VA BENE (seconda parte), dalla sesta raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le regisrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. VA BENE (seconda parte) CAPITOLO DUE LA PIGNA La promessa di quel mese di sollievo e di riposo non poteva essere migliore. Era piovuto fino al giorno avanti: ora, con la freschezza del primo limpido sole di marzo, pareva che la Primavera volesse dire: "Son qua". E veramente, al professor Corvara Amidei, affacciato al finestrino d'una vettura di terza classe, parve d'intravederla, la Primavera, appena uscito dalla stazione: alle porte di Roma, la Primavera, in un non so che di roseo fuggevole e palpitante tra il tenero verde dei prati. Che era? Forse un gruppo di peschi fioriti. Sí sí, eccone un altro, e un altro. La Primavera! Ah da quanto tempo non l'aveva piú veduta cosí, nel suo primo nascere, con quel roseo riso dei peschi! Trasse un lungo sospiro, e si sentí da quell'aria nuova inebriare, d'una ebrezza cosí limpida e pura, che lo intenerí fino alle lagrime. Gli parve una grazia che la sorte nemica gli volesse concedere quella vista deliziosa, da cui gli veniva una letizia cosí arcana che ora, ecco, non sapeva perché, pur lí presente, gli pareva dei lievi anni lontani della sua fanciullezza, là nell'incanto del suo paese nativo. E dimenticò allora, per un momento, tutte le sue sciagure, passate e presenti; il figliuolo tanto malato, quella donnaccia che lo disonorava; quel prete che l'opprimeva; la spesa superiore alle sue misere condizioni, alla quale bisognava pur sottomettersi per la speranza, forse vana ahimè, di recar bene a Dolfino: la noja cupa, amara; il peso enorme di quella sua insopportabile esistenza. Di contro a tutto il nero che aveva nell'anima, ecco il verde dei prati, l'azzurro del cielo e quella soave freschezza dell'aria, alito vivo della Primavera. E rimase, incantato, a mirare. Sí, poteva, poteva esser bella la vita; ma lí, in mezzo a quel verde, all'aperto, dove la sorte crudele, certo, non poteva esercitare, come in città, la sua feroce persecuzione. Di questa persecuzione per le opprimenti vie cittadine, egli aveva quasi un'immagine tangibile: se la sentiva realmente dietro le spalle, come un'ombra orrenda, che lo faceva andar curvo, guardingo, tutto ristretto in sé: sua moglie. Ne scacciò subito l'immagine, che gli aveva tutt'a un tratto offuscato la dolce visione, e si rimise a mirare. Ecco là i Monti Albani che pareva respirassero nel cielo, lievi, come se non fossero di dura pietra. Monte Cavo, con la vetta incoronata di aceri e di faggi, e il vecchio convento e il bosco biancheggiante a mezza costa. Ecco, piú là, Frascati solatía. Al fragore del treno si levò uno stormo di passeri, e un'allodola, in alto, librata sulle ali brillanti trillò. Il professor Corvara Amidei si ricordò allora della prima proposizione della grammatica latina, che da tanti anni non insegnava piú: alauda est laeta. E tentennò il capo. Ora, quasi quasi, gli parevano belli anche i suoi primi anni d'insegnamento, quando però non s'era ancor messo a far casa comune con quel... - E va bene! - sospirò, turbandosi di nuovo. Ma fu per poco. Passata la stazione di Carroceto cominciò a sentir prossimo il mare, e tutta l'anima gli si allargò, ilare e trepidante, nella viva aspettazione di quella tremula azzurra immensità, che da un momento all'altro gli si sarebbe spalancata davanti a gli occhi. Ah, il suo mare! Da quanto tempo piú non lo vedeva, e che desiderio acuto, intenso, ardente, di rivederlo! Ma eccolo già! Eccolo! Eccolo! E il professor Corvara Amidei sorse in piedi, tutto tremante dall'emozione, si sporse dal finestrino, e bevve con tanta ansia e tanta voluttà la brezza marina, che n'ebbe una vertigine, e ricadde a sedere su la panca della vettura, con le mani sul volto. Il treno si arrestò ad Anzio, per pochi minuti, e il professor Corvara Amidei stette con tanto d'occhi a mirare ciò che dalla stazione si scorgeva della bella cittadina, dove