LONTANO (seconda parte), dalla quinta raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le regisrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. LONTANO (seconda parte) CAPITOLO QUATTRO Lars Cleen, appena solo, si sentiva come caduto in un altro mondo, piú luminoso, di cui non conosceva che tre abitanti soli e una casa, anzi una camera. Non si rendeva ragione di quei dispettucci di Venerina. Non si rendeva ragione di nulla. Tendeva l'orecchio ai rumori della via, si sforzava d'intendere; ma nessuna sensazione della vita di fuori riusciva a destare in lui un'immagine precisa. La campana... sí, ma egli vedeva col pensiero una chiesa del suo remoto paese! Un fischio di sirena, ed egli vedeva l'Hammerfest perduto nei mari lontani. E com'era restato una sera, nel silenzio, alla vista della luna, nel vano della finestra! Era pure, era pure la stessa luna ch'egli tante volte in patria, per mare, aveva veduta; ma gli era parso che lí, in quel paese ignoto, ella parlasse ai tetti di quelle case, al campanile di quella chiesa, quasi un altro linguaggio di luce, e l'aveva guardata a lungo, con un senso di sgomento angoscioso, sentendo piú acuta che mai la pena dell'abbandono, il proprio isolamento. Viveva nel vago, nell'indefinito, come in una sfera vaporosa di sogni. Un giorno, finalmente, s'accorse che sul coperchio della cassetta erano scritte col gesso tre parole: - bet! bet! bet! - cosí. Domandò col gesto a Venerina che cosa volessero significare, e Venerina, pronta: - Tu, bet! Lars Cleen restò a guardarla con gli occhi chiari ridenti e smarriti. Non comprendeva, o meglio non sapeva credere che... No, no - e con le mani le fece segno che avesse pietà di lui che tra poco doveva partire. Venerina scrollò le spalle e lo salutò con la mano. - Buon viaggio! - No, no, - fece di nuovo il Cleen col capo, e la chiamò a sé col gesto: aprí la cassetta e ne trasse una veduta fotografica di Trondhjem. Vi si vedeva, tra gli alberi, la maestosa cattedrale marmorea sovrastante tutti gli altri edifici, col camposanto prossimo, ove i fedeli superstiti si recano ogni sabato a ornare di fiori le tombe dei loro morti. Ella non riuscí a comprendere perché le mostrasse quella veduta. - Ma mère, ici, - s'affannava a dirle il Cleen, indicandole col dito il cimitero, lí, all'ombra del magnifico tempio. Anche lui, come don Pietro, non era molto padrone della lingua francese, che del resto non serviva affatto con Venerina. Trasse allora dalla cassetta un'altra fotografia: il ritratto d'una giovine. Subito Venerina vi fissò gli occhi, impallidendo. Ma il Cleen si pose accanto al volto il ritratto, per farle vedere che quella giovine gli somigliava. - Ma soeur, - aggiunse. Questa volta Venerina comprese e s'ilarò tutta. Se poi quella sorella fosse fidanzata o già moglie del giovane marinajo che aveva recato la cassetta, Venerina non si curò piú che tanto d'indovinare. Le bastò sapere che L'arso era celibe. Sí: ma non doveva ripartire fra pochi giorni? Era già in grado di uscir di casa e di recarsi a piedi, sul tramonto, al Molo Vecchio. Una frotta di monellacci scalzi, stracciati, alcuni ignudi nati, abbrustiti dal sole, seguiva ogni volta Lars Cleen in quelle sue passeggiate: lo spiavano, scambiandosi ad alta voce osservazioni e commenti che presto si mutavano in lazzi. Egli, stordito, abbagliato nell'aria che grillava di luce, si voltava ora verso l'uno ora verso l'altro, sorridendo; talora gli toccava di minacciare col bastone i piú insolenti; poi sedeva sul muricciuolo della banchina a guardare i bastimenti ormeggiati e il mare infiammato dal riflesso delle nuvole vespertine. La gente si fermava a osservarlo, mentre egli se ne stava in quell'atteggiamento, tra smarrito ed estatico: lo guardava, come si guarda una gru o una cicogna stanca e sperduta, discesa dall'alto dei cieli. Il berretto di pelo, il pallore del volto e l'estrema biondezza della barba e dei capelli attiravano specialmente la curiosità. Egli alla fine se ne stancava e piano piano