di cuojo; e a tutti coloro che gli domandavano perché, con tanti bei denari, non si concedesse il lusso di portare il cappello: - Non per il cappello, signori miei, - rispondeva invariabilmente, - ma per le conseguenze del cappello. Beato lui! - "A me, invece, - pensava don Paranza, - con tutta la mia miseria, mi tocca d'indossare la finanziera e d'impiccarmi in un colletto inamidato. Sono viceconsole, io!" Sí, e se qualche giorno non gli riusciva di pigliar pesci, correva il rischio d'andare a letto digiuno, lui e la nipote, quella povera orfana lasciatagli dal fratello, anche lui cosí sfortunato che appena sbarcato in America vi era morto di febbre gialla. Ma don Paranza aveva in compenso le medaglie del Quarantotto e del Sessanta. Con la canna della lenza in mano e gli occhi fissi al sughero galleggiante, assorto nei ricordi della sua lunga vita, gli avveniva spesso di tentennare amaramente il capo. Guardava le due scogliere del nuovo porto, ora tese al mare come due lunghe braccia per accogliere in mezzo il piccolo Molo Vecchio, al quale, in grazia della banchina, era stato serbato l'onore di tener la sede della Capitaneria e la bianca torre del faro principale; guardava il paese che gli si stendeva davanti agli occhi, da quella torre detta il Rastiglio a piè del Molo fino alla stazione ferroviaria laggiú e gli pareva che, come su lui gli anni e i malanni, cosí fossero cresciute tutte quelle case là, quasi l'una su l'altra, fino ad arrampicarsi all'orlo dell'altipiano marnoso che incombeva sulla spiaggia col suo piccolo e bianco cimitero lassú, col mare davanti, e dietro la campagna. La marna infocata, colpita dal sole cadente, splendeva bianchissima mentre il mare, d'un verde cupo, di vetro, presso la riva, s'indorava tutto nella vastità tremula dell'ampio orizzonte chiuso da Punta Bianca a levante, da Capo Rossello a ponente. Quell'odore del mare tra le scogliere, l'odore del vento salmastro che certe mattine nel recarsi alla pesca lo investiva cosí forte da impedirgli il respiro o il passo facendogli garrire addosso la giacca e i calzoni, l'odore speciale che la polvere dello zolfo sparsa dappertutto dava al sudore degli uomini affaccendati, l'odore del catrame, l'odore dei salati, l'afrore che esalava sulla spiaggia dalla fermentazione di tutto quel pacciame d'alghe secche misto alla rena bagnata, tutti gli odori di quel paese cresciuto quasi con lui erano cosí pregni di ricordi per don Paranza che, non ostante la miseria della sua vita, era per lui un rammarico pensare che gli anni che facevano lui vecchio erano invece la prima infanzia del paese; tanto vero che il paese prendeva sempre piú, di giorno in giorno, vita coi giovani, e lui vecchio era lasciato indietro, da parte e non curato. Ogni mattina, all'alba, dalla scalinata di Montoro, il grido tre volte ripetuto d'un banditore dalla voce formidabile chiamava tutti al lavoro sulla spiaggia: - Uomini di mare, alla fatica! Don Paranza li udiva dal letto, ogni alba, quei tre appelli e si levava anche lui, ma per andarsene alla pesca, brontolando. Mentre si vestiva, sentiva giú stridere i carri carichi di zolfo, carri senza molle, ferrati, traballanti sul brecciale fradicio dello stradone polveroso popolato di magri asinelli bardati, che arrivavano a frotte, anch'essi con due pani di zolfo a contrappeso. Scendendo alla spiaggia, vedeva le spigonare, dalla vela triangolare ammainata a metà su l'albero, in attesa del carico, oltre il braccio di levante, lungo la riva, sulla quale si allineava la maggior parte dei depositi di zolfo. Sotto alle cataste s'impiantavano le stadere, sulle quali lo zolfo era pesato e quindi caricato sulle spalle degli uomini di mare protette da un sacco commesso alla