non era mai stato. Scese, di lí a poco, alla stazione di Nettuno, ancora stordito e inebriato da quel primo respiro che, rivedendo il mare, aveva tratto proprio dal fondo dei polmoni, come non gli era piú avvenuto da tanto tempo. Gli scrivani del Ministero gli avevano dato qualche ragguaglio del paese. Si recò nella piazza principale, e domandò dove avrebbe potuto trovare un quartierino modesto, di poca spesa, alla vista del mare. Gli fu indicato un villinetto lí sotto la piazza, a destra, su la spiaggia. Era veramente un po' troppo caro per lui quel quartierino; ma, pazienza! La finestra della cameretta posta sul davanti, verso lo spiazzo, di fronte alla caserma dei soldati d'artiglieria che venivano in distaccamento per le esercitazioni di tiro, era appena all'altezza d'un mezzanino: quella della camera prospiciente il mare, all'altezza d'un secondo piano. E il mare, di qua, pareva proprio che volesse entrare in casa; non si vedeva altro che mare. Il professor Corvara Amidei pagò la caparra al proprietario, gli disse che sarebbe venuto a prender alloggio la mattina dopo, e scese sulla spiaggia. Dirimpetto al villino, dal lato di ponente, sorgeva e s'avanzava fin nel mare, maestoso, l'antico castello sansovinesco, annerito dal tempo. Salí su la scogliera sotto il castello, e lí rimase per piú di un'ora stupefatto, a contemplare. Vide in fondo al mare levarsi azzurrino, quasi fragile, Monte Circello come un'isola aerea, e piú qua, seguendo la riviera, il Castello di Stura; vide prossimo, a destra, il porto d'Anzio popolato di navi, nereggiante per il traffico del carbone, e poi la sterminata distesa delle acque, riscintillante al sole cosí placida, che sulla spiaggia s'arricciava appena, silenziosamente. Quando alla fine poté scuotersi dal fascino di quello spettacolo, si recò a prendere un boccone; poi, sapendo che prima delle cinque non avrebbe trovato alcun treno per ritornare a Roma, pensò d'occupare le tre ore che aveva innanzi a sé in una visita al magnifico parco dei Borghese, a mezza via tra Anzio e Nettuno. Non ricordava d'aver mai passato un giorno piú delizioso di quello in vita sua; si sentiva beato entro quel precoce, voluttuoso tepor primaverile, col mare di qua, sotto lo scoscendimento dell'altipiano, e il verde dei campi e dei boschi dall'altra parte. Il cancello del parco era aperto e il professor Corvara Amidei s'avviava, ammirato, per uno dei viali in pendío, quando si sentí chiamare da una nanerottola che gli correva dietro come una papera: - Ehi! Ehi! Si paga... si paga il biglietto! Cinque soldi. Li pagò, quantunque si fosse proposto di limitarsi nelle spese. E riprese a vagare per quei viali profondi, deserti, ombrosi, come in un sogno. In un sogno parevano veramente assorti quegli alberi maestosi, nel silenzio che il canto degli uccelli non rompeva, ma rendeva anzi piú misterioso. Gli avevano detto che in quel parco quasi abbandonato c'erano molti usignoli. Gli parve, ascoltando, di sentirne cantare uno, in fondo, e s'internò da quella parte Si trovò, dopo un lungo tratto, in una meravigliosa pineta. I fusti altissimi, diritti, davan l'immagine di colonne d'un tempio gigantesco; le fitte corone, lassú, eran confuse ed escludevano del tutto lo sguardo dalla vista del cielo. Pareva che la pineta avesse una sua propria aria, cuprea, insaporata di quella frescura d'ombra speciale delle chiese. Il professor Corvara Amidei non seppe andar piú oltre. Si tolse, quasi istintivamente, il cappello, e sedette per terra; poi si sdrajò. Da molti e molti anni, fra una grave sciagura e l'altra, i diuturni dolori gli avevano quasi vestito la mente d'una scorza di stupidità; le cure affannose, minute, gli avevano impedito di levar lo spirito a quelle considerazioni che in gioventú lo avevano travagliato fino a fargli perdere per un momento la ragione e poi la fede. Ora, in quel giorno di tregua, essendo finalmente riuscito a intravedere come si potesse davvero sentir la gioja di vivere, ebbe