rincasava, triste. Dalla lettera lasciatagli dal compagno, insieme col denaro, sapeva che l'Hammerfest dopo il viaggio in America, sarebbe ritornato a Porto Empedocle, fra sei mesi. Ne erano trascorsi già tre. Volentieri si sarebbe rimbarcato sul suo piroscafo di ritorno, volentieri si sarebbe riunito ai compagni; ma come trattenersi tre altri mesi, cosí, senza piú alcuna ragione, nella casa che l'ospitava? Il Mílio aveva già scritto al console in Palermo per fargli ottenere gratuitamente il rimpatrio. Che fare? partire o attendere? - Decise di consigliarsi col Mílio stesso, una di quelle sere, al ritorno dalla pesca dei gronghi. Venerina assistette, dopo cena, a quel dialogo che voleva essere in francese tra lo zio e lo straniero. Dialogo? Si sarebbe detto diverbio piuttosto, a giudicare dalla violenza dei gesti ripetuti con esasperazione dall'uno e dall'altro. Venerina, sospesa, costernata, a un certo punto, nel vedersi additata rabbiosamente dallo zio, diventò di bragia. Eh che! Parlavano dunque di lei? a quel modo? Vergogna, ansia, dispetto le fecero a un tratto tale impeto dentro, che appena il Cleen si ritirò, saltò sú a domandare allo zio: - Che c'entro io? Che avete detto di me? - Di te? Niente, - rispose don Pietro, rosso e sbuffante, dopo quella terribile fatica. - Non è vero! Avete parlato di me. Ho capito benissimo. E tu ti sei arrabbiato! Don Pietro non si raccapezzava ancora. - Che t'ha detto? Che t'ha inventato? - incalzò Venerina, tutta accesa. - Vuole andarsene? E tu lascialo andare! Non me n'importa nulla, sai, proprio nulla. Don Paranza restò a guardare ancora un pezzo la nipote, stordito, con la bocca aperta. - Sei matta? O io... All'improvviso si diede a girare per la stanza come se cercasse la via per scappare e, agitando per aria le manacce spalmate: - Che asino! - gridò. - Che imbecille! Oh somarone! A settantotto anni! Mamma mia! Mamma mia! Si voltò di scatto a guardare Venerina, mettendosi le mani tra i capelli. - Dimmi un po', per questo m'hai domandato... per dirlo a lui in francese, ch'ero bestia? - No, non per te... Che hai capito? Di nuovo don Pietro, con la testa tra le mani, si mise ad andare in qua e in là per la stanza. - Bestione, somarone, e dico poco! Ma quella bertuccia di tua zia che ha fatto qui? ha dormito? Porco diavolo! E tu? e questo pezzo di... Aspetta, aspetta che te l'aggiusto io, ora stesso! E in cosí dire si lanciò verso l'uscio della camera, dove s'era chiuso il Cleen. Venerina gli si parò subito davanti. - No! Che fai, zio? Ti giuro che egli non sa nulla! Ti giuro che tra me e lui non c'è stato mai nulla! Non hai inteso che se ne vuole andare? Don Pietro restò come sospeso. Non capiva piú nulla! - Chi? lui? Se ne vuole andare? Chi te l'ha detto? Ma al contrario! al contrario! Non se ne vuole andare! M'hai preso per bestia sul serio? Io, io te lo caccio via però, ora stesso! Venerina lo trattenne di nuovo, scoppiando questa volta in singhiozzi e buttandoglisi sul petto. Don Paranza sentí mancarsi le gambe. Con la mano rimasta libera accennò il segno della croce. - In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, - sospirò. - Vieni qua, vieni qua, figlia mia! Andiamocene nella tua camera e ragioniamo con calma. Ci perdo la testa! La trasse con sé nell'altra camera, la fece sedere, le porse il fazzoletto perché si asciugasse gli occhi e cominciò a interrogarla paternamente. Frattanto Lars Cleen, che aveva udito dalla sua camera il diverbio tra lo zio e la nipote senza comprenderne nulla, apriva pian piano l'uscio e sporgeva il capo a guardare, col lume in mano, nella saletta buja. Che era avvenuto? Intese solo i singhiozzi di Venerina, di là, e se ne turbò profondamente. Perché quella lite? E perché piangeva ella cosí? Il Mílio gli aveva detto che non era possibile che egli stesse nella casa piú oltre: non c'era posto per lui; e poi quella vecchia matta della zia s'era stancata; e la nipote non poteva restar sola con un estraneo in casa. Difficoltà, ch'egli non riusciva a penetrare. Mah! tant'altre