fronte. Scalzi, in calzoni di tela, gli uomini di mare recavano il carico alle spigonare, immergendosi nell'acqua fino all'anca, e le spigonare, appena cariche, sciolta la vela, andavano a scaricare lo zolfo nei vapori mercantili ancorati nel porto o fuori. Cosí, fino al tramonto del sole, quando lo scirocco non impediva l'imbarco. E lui? Lui lí, con la canna della lenza in mano. E non di rado, scotendo rabbiosamente quella canna, gli avveniva di borbottare nella barba lanosa che contrastava col bruno della pelle cotta dal sole e con gli occhi verdastri e acquosi: - Porco diavolo! Non m'hanno lasciato neanche pesci nel mare! CAPITOLO DUE Seduta sul letto, coi capelli neri tutti arruffati e gli occhi gonfi dal sonno, Venerina non si risolveva ancora a uscire dalla sua cameretta, quando udí per la scala uno scalpiccío confuso tra ànsiti affannosi e la voce dello zio che gridava: - Piano, piano! Eccoci arrivati. Corse ad aprire la porta; s'arrestò sgomenta, stupita, esclamando: - Oh Dio! Che è? Davanti alla porta, per l'angusta scala, una specie di barella sorretta penosamente da un gruppo di marinaj ansanti, costernati. Sotto un'ampia coperta d'albagio qualcuno stava a giacere su quella barella. - Zio! Zio! - gridò Venerina. Ma la voce dello zio le rispose dietro quel gruppo d'uomini che s'affannava a salire gli ultimi gradini. - Niente; non ti spaventare! Ho fatto pesca anche stamattina! La grazia di Dio non ci abbandona. Piano, piano, figliuoli: siamo arrivati. Qua, entrate. Ora lo adageremo sul mio letto. Venerina vide accanto allo zio un giovine di statura gigantesca, straniero all'aspetto, biondo, e dal volto un po' affumicato, che reggeva sotto il braccio una cassetta; poi chinò gli occhi su la barella, che i marinaj, per riprender fiato, avevano deposta presso l'entrata, e domandò: - Chi è? Che è avvenuto? - Pesce di nuovo genere, non ti confondere! - le rispose don Pietro, promovendo il sorriso dei marinaj che s'asciugavano la fronte. - Vera grazia di Dio! Sú, figliuoli: sbrighiamoci. Di qua, sul mio letto. E condusse i marinaj col triste carico nella sua camera ancora sossopra. Lo straniero, scostando tutti, si chinò su la barella; ne tolse via cautamente la coperta, e sotto gli occhi di Venerina raccapricciata scoprí un povero infermo quasi ischeletrito, che sbarrava nello sgomento certi occhi enormi d'un cosí limpido azzurro, che parevano quasi di vetro, tra la squallida magrezza del volto su cui la barba era rispuntata; poi, con materna cura, lo sollevò come un bambino e lo pose a giacere sul letto. - Via tutti, via tutti! - ordinò don Pietro. - Lasciamoli soli, adesso. Per voi, figliuoli, penserà il capitano dell'Hammerfest. - E, richiuso l'uscio, aggiunse, rivolto alla nipote: - Vedi? Poi dici che non siamo fortunati. Un vapore a ogni morte di papa; ma quell'uno che arriva, è la manna! Ringraziamo Dio. - Ma chi è? Si può sapere che è avvenuto? - domandò di nuovo Venerina. E don Paranza: - Niente! Un marinajo malato di tifo, agli estremi. Il capitano m'ha visto questa bella faccia di minchione e ha detto: "Guarda, voglio farti un regaluccio, brav'uomo". Se quel poveraccio moriva in viaggio, finiva in bocca a un pesce-cane; invece è voluto arrivare fino a Porto Empedocle, perché sapeva che c'era Pietro Mílio, pesce-somaro. Basta. Andrò oggi stesso a Girgenti per trovargli posto all'ospedale. Passo prima da tua zia donna Rosolina! Voglio sperare che mi farà la grazia di tenerti compagnia finché io non ritornerò da Girgenti. Speriamo che, per questa sera, sia tutto finito. Aspetta oh... debbo dire... Riaprí l'uscio e rivolse qualche frase in francese a quel giovane straniero, che chinò piú volte il capo in risposta; poi, uscendo, soggiunse alla