la cattiva ispirazione di provarsi di nuovo a penetrare nel folto di quelle antiche considerazioni. E si domandò perché mai egli, che non aveva mai fatto per volontà male ad alcuno, doveva esser cosí bersagliato dalla sorte, egli, che anzi s'era inteso di far sempre il bene; bene lasciando l'abito ecclesiastico, quando la sua logica non s'era piú accordata con quella dei dottori della chiesa, la quale avrebbe dovuto esser legge per lui; bene, sposando per dare il pane a un'orfana, la quale per forza aveva voluto accettarlo a questo patto, mentr'egli onestamente e con tutto il cuore avrebbe voluto offrirglielo altrimenti. E ora, dopo l'infame tradimento e la fuga di quella donna indegna che gli aveva spezzata l'esistenza, ora quasi certamente gli toccava a soffrire anche la pena di vedersi morire a poco a poco il figliuolo, l'unico bene, per quanto amaro, che gli fosse rimasto. Ma perché? Dio, no: Dio non poteva voler questo. Se Dio esisteva, doveva coi buoni esser buono. Egli lo avrebbe offeso, credendo in lui. E chi dunque, chi dunque aveva il governo del mondo, di questa sciaguratissima vita degli uomini? Una pigna. Come? Sí: una grossa pigna, staccandosi in quel momento dai rami lassú, piombò, a guisa di fulminea risposta, sul capo del professor Corvara Amidei. Rimase il pover'uomo a giacere, quietamente, privo di sensi, quasi fulminato. Quando poté riaversi, si trovò in una pozza di sangue. E ne perdeva ancora, da una bella ferita, che dal sommo del capo gli andava giú giú dietro l'orecchio. Ancor tutto intronato, riuscí a levarsi in piedi e a grande stento si trascinò fino al cancello della villa. La nanerottola di guardia, nel rivederlo in quello stato, col volto tutto imbrattato di sangue, strillò, inorridita: - Gesú! Che ha fatto? Egli levò un braccio tremolante e contrasse il volto in una smorfia, tra di spasimo e di riso: - La... la pigna, - balbettò, - la pigna che governa il mondo... già! "È matto!", pensò quella e, spaventata, s'affrettò a chiamare il boaro della latteria annessa alla villa, perché con l'ajuto d'uno del ferrovieri che stavano lí presso al cancello a riattare la linea, quel disgraziato fosse condotto al vicino Sanatorio Orsenigo dei Fate Bene Fratelli. Qua il professor Corvara Amidei fu prima raso, poi medicato con sette bei punti di cucitura, e infine fasciato. Aveva fretta; temeva di perdere il treno. Il medico, sentendo ch'egli doveva mettersi in viaggio, volle abbondare in cautela, e gli combinò allora con le bende una specie di turbante, il quale gl'impedí d'assettarsi il cappello sul capo. Quando fu pronto, Cosmo Antonio Corvara Amidei si strinse nelle spalle, si provò pian piano a protendere il collo, e socchiudendo gli occhi, sospirò ancora una volta: - E va bene! CAPITOLO TRE IL VENTO "Tu, cara Primavera, non vedo perché debba proprio quest'anno venire innanzi al dí che gli uomini ne' loro calendarii t'assegnano per il ritorno. L'inverno è stato piuttosto mite, e vorrebbe, prima di spirare, fare almeno un po' di guasto: è nel suo diritto; vorrebbe che tu, per esempio, gli lasciassi il tempo di scaricarsi di qualche temporaletto che l'addoglia; ma se questo non ti garba perché temi che ti sporcheresti i rosei piedini, trovando troppo imbrattate le campagne e le vie della città per il tuo ingresso trionfale; egli ti fa sapere che è ancor tutto gonfio di vento, povero vecchio, e ti prega che sii contenta di fargli, se non altro, buttar fuori questo, che ti snebbierebbe anche l'aria ben bene e ti spazzerebbe le terre dalle sudicerie che v'ha fatto. Renderesti un gran piacere a lui e uno grandissimo a me, che proteggo tanto, se tu sapessi, un brav'uomo, fin da quand'egli è nato. Figúrati, per dirtene una, che jeri, mentre egli si beava di te, steso a pancia all'aria nella pineta d'un bel parco, mi son divertita a fargli cadere in testa una pigna bella grossa e dura, che avrebbe potuto anche accopparlo, eh altro! ma io non ho voluto. Sai bene che porto nello stemma un