cose, da che usciva di casa, gli sembravano strane in quel paese. Bisognava partire, senz'aspettare il piroscafo: questo era certo. E avrebbe perduto il posto di nostromo. Partire! Piangeva per questo la sua giovane amica infermiera? Fino a notte avanzata Lars Cleen stette lí, seduto sul letto, a pensare, a fantasticare. Gli pareva di vedere la sorella lontana; la vedeva. Ah, lei sola al mondo gli voleva bene ormai. E anche quest'altra fanciulla qua, possibile? - Questa? E tu vorresti? Chi sa! Ogni qual volta ritornava in patria, la sorella gli ripeteva che volentieri avrebbe preferito di non rivederlo mai piú, mai piú in vita, se egli, in uno di quei suoi viaggi lontani, si fosse innamorato di una buona ragazza e la avesse sposata. Tanto strazio le dava il vederlo cosí, svogliato della vita e rimesso, anzi abbandonato alla discrezione della sorte, esposto a tutte le vicende, pronto alle piú rischiose, senz'alcun ritegno d'affetto per sé, come quella volta che, traversando l'Oceano in tempesta, s'era buttato dall'Hammerfest per salvare un compagno! Sí, era vero; e senza alcun merito; perché la sua vita, per lui, non aveva piú prezzo. Ma lí, ora? possibile? Questo paesello di mare, in Sicilia, cosí lontano lontano, era dunque la meta segnata dalla sorte alla sua vita? era egli giunto, senz'alcun sospetto, al suo destino? Per questo s'era ammalato fino a toccare la soglia della morte? per riprendere lí la via d'una nuova esistenza? Chi sa! - E tu gli vuoi bene? - concludeva intanto di là don Pietro, dopo avere strappato a Venerina, che non riusciva a quietarsi, le scarse, incerte notizie che ella aveva dello straniero e la confessione di quegli ingenui passatempi, donde era nato quell'amore fino a quel punto sospeso in aria, come un uccello sulle ali. Venerina s'era nascosto il volto con le mani. - Gli vuoi bene? - ripeté don Pietro. - Ci vuol tanto a dir di sí? - Io non lo so, - rispose Venerina, tra due singhiozzi. - E invece lo so io! - borbottò don Paranza, levandosi. - Va', va' a letto ora, e procura di dormire. Domani, se mai... Ma guarda un po' che nuova professione mi tocca adesso d'esercitare! E, scotendo il capo lanoso, andò a buttarsi sul divanaccio sgangherato. Rimasta sola, Venerina, tutta infocata in volto, con gli occhi sfavillanti, sorrise; poi si nascose di nuovo il volto con le mani; se lo tenne stretto, stretto, cosí, e andò a buttarsi sul letto, vestita. Non lo sapeva davvero, se lo amava. Ma, intanto, baciava e stringeva il guanciale del lettuccio. Stordita da quella scena imprevista, a cui s'era lasciata tirare, per un malinteso, dal suo amor proprio ferito, non riusciva ancor bene a veder chiaro in sé, in ciò che era avvenuto. Un senso scottante di vergogna le impediva di rallegrarsi di quella spiegazione con lo zio, forse desiderata inconsciamente dal suo cuore, dopo tanti mesi di sospensione su un pensiero, su un sentimento, che non riuscivano quasi a posarsi sulla realtà, ad affermarsi in qualche modo. Ora aveva detto di sí allo zio, e certo avrebbe sentito un gran dolore, se il Cleen se ne fosse andato; sentiva orrore del tedio mortale in cui sarebbe ricaduta, sola sola, nella casa vuota e silenziosa; era perciò contenta che lo zio fosse ora con lei, di là, a pensare, a escogitare il modo di vincere, se fosse possibile, tutte le difficoltà che avevano fino allora tenuto sospeso il suo sentimento. Ma si potevano vincere quelle difficoltà? Il Cleen, pur lí presente, le pareva tanto, tanto lontano: parlava una lingua ch'ella non intendeva; aveva nel cuore, negli occhi, un mondo remoto, ch'ella non indovinava neppure. Come fermarlo lí? Era possibile? E poteva egli aver l'intenzione di fermarsi, per lei, tutta la vita, fuori di quel suo mondo? Voleva, sí, restare; ma fino all'arrivo del piroscafo dall'America. Intanto, certo, in patria nessun affetto vivo lo attirava; perché, altrimenti, scampato per miracolo dalla morte, avrebbe pensato subito a rimpatriare. Se voleva aspettare, era segno che anche lui