nipote: - Mi raccomando: te ne starai di là, in camera tua. Vado e torno con tua zia. Per istrada, alla gente che gli domandava notizie, seguitò a rispondere senza nemmeno voltarsi: - Pesca, pesca: tricheco! Forzando la consegna della serva, s'introdusse in casa di donna Rosolina. La trovò in gonnella e camicia, con le magre braccia nude e un asciugamani su le spallucce ossute, che s'apparecchiava il latte di crusca per lavarsi la faccia. - Maledizione! - strillò la zitellona cinquantaquattrenne, riparandosi d'un balzo dietro una cortina. - Chi entra? Che modo! - Ho gli occhi chiusi, ho gli occhi chiusi! - protestò Pietro Mílio. - Non guardo le vostre bellezze! - Subito, voltatevi! - ordinò donna Rosolina. Don Pietro obbedí e, poco dopo, udí l'uscio della camera sbatacchiare furiosamente. Attraverso quell'uscio, allora, egli le narrò ciò che gli era accaduto, pregandola di far presto. Impossibile! Lei, donna Rosolina, uscir di casa a quell'ora? Impossibile! Caso eccezionale, sí. Ma quel malato, era vecchio o giovane? - Santo nome di Dio! - gemette don Pietro. - Alla vostra età, dite sul serio? Né vecchio, né giovane: è moribondo. Sbrigatevi! Ah sí! prima che donna Rosolina si risolvesse a licenziarsi dalla propria immagine nello specchio, dovette passare piú di un'ora. Si presentò alla fine tutta aggeggiata, come una bertuccia vestita, l'ampio scialle indiano con la frangia fino a terra, tenuto sul seno da un gran fermaglio d'oro smaltato con pendagli a lagrimoni, grossi orecchini agli orecchi, la fronte simmetricamente virgolata da certi mezzi riccetti unti non si sa di qual manteca, e tinte le guance e le labbra. - Eccomi, eccomi... E gli occhietti lupigni, guarniti di lunghissime ciglia, lappoleggiando, chiesero a don Pietro ammirazione e gratitudine per quell'abbigliamento straordinariamente sollecito. (Ben altro un tempo quegli occhi avevano chiesto a don Pietro: ma questi, Pietro di nome, pietra di fatto.) Trovarono Venerina su tutte le furie. Quel giovine straniero s'era arrischiato a picchiare all'uscio della camera, dove ella s'era chiusa, e chi sa che cosa le aveva bestemmiato nella sua lingua; poi se n'era andato. - Pazienza, pazienza fino a questa sera! - sbuffò don Paranza. - Ora scappo a Girgenti. Di', un po': lui, il malato, s'è sentito? Tutti e tre entrarono pian pianino per vederlo. Restarono, trattenendo il fiato, presso la soglia. Pareva morto. - Oh Dio! - gemette donna Rosolina. - Io ho paura! Non ci resisto. - Ve ne starete di là, tutt'e due, - disse don Pietro. - Di tanto in tanto vi affaccerete qua all'uscio, per vedere come sta. Tirasse almeno avanti ancora un pajo di giorni! Ma mi par proprio ch'accenni d'andarsene e non mi mancherebbe altro! Ah che bei guadagni, che bei guadagni mi dà la Norvegia! Basta: lasciatemi scappare. Donna Rosolina lo acchiappò per un braccio. - Dite un po': è turco o cristiano? - Turco, turco: non si confessa! - rispose in fretta don Pietro. - Mamma mia! Scomunicato! - esclamò la zitellona, segnandosi con una mano e tendendo l'altra per portarsi via Venerina fuori di quella camera. - Sempre cosí! - sospirò poi, nella camera della nipote, alludendo a don Pietro che già se n'era andato. - Sempre con la testa tra le nuvole! Ah, se avesse avuto giudizio... E qui donna Rosolina, che toglieva ogni volta pretesto dalle continue disgrazie di don Paranza per parlare con mille reticenze e sospiri del suo mancato matrimonio, anche in quest'ultima volle vedere la mano di Dio, il castigo, il castigo d'una colpa remota di lui: quella di non aver preso lei in moglie. Venerina pareva attentissima alle parole della zia; pensava invece, assorta, con un senso di pauroso smarrimento, a quell'infelice che moriva di