gatto che scherza col topolino e non l'uccide." Come letta in altro tempo in un libro antico, perché la crudeltà ne apparisse piú raffinata, se la ripeteva tra sé e sé, da quindici giorni, Cosmo Antonio Corvara Amidei, questa bellissima preghiera che certamente la sua buona sorte aveva dovuto rivolgere alla Primavera, e che questa - manco a dirlo - aveva subito accolto. Era ancora col turbante in capo, e se ne stava alla sponda del lettuccio di Dolfino, il quale, da che era sceso alla stazione di Nettuno, gli si consumava nel lento cociore della febbre, anche di giorno. Prima, almeno, a Roma l'aveva soltanto di notte, la febbre. E vento, e vento, e vento! Da quindici giorni non cessava un minuto, né dí né notte. Fischiava, mugolava, ruggiva in tutti i toni, ed era in certe scosse lunghe e tremende di tanta veemenza, che pareva volesse schiantar le case e portarsele via. Pareva; perché poi, in realtà, si portava via soltanto qualche tegola, abbatteva qualche albero o qualche palo telegrafico e infrangeva qualche vetro. Si divertiva poi a rendere furioso il mare, perché si ripigliasse la spiaggia, e venisse a rompersi fragoroso e spaventevole contro le mura delle case. Al professor Corvara Amidei sembrava di trovarsi su una nave assaltata e sbattuta dalla tempesta. Il povero Dolfino n'era atterrito, e lui non trovava piú modo a confortarlo con qualche parolina, perché quel mugolo del vento, piú che il fragore del mare, gli toglieva, non che la voce, ma finanche il respiro, gli torceva dentro le viscere, gli dava un'angoscia rabbiosa e muta, che trovava solo, di tanto in tanto, un po' di sfogo involontario nella gola della povera balia, la quale, per compir l'opera, s'era ammalata d'angina e doveva starsene a letto, anche lei. - Piano, per carità, signorino mio! - pregava quella, appena se lo vedeva davanti, come una fantasima, con la boccetta dell'acido fenico in una mano e il pennello nell'altra. - Piano, per carità! Si metteva a sedere sul letto e spalancava la bocca, che pareva un forno arroventato. Il professor Corvara Amidei non voleva far forte; ma, ogni volta, come se la veemenza del vento che s'abbatteva ai vetri gli spingesse il braccio, lasciava andare certe spennellature, che a quella poveretta per miracolo non schizzavan gli occhi dal capo. - Sputate! Sputate! E se ne tornava accanto a Dolfino, con una fissità truce negli occhi, mentre la boccetta dell'acido fenico gli tremava in mano. Acido fenico... veleno... ma troppo poco, troppo poco e diluito... non sarebbe certamente bastato... E poi, del resto, come lasciar Dolfino in quelle condizioni! No, via! La tentazione però era forte. Quel vento lo faceva impazzire. - Villeggiatura!... - borbottava tra sé. Già metà del mese era passata. La spesa in piú del fitto, la mancanza dei comodi di casa, l'aggravamento del mal di Dolfino, la malattia della serva: ci aveva guadagnato questo. E poi, ancora un po' di pazienza: bisognava che si facesse tutto da sé: lui accendersi il fuoco, lui andar per la spesa, lui apparecchiar da mangiare... E non poter condurre, neanche per un minuto, il ragazzo sulla spiaggia; vedersi lí, in quelle tre stanzette, imprigionato, assediato dal mare e dal vento. Troppo, eh? - Tin tin tin - piano piano, alla porta. - Chi è? Ma lei, Satanina, si sa! Venuta in groppa a quel vento Satanina, la buona mammina, che vuole a tutti i costi rivedere il figliuolo malato. Entra, si precipita, cade in ginocchio ai piedi del professore, il quale indietreggia sbalordito; gli s'aggrappa alla giacca, gridando, scarmigliata: - Cosmo! Cosmo, per carità! Lasciami veder Dolfino mio! Perdonami! Salvami! Abbi compassione di me! E scoppia, cosí gridando, in un pianto dirotto, in un pianto vero, di lagrime vere, senza fine, e in singhiozzi anche, in singhiozzi non meno veri, che la scuotono tutta; e non si leva da terra, e si nasconde la faccia con le mani seguitando a implorare: - Bacerò, bacerò la terra, dove tu metti i piedi, Cosmo, se tu mi