doveva sentire... chi sa! forse lo stesso affetto per lei, cosí sospeso e come smarrito nell'incertezza della sorte. Fra altri pensieri si dibatteva don Pietro sul divanaccio che strideva con tutte le molle sconnesse. Le molle stridevano e don Paranza sbuffava: - Pazzi! Pazzi! Come hanno fatto a intendersi, se l'uno non sa una parola della lingua dell'altra? Eppure, sissignori, si sono intesi! Miracoli della pazzia! Si amano, si amano, senza pensare che i cefali, le boghe, i gronghi dello zio bestione non possono dal mare assumersi la responsabilità e l'incarico di fare le spese del matrimonio e di mantenere una nuova famiglia. Meno male, che io... Ma sí! Se padron Di Nica vorrà saperne! Domani, domani si vedrà... Dormiamo! Faceva affaroni, col suo vaporetto, Agostino Di Nica. Tanto che aveva pensato di allargare il suo commercio fino a Tunisi e Malta e, a tale scopo, aveva ordinato all'Arsenale di Palermo la costruzione di un altro vaporetto, un po' piú grande, che potesse servire anche al trasporto dei passeggeri. - Forse, - seguitava a pensare don Pietro, - un uomo come L'arso potrà servirgli. Conosce il francese meglio di me e l'inglese benone. Lupo di mare, poi. O come interprete, o come marinajo, purché me lo imbarchi e gli dia da vivere e da mantenere onestamente la famiglia... Intanto Venerina gli insegnerà a parlare da cristiano. Pare che faccia miracoli, lei, con la sua scuola. Non posso lasciarli piú soli. Domani me lo porto con me da padron Di Nica e, se la proposta è accettata, egli aspetterà, se vuole, ma venendosene con me ogni giorno alla pesca; se non è accettata, bisogna che parta subito subito, senza remissione. Intanto, dormiamo. Ma che dormire! Pareva che le punte delle molle sconnesse fossero diventate piú irte quella notte, compenetrate delle difficoltà, fra cui don Paranza si dibatteva. CAPITOLO CINQUE Da circa quindici giorni Lars Cleen seguiva mattina e sera il Mílio alla pesca: usciva di casa con lui, vi ritornava con lui. Padron Di Nica, con molti se, con molti ma, aveva accettato la proposta presentatagli dal Mílio come una vera fortuna per lui (e le conseguenze?). Il vaporetto nuovo sarebbe stato pronto fra un mese al piú, e lui, il Cleen, vi si sarebbe imbarcato in qualità di interprete - a prova, per il primo mese. Venerina aveva fatto intender bene allo zio che il Cleen non s'era ancora spiegato con lei chiaramente, e gli aveva perciò raccomandato di comportarsi con la massima delicatezza, tirandolo prima con ogni circospezione a parlare, a spiegarsi. Il povero don Paranza, sbuffando piú che mai, nel cresciuto impiccio, si era recato dapprima solo dal Di Nica e, ottenuto il posto, era ritornato a casa a offrirlo al Cleen, soggiungendogli nel suo barbaro francese che, se voleva restare, come gliene aveva espresso il desiderio, se voleva trattenersi fino al ritorno dell'Hammerfest, doveva essere a questo patto: che lavorasse; il posto, ecco, glielo aveva procurato lui: quando poi il piroscafo sarebbe arrivato dall'America, ne avrebbe avuti due, di posti; e allora, a sua scelta: o questo o quello, quale gli sarebbe convenuto di piú. Intanto, nell'attesa, bisognava che andasse con lui ogni giorno alla pesca. Alla proposta, il Cleen era rimasto perplesso. Gli era apparso chiaro che la scena di quella sera tra zio e nipote era avvenuta proprio per la sua prossima partenza, e che era stato lui perciò la cagione del pianto della sua cara infermiera. Accettare, dunque, e compromettersi sarebbe stato tutt'uno. Ma come rifiutare quel benefizio, dopo le tante cure e le premure affettuose di lei? quel benefizio offerto in quel modo, che non lo legava ancora per nulla, che lo lasciava libero di scegliere, libero di mostrarsi, o no, grato di quanto gli era stato fatto? Ora, ogni mattina, levandosi dal divanaccio con le ossa indolenzite, don Pietro si esortava cosí: - Coraggio, don Paranza! alla doppia pesca! E preparava gli attrezzi: le due canne con le lenze, una per sé, l'altra per L'arso, i barattoli dell'esca, gli