là, solo, abbandonato, lontano dal suo paese, dove forse moglie e figliuoli lo aspettavano. E a un certo punto propose alla zia d'andare a vedere come stesse. Andarono strette l'una all'altra, in punta di piedi, e si fermarono poco oltre la soglia della camera, sporgendo il capo a guardare sul letto. L'infermo teneva gli occhi chiusi: pareva un Cristo di cera, deposto dalla croce. Dormiva o era morto? Si fecero un po' piú avanti; ma al lieve rumore, l'infermo schiuse gli occhi, quei grandi occhi celesti, attoniti. Le due donne si strinsero vieppiú tra loro; poi, vedendogli sollevare una mano e far cenno di parlare, scapparono via con un grido, a richiudersi in cucina. Sul tardi, sentendo il campanello della porta, corsero ad aprire; ma, invece di don Pietro, si videro davanti quel giovine straniero della mattina. La zitellona corse ranca ranca a rintanarsi di nuovo; ma Venerina, coraggiosamente, lo accompagnò nella camera dell'infermo già quasi al bujo, accese una candela e la porse allo straniero, che la ringraziò chinando il capo con un mesto sorriso; poi stette a guardare, afflitta: vide che egli si chinava su quel letto e posava lieve una mano su la fronte dell'infermo, sentí che lo chiamava con dolcezza: - Cleen... Cleen. Ma era il nome, quello, o una parola affettuosa? L'infermo guardava negli occhi il compagno, come se non lo riconoscesse; e allora ella vide il corpo gigantesco di quel giovine marinajo sussultare, lo sentí piangere, curvo sul letto, e parlare angosciosamente, tra il pianto, in una lingua ignota. Vennero anche a lei le lagrime agli occhi. Poi lo straniero, voltandosi, le fece segno che voleva scrivere qualcosa. Ella chinò il capo per significargli che aveva compreso e corse a prendergli l'occorrente. Quando egli ebbe finito, le consegnò la lettera e una borsetta. Venerina non comprese le parole ch'egli le disse, ma comprese bene dai gesti e dall'espressione del volto, che le raccomandava il povero compagno. Lo vide poi chinarsi di nuovo sul letto a baciare piú volte in fronte l'infermo, poi andar via in fretta con un fazzoletto su la bocca per soffocare i singhiozzi irrompenti. Donna Rosolina poco dopo, tutta impaurita, sporse il capo dall'uscio e vide Venerina che se ne stava seduta, lí, come se nulla fosse, assorta, e con gli occhi lagrimosi. - Ps, ps! - la chiamò, e col gesto le disse: - che fai? sei matta? Venerina le mostrò la lettera e la borsetta, che teneva ancora in mano e le accennò d'entrare. Non c'era piú da aver paura. Le narrò a bassa voce la scena commovente tra i due compagni, e la pregò che sedesse anche lei a vegliare quel poveretto che moriva abbandonato. Nel silenzio della sera sopravvenuta sonò a un tratto, acuto, lungo, straziante, il fischio d'una sirena, come un grido umano. Venerina guardò la zia, poi l'infermo sul letto, avvolto nell'ombra, e disse piano: - Se ne vanno. Lo salutano. CAPITOLO TRE - Zio, come si dice bestia in francese? Pietro Mílio, che stava a lavarsi in cucina, si voltò con la faccia grondante a guardare la nipote: - Perché? Vorresti chiamarmi in francese? Si dice bête, figlia mia: bête bête! E dimmelo forte, sai! Altro che bestia si meritava d'esser chiamato. Da circa due mesi teneva in casa e cibava come un pollastro quel marinaio piovutogli dal cielo. A Girgenti - manco a dirlo! - non aveva potuto trovargli posto all'ospedale. Poteva buttarlo in mezzo alla strada? Aveva scritto al Console di Palermo - ma sí! - Il Console gli aveva risposto che desse ricetto e cura al marinajo dell'Hammerfest, fin tanto che esso non fosse guarito, o - nel caso che fosse morto - gli desse sepoltura per bene, che delle spese poi avrebbe avuto il rimborso. Che genio, quel Console! Come se lui, Pietro Mílio, potesse