ami di ricambio: ecco, sí, per i pesci era ben munito; ma dove trovare l'occorrente per l'altra pesca: quella al marito per la nipote? chi glielo dava l'amo per tirarlo a parlare? Si fermava in mezzo alla stanza, con le labbra strette, gli occhi sbarrati; poi scoteva in aria le mani ed esclamava: - L'amo francese! Eh già! Perché gli toccava per giunta di muovergliene il discorso in francese, quando non avrebbe saputo dirglielo neppure in siciliano. - Monsiurre, ma nièsse... E poi? Poteva spiattellargli chiaro e tondo che quella scioccona s'era innamorata o incapricciata di lui? Dalla Norvegia o dal console di Palermo avrebbe avuto il rimborso delle spese, probabilmente; ma di quest'altro guajo qui chi lo avrebbe ricompensato? - Lui, lui stesso, porco diavolo! M'ha attizzato il fuoco in casa? Si scotti, si bruci! Quell'aria da mammalucco, da innocente piovuto dal cielo, gliel'avrebbe fatta smettere lui. E lí, su la scogliera del porto, mentre riforniva gli ami di nuova esca, si voltava a guardare L'arso, che se ne stava seduto su un masso poco discosto, diritto su la vita, con gli occhi chiari fissi al sughero della lenza che galleggiava su l'aspro azzurro dell'acqua luccicante d'aguzzi tremolii. - Ohé, Mossiur Cleen, ohé! Guardare, sí, lo guardava; ma lo vedeva poi davvero quel sughero? Pareva allocchito. Il Cleen, all'esclamazione, si riscoteva come da un sogno, e gli sorrideva; poi tirava pian piano dall'acqua la lenza, credendo che il Mílio lo avesse richiamato per questo, e riforniva anche lui gli ami chi sa da quanto tempo disarmati. Ah, cosí, la pesca andava benone! Anch'egli, don Paranza, pensando, escogitando il modo e la maniera d'entrare a parlargli di quella faccenda cosí difficile e delicata, si lasciava intanto mangiar l'esca dai pesci: si distraeva, non vedeva piú il sughero, non vedeva piú il mare, e solo rientrava in sé, quando l'acqua tra gli scogli vicini dava un piú forte risucchio. Stizzito, tirava allora la lenza, e gli veniva la tentazione di sbatterla in faccia a quell'ingrato. Ma piú ira gli suscitava l'esclamazione che il Cleen aveva imparata da lui e ripeteva spesso, sorridendo, nel sollevare a sua volta la canna. - Porco diavolo! Don Paranza, dimenticandosi in quei momenti di parlargli in francese, prorompeva: - Ma porco diavolo lo dico sul serio, io! Tu ridi, minchione! Che te n'importa? No, no, cosí non poteva durare: non conchiudeva nulla, non solo, ma si guastava anche il fegato. - Se la sbrighino loro, se vogliono! E lo disse una di quelle sere alla nipote, rincasando dalla pesca. Non s'aspettava che Venerina dovesse accogliere l'irosa dichiarazione della insipienza di lui con uno scoppio di risa, tutta rossa e raggiante in viso. - Povero zio! - Ridi? - Ma sí! - Fatto? Venerina si nascose il volto con le mani, accennando piú volte di sí col capo, vivacemente. Don Paranza, pur contento in cuor suo, alleggerito da quel peso quando meno se l'aspettava, montò su le furie. - Come! E non me ne dici niente? E mi tieni lí per tanti giorni alla tortura? E lui, anche lui, muto come un pesce! Venerina sollevò la faccia dalle mani: - Non t'ha saputo dir nulla, neanche oggi? - Pesce, ti dico! Baccalà! - gridò don Paranza al colmo della stizza. - Ho il fegato grosso cosí, dalla bile di tutti questi giorni! - Si sarà vergognato - disse Venerina, cercando di scusarlo. - Vergognato! Un uomo! - esclamò don Pietro. - Ha fatto ridere alle mie spalle tutti i pesci del mare, ha fatto ridere! Dov'è? Chiamalo; fammelo dire questa sera stessa: non basta che l'abbia detto a te! - Ma senza codesti occhiacci, - gli raccomandò Venerina, sorridendo. Don Paranza si placò, scosse il testone lanoso e borbottò nella barba: - Sono proprio... già tu lo sai, meglio di me. Di' un po', come hai fatto, senza francese? Venerina arrossí, sollevò appena le spalle, e i neri occhioni le sfavillarono. - Cosí, - disse, con ingenua malizia. - E quando? - Oggi stesso, quando siete tornati a mezzogiorno, dopo il desinare. Egli mi prese una mano... io... - Basta, basta! - brontolò don Paranza, che in vita sua non aveva mai fatto all'amore. - È pronta la cena? Ora gli parlo io. Venerina gli si raccomandò di nuovo con gli occhi, e scappò via. Don Pietro entrò nella camera del Cleen. Questi se ne stava con la fronte appoggiata ai vetri del balcone, a guardar fuori; ma non vedeva nulla. La piazzetta lí davanti, a quell'ora, era deserta e buja. I lampioncini a petrolio quella sera riposavano, perché della illuminazione del borgo era incaricata la luna. Sentendo aprir l'uscio, il Cleen si voltò di scatto. Chi sa a che cosa stava pensando. Don Paranza si piantò in mezzo alla camera con le gambe aperte, tentennando il capo: avrebbe voluto fargli un predicozzo da vecchio zio brontolone; ma sentí subito la difficoltà d'un discorso in francese consentaneo all'aria burbera a cui già aveva composta la faccia e l'atteggiamento preso. Frenò a stento un solennissimo sbuffo d'impazienza e cominciò: - Mossiur Cleen, ma nièsse m'a dit... Il Cleen, sorrise, timido, smarrito, e chinò leggermente il capo piú volte. - Oui? - riprese don Paranza. - E va bene! Tese gl'indici delle mani e li accostò ripetutamente l'uno all'altro, per significare: "Marito e moglie, uniti..." - Vous et ma nièsse... mariage... oui? - Si vous voulez, - rispose il Cleen aprendo le mani, come se non fosse ben certo del consenso. - Oh, per me! - scappò a don Pietro. Si riprese subito. - Très-heureux, mossiur Cleen, très-heureux. C'est fait! Donnez-moi la main... Si strinsero la mano. E cosí il matrimonio fu concluso. Ma il Cleen rimase stordito. Sorrideva, sí, d'un timido sorriso, nell'impaccio della strana situazione in cui s'era cacciato senza una volontà ben definita. Gli piaceva, sí, quella bruna siciliana, cosí vivace, con quegli occhi di sole; le era gratissimo dell'amorosa assistenza: le doveva la vita, sí... ma, sua moglie, davvero? già concluso? - Maintenant, - riprese don Paranza, nel suo francese, - je vous prie, mossiur Cleen: cherchez, cherchez d'apprendre notre langue... je vous prie... Venerina venne a picchiare all'uscio con le nocche delle dita. - A cena! Quella prima sera, a tavola, provarono tutti e tre un grandissimo imbarazzo. Il Cleen pareva caduto dalle nuvole; Venerina, col volto in fiamme, confusa, non riusciva a guardare né il fidanzato né lo zio. Gli occhi le si intorbidivano, incontrando quelli del Cleen e s'abbassavano subito. Sorrideva, per rispondere al sorriso di lui non meno impacciato, ma volentieri sarebbe scappata a chiudersi sola sola in camera, a buttarsi sul letto, per piangere... Sí. Senza saper perché. "Se non è pazzia questa, non c'è piú pazzi al mondo!" pensava tra sé dal canto suo don Paranza, aggrondato, tra le spine anche lui, ingozzando a stento la magra cena. Ma poi, prima il Cleen, con qualche ritegno, lo pregò di tradurre per Venerina un pensiero gentile che egli non avrebbe saputo manifestarle; quindi Venerina, timida e accesa, lo pregò di ringraziarlo e di dirgli... - Che cosa? - domandò don Paranza, sbarrando tanto d'occhi. E poiché, dopo quel primo scambio di frasi, la conversazione tra i due fidanzati avrebbe voluto continuare attraverso a lui, egli battendo le pugna su la tavola: - Oh insomma! - esclamò. - Che figura ci faccio io? Ingegnatevi tra voi. Si alzò, fra le risa dei due giovani, e andò a fumarsi la pipa sul divanaccio, brontolando il suo porco diavolo nel barbone lanoso. CAPITOLO SEI Il vaporetto del Di Nica compiva, l'ultima notte di maggio, il suo terzo viaggio da Tunisi. Fra un'ora, verso l'alba, il vaporetto sarebbe approdato al Molo Vecchio. A bordo dormivano tutti, tranne il timoniere a poppa e il secondo di guardia sul ponte di comando. Il Cleen aveva lasciato la sua cuccetta, e da un pezzo, sul cassero, se ne stava a mirare la luna declinante di tra le griselle del sartiame, che vibrava tutto alle scosse cadenzate della macchina. Provava un senso d'opprimente angustia, lí, su quel guscio di noce, in quel mare chiuso, e anche... sí, anche la luna gli pareva piú