anticipare spese e dare alloggio ai malati. Come? dove? Per l'alloggio, sí: aveva ceduto all'infermo il suo letto, e lui a rompersi le ossa sul divanaccio sgangherato che gli cacciava tra le costole le molle sconnesse, cosí che ogni notte sognava di giacer lungo disteso sulle vette di una giogaja di monti. Ma per la cura, poteva andare dal farmacista, dal droghiere, dal macellajo a prender roba a credito, dicendo che la Norvegia avrebbe poi pagato? - Lí, boghe e cefaletti, il giorno, e gronghi la sera, quando ne pescava; e se no, niente! Eppure quel povero diavolo era riuscito a non morire! Doveva essere a prova di bomba, se non ci aveva potuto neanche il medico del paese, che aveva tanto buon cuore e tanta carità di prossimo da ammazzare almeno un concittadino al giorno. Non diceva cosí, perché in fondo volesse male a quel povero straniero; no, ma - porco diavolo! - esclamava don Pietro - chi piú poveretto di me? Manco male che, fra pochi giorni, si sarebbe liberato. Il Norvegese, ch'egli chiamava L'arso (si chiamava Lars Cleen), era già entrato in convalescenza, e di lí a una, a due settimane al piú, si sarebbe potuto mettere in viaggio. Ne era tempo, perché donna Rosolina non voleva piú saperne di far la guardia alla nipote: protestava d'esser nubile anche lei e che non le pareva ben fatto che due donne stessero a tener compagnia a quell'uomo ch'ella credeva veramente turco, e perciò fuori della grazia di Dio. Già si era levato di letto, poteva muoversi e... e... non si sa mai! Donna Rosolina non aggiungeva, in queste rimostranze a don Pietro, che il contegno di Venerina, verso il convalescente, da un pezzo non le garbava piú. Il convalescente pareva uscito dalla malattia mortale quasi di nuovo bambino. Il sorriso, lo sguardo degli occhi limpidi avevano proprio una espressione infantile. Era ancora magrissimo; ma il volto gli s'era rasserenato, la pelle gli si ricoloriva leggermente; e gli rispuntavano piú biondi, lievi, aerei, i capelli che gli erano caduti durante la malattia. Venerina, nel vederlo cosí timido, smarrito nella beatitudine di quel suo rinascere in un paese ignoto, tra gente estranea, provava per lui una tenerezza quasi materna. Ma tutta la loro conversazione si riduceva, per Venerina che non intendeva il francese e tanto meno il norvegese, a una variazione di tono nel pronunziare il nome di lui, Cleen. Cosí, se egli si ricusava, arricciando il naso, scotendo la testa, di prendere qualche medicina o qualche cibo, ella pronunziava quel Cleen con voce cupa, d'impero, aggrottando le ciglia su gli occhi fermi, severi, come per dire: "Obbedisci: non ammetto capricci!". - Se poi egli, in uno scatto di gioconda tenerezza, vedendosela passar da presso, le tirava un po' la veste, col volto illuminato da un sorriso di gratitudine e di simpatia, Venerina strascicava quel Cleen in una esclamazione di stupore e di rimprovero, come se volesse dirgli: "Sei matto?". Ma lo stupore era finto, il rimprovero dolce: espressi l'uno e l'altro per ammansare gli scrupoli di donna Rosolina che, assistendo a quelle scene, sarebbe diventata di centomila colori, se non avesse avuto sulle magre gote quella patina di rossetto. Anche lei, Venerina, si sentiva quasi rinata. Avvezza a star sempre sola, in quella casa povera e nuda, senza cure intime, senza affetti vivi, da un pezzo s'era abbandonata a un'uggia invincibile, a un tedio smanioso: il cuore le si era come isterilito, e la sterilità del sentimento si disfaceva in lei nella pigrizia piú accidiosa. Lei stessa, ora, non avrebbe saputo spiegarsi perché le andasse tanto di sfaccendare per casa, lietamente, di levarsi per tempo e d'acconciarsi. - Miracoli! Miracoli! - esclamava don Paranza, rincasando la sera, con