piccola, come se egli la guardasse dalla lontananza di quel suo esilio, mentr'ella appariva grande là, su l'oceano, di tra le sartie dell'Hammerfest donde qualcuno dei suoi compagni forse in quel punto la guardava. Lí egli con tutto il cuore era vicino. Chi era di guardia, a quell'ora, su l'Hammerfest? Chiudeva gli occhi e li rivedeva a uno a uno, i suoi compagni: li vedeva salire dai boccaporti; vedeva, vedeva col pensiero il suo piroscafo, come se egli proprio vi fosse; bianco di salsedine, maestoso e tutto sonante. Udiva lo squillo della campana di bordo; respirava l'odore particolare della sua antica cuccetta; vi si chiudeva a pensare, a fantasticare. Poi riapriva gli occhi, e allora, non già quello che aveva veduto ricordando e fantasticando gli sembrava un sogno, ma quel mare lí, quel cielo, quel vaporetto, e la sua presente vita. E una tristezza profonda lo invadeva, uno smanioso avvilimento. I suoi nuovi compagni non lo amavano, non lo comprendevano, né volevano comprenderlo; lo deridevano per il suo modo di pronunziare quelle poche parole d'italiano che già era riuscito a imparare; e lui, per non far peggio, doveva costringere la sua stizza segreta a sorridere di quel volgare e stupido dileggio. Mah! Pazienza L'avrebbero smesso, col tempo. A poco a poco, egli, con l'uso continuo e l'ajuto di Venerina, avrebbe imparato a parlare correttamente. Ormai, era detto: lí, in quel borgo, lí, su quel guscio e per quel mare, tutta la vita. Incerto come si sentiva ancora, nella nuova esistenza, non riusciva a immaginare nulla di preciso per l'avvenire. Può crescere l'albero nell'aria, se ancora scarse e non ben ferme ha le radici nella terra? Ma questo era certo, che lí ormai e per sempre la sorte lo aveva trapiantato. L'Hammerfest, che doveva ritornare dall'America tra sei mesi, non era piú ritornato. La sorella, a cui egli aveva scritto per darle notizia della sua malattia mortale e annunziarle il fidanzamento, gli aveva risposto da Trondhjem con una lunga lettera piena d'angoscia e di lieta meraviglia, e annunziato che l'Hammerfest a New York aveva ricevuto un contr'ordine ed era stato noleggiato per un viaggio nell'India, come le aveva scritto il marito. Chi sa, dunque, se egli lo avrebbe piú riveduto. E la sorella? Si alzò, per sottrarsi all'oppressione di quei pensieri. Aggiornava. Le stelle erano morte nel cielo crepuscolare; la luna smoriva a poco a poco. Ecco laggiú, ancora accesa, la lanterna verde del Molo. Don Paranza e Venerina aspettavano l'arrivo del vaporetto, dalla banchina. Nei due giorni che il Cleen stava a Porto Empedocle, don Pietro non si recava alla pesca; gli toccava di far la guardia ai fidanzati, poiché quella scimunita di donna Rosolina non s'era voluta prestare neanche a questo: prima perché nubile (e il suo pudore si sarebbe scottato al fuoco dell'amore di quei due), poi perché quel forestiere le incuteva soggezione. - Avete paura che vi mangi? - le gridava don Paranza. - Siete un mucchio d'ossa, volete capirlo? Non voleva capirlo, donna Rosolina. E non s'era voluta disfare di nulla, in quella occasione, neppur d'un anellino, fra tanti che ne aveva, per dimostrare in qualche modo il suo compiacimento alla nipote.. - Poi, poi, - diceva. Giacché pure, per forza, un giorno o l'altro, Venerina sarebbe stata l'erede di tutto quanto ella possedeva: della casa, del poderetto lassú, sotto il Monte Cioccafa, degli ori e della mobilia e anche di quelle otto coperte di lana che ella aveva intrecciate con le sue proprie mani, nella speranza non ancora svanita di schiacciarvi sotto un povero marito. Don Paranza era indignato di quella tirchieria; ma non voleva che Venerina mancasse di rispetto alla zia. - È sorella di tua madre! Io poi me ne debbo andare prima di lei, per legge di natura, e da me non hai nulla da sperare. Lei ti resterà, e bisogna che te la tenga cara. Le farai fare un po' di corte da tuo marito, e vedrai che gioverà. Del resto, per quel poco che il Signore può badare a uno sciocco come me, stai sicura che ci ajuterà. Erano venuti, infatti, dal consolato della Norvegia quei pochi quattrinucci per il mantenimento prestato al Cleen. Aveva potuto cosí comperare alcuni modesti mobili, i piú indispensabili, per metter sú, alla meglio, la casa degli sposi. Erano anche arrivate da Trondhjem le carte del Cleen. Venerina era cosí lieta e impaziente, quella mattina, di mostrare al fidanzato la loro nuova casetta già messa in ordine! Ma, poco dopo, quando il vaporetto finalmente si fu ormeggiato nel Molo e il Cleen poté scenderne, quella sua gioja fu improvvisamente turbata dalla stizza, udendo il saluto che gli altri marinaj rivolgevano, quasi miagolando, al suo fidanzato: - Bon cion! Bon cion! - Brutti imbecilli! - disse tra i denti, voltandosi a fulminarli con gli occhi. Il Cleen sorrideva, e Venerina si stizzí allora maggiormente. - Ma non sei buono da rompere il grugno a qualcuno, di' un po'? Ti lasci canzonare cosí, sorridendo, da questi mascalzoni? - Eh via! - disse don Paranza. - Non vedi che scherzano, tra compagni? - E io non voglio! - rimbeccò Venerina, accesa di sdegno. - Scherzino tra loro, e non stupidamente, con un forestiere che non può loro rispondere per le rime. Si sentiva, quasi quasi, messa in berlina anche lei. Il Cleen la guardava, e quegli sguardi fieri gli parevano vampate di passione per lui: gli piaceva quello sdegno; ma ogni qualvolta gli veniva di manifestarle ciò che sentiva o di confidarle qualcosa, gli pareva d'urtare contro un muro, e taceva e sorrideva, senza intendere che quella bontà sorridente, in certi casi, non poteva piacere a Venerina. Era colpa sua, intanto, se gli altri erano maleducati? se egli ancora non poteva uscire per le strade, che subito una frotta di monellacci non lo attorniasse? Minacciava, e faceva peggio: quelli si sbandavano con grida e lazzi e rumori sguajati. Venerina n'era furibonda. - Storpiane qualcuno! Da' una buona lezione! È possibile che tu debba diventare lo zimbello del paese? - Bei consigli! - sbuffava don Pietro. - Invece di raccomandargli la prudenza! - Con questi cani? Il bastone ci vuole, il bastone! - Smetteranno, smetteranno, sta' quieta, appena L'arso avrà imparato. - Lars! - gridava Venerina, infuriandosi ora anche contro lo zio che chiamava a quel modo il fidanzato, come tutto il paese. - Ma se è lo stesso! - sospirava, seccato, don Pietro, alzando le spalle. - Càmbiati codesto nome! - ripigliava Venerina, esasperata, rivolta al Cleen. - Bel piacere sentirsi chiamare la moglie de L'arso! - E non ti chiamano adesso la nipote di Don Paranza? che male c'è? Lui L'arso, e io, Paranza. Allegramente! Non rideva piú, ora, Venerina nell'insegnare al fidanzato la propria lingua: certe bili anzi ci pigliava! - Vedi? - gli diceva. - Si sa che ti burlano, se dici cosí! chiaro, chiaro! Ci vuol tanto, Maria Santissima? Il povero Cleen - che poteva fare? - sorrideva, mansueto, e si provava a pronunziar meglio. Ma poi, dopo due giorni, doveva ripartire; e di quelle lezioni, cosí spesso interrotte, non riusciva a profittare quanto Venerina avrebbe desiderato. - Sei come l'uovo, caro mio! Questi dispettucci parevano puerili a don Pietro, condannato a far la guardia, e se ne infastidiva. La sua presenza intanto impacciava peggio il Cleen, che non arrivava ancora a comprendere perché ci fosse bisogno di lui: non era egli il fidanzato di Venerina? non poteva uscir solo con lei a passeggiare lassú, su l'altipiano, in campagna? Lo aveva proposto un giorno; ma dalla stessa Venerina si era sentito domandare: - Sei pazzo? - Perché? - Qua i fidanzati non si lasciano soli, neppure per un momento. - Ci vuole il lampione! - sbuffava don Pietro. E il Cleen s'avviliva di tutte queste costrizioni, che gli ammiserivano lo spirito e lo intontivano. Cominciava a sentire una sorda irritazione, un segreto rodío, nel vedersi trattato, in quel paese, e considerato quasi come uno stupido, e temeva di istupidirsi davvero. Fine seconda parte della novella: LONTANO Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]