gli attrezzi da pesca, tutto fragrante di mare. Trovava ogni cosa in ordine: la tavola apparecchiata, pronta la cena. - Miracoli! Entrava nella camera dell'infermo, fregandosi le mani: - Bon suarre, mossiur Cleen, bon suarre! - Buona sera, - rispondeva in italiano il convalescente, sorridendo, staccando e quasi incidendo con la pronunzia le due parole. - Come come? - esclamava allora don Pietro stupito, guardando Venerina che rideva, e poi donna Rosolina che stava seria, seduta, intozzata su di sé, con le labbra strette e le palpebre gravi, semichiuse. A poco a poco Venerina era riuscita a insegnare allo straniero qualche frase italiana e un po' di nomenclatura elementare, con un mezzo semplicissimo. Gl'indicava un oggetto nella camera e lo costringeva a ripeterne piú e piú volte il nome, finché non lo pronunziasse correttamente: - bicchiere, letto, seggiola, finestra... - E che risate quando egli sbagliava, risate che diventavano fragorose se s'accorgeva che la zia zitellona, legnosa nella sua pudibonda severità, per non cedere al contagio del riso si torturava le labbra, massime quando l'infermo accompagnava con gesti comicissimi quelle parole staccate, telegrafando cosí a segni le parti sostanziali del discorso che gli mancavano. Ma presto egli poté anche dire: aprire, chiudere finestra, prendere bicchiere, e anche voglio andare letto. Se non che, imparato quel voglio, cominciò a farne frequentissimo uso, e l'impegno che metteva nel superare lo stento della pronunzia, dava un piú reciso tono di comando alla parola. Venerina ne rideva, ma pensò d'attenuare quel tono insegnando all'infermo di premettere ogni volta a quel voglio un prego. Prego, sí, ma poiché egli non riusciva a pronunziare correttamente questa nuova parola, quando voleva qualche cosa, aspettava che Venerina si voltasse a guardarlo, e allora congiungeva le mani in segno di preghiera e quindi spiccicava piú che mai imperioso e reciso il suo voglio. La premessa di quel segno di preghiera era assolutamente necessaria ogni qual volta egli voleva presso di sé lo stipetto che il compagno gli aveva portato dal piroscafo, il giorno in cui ne era sceso moribondo. Venerina glielo porgeva ogni volta di malanimo e senza il garbo consueto. Quella cassetta rappresentava per lui la patria lontana: c'erano tutti i suoi ricordi e tante lettere e alcuni ritratti. Guardandolo obliquamente, mentr'egli rileggeva qualcuna di quelle lettere, o se ne stava astratto, con gli occhi invagati, Venerina lo vedeva quasi sotto un altro aspetto, come se fosse avvolto in un'altra aria che lo allontanasse da lei all'improvviso, e notava tante particolarità della diversa natura di lui, non mai prima notate. Quella cassetta, in cui egli frugava con tanta insistenza, le richiamava davanti agli occhi l'immagine di quell'altro marinajo che lo aveva sollevato dalla barella come un bambino per deporlo sul letto, lí, e poi se n'era andato, piangendo. Ed ella si era presa tanta cura di quell'abbandonato! Chi era egli? Donde veniva? Quali ricordi custodiva con tanto amore in quella cassetta? Venerina scrollava a un tratto le spalle con un moto di dispetto, dicendo a se stessa: - Che me n'importa? - e lo lasciava lí solo nella camera, a pascersi di quei suoi segreti ricordi, e si tirava con sé la zia, che la seguiva stordita di quella risoluzione repentina: - Che facciamo? - Nulla. Ce n'andiamo! Venerina ricadeva d'un tratto, in quei momenti, nel suo tedio neghittoso, inasprito da una sorda stizza o aggravato da una pena d'indefiniti desiderii: la casa le appariva vuota di nuovo, vuota la vita, e sbuffava: non voleva far nulla, piú nulla! Fine prima parte della novella: LONTANO Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]