perdoni, se tu mi salvi! Non ne posso piú! Voglio esser tutta del mio Dolfino, ora! Lasciamelo assistere, curare, per carità! Cosmo Antonio Corvara Amidei casca a sedere su una seggiola, si nasconde il volto con le mani anche lui, benché in quella cameretta, veramente, per l'ombra della sera sopravvenuta, non ci si veda quasi piú. Suona la campana dell'Avemaria. - Ave Maria... - dice forte, apposta, la balia dal letto, cominciando la preghiera, per sottrarre il padrone alla tentazione. E Dolfino chiama dall'altra camera in fondo, sbigottito: - Papà... papà... Allora Satanina, come sospinta da una susta, scatta in piedi e corre dal figliuolo. Il professor Corvara Amidei rimane inchiodato sulla sedia. Gli giungono dalla camera di Dolfino le tenere espressioni d'affetto che colei rivolge al figliuolo, il suono dei baci che gli dà. Gli sembra che d'improvviso un gran silenzio si sia fatto intorno, un silenzio misterioso, di fuori, come di tutto il mondo. Si toglie le mani dal volto e resta attonito ad ascoltare. Un vetro si scuote, appena appena alla finestra. Ah, il vento - ecco - il vento è cessato. E come mai? Si reca dietro la vetrata a guardare la via illuminata di là dal prossimo giardino annesso alla casa degli ufficiali che escono allegri dalla mensa. Ma Dolfino è ancora al buio, in camera, con colei; e il professore Corvara va per accendere la candela. - Lascia, faccio io! - gli dice subito Satanina. - Il lume dov'è? Di là? E scappa a prenderlo, premurosa. - Papà, - dice allora Dolfino, piano piano, - papà, io non la voglio... Fa troppo odore... - Zitto, figliuolo mio, zitto... - Papà, dove ti corichi tu? Per lei non c'è letto... Tu devi coricarti qui, papà, senti? Accanto a me... - Sí, bello mio, sí... Sta' zitto, sta' zitto... Silenzio. E perché non torna Satanina? Non trova forse il lume? Che fa? Il professore Corvara Amidei tende l'orecchio; poi avverte un fresco insolito alle gambe, come se colei di là avesse aperto la finestra. Possibile? Si leva dalla sponda del letto e va, al bujo, in punta di piedi, a origliare, fino all'uscio della camera che ha la finestra bassa sullo spiazzo, davanti la caserma. Satanina sta affacciata a quella finestra e parla sottovoce con qualcuno giú! Come! Con chi? Ah, spudorata! Ancora? Cosmo Antonio Corvara Amidei si stringe in sé, felinamente, le si accosta, senza fare il minimo rumore, e - quando le sente dire all'ufficiale che sta lí sotto: "No, Gigino, stasera no: non è possibile. Domani... domani, immancabilmente..." - si china, l'abbranca per i piedi, e giú! La rovescia dalla finestra, gridando: - Signor tenente, se la pigli! Al doppio urlo che gli risponde di sotto, dell'ufficiale e della precipitata, egli si ritrae, raccapricciato, in preda a un tremor convulso di tutto il corpo: si prova a richiuder le imposte, ma non può, poiché dallo spiazzo nuove grida si levano, di soldati, di ufficiali, d'altra gente accorsa. Traballando, col passo legato, si trascina fino alla camera del figlio, ribellandosi ferocemente alla balia, che saltata dal letto in camicia, a quegli urli, vorrebbe trattenerlo per sapere che ha fatto, che è stato. - Nulla... nulla... - risponde lui, fremebondo, abbracciando il figliuolo sul letto. - Nulla... non ti spaventare... Una tegola... una tegola sul capo a un tenente. Bussano furiosamente alla porta. La balia scappa a infilarsi una sottana, corre ad aprire: un fiume di gente, soldati e ufficiali allagano vociando la casa ancora al bujo, dietro a due carabinieri e al delegato. - Abbiano pazienza, accendo il lume... - balbetta la balia, spaventata. Cosmo Antonio Corvara Amidei si tiene stretto con tutte e due le braccia Dolfino, che s'è inginocchiato sul letto. - Via! Venite con me! - gli grida il delegato. Egli si volta a guardarlo. Sotto il turbante delle fasce, quella faccia da morto con gli occhiali incute sgomento e orrore alla folla che ha invaso la camera. - Dove? - domanda. - Con me! Senza storie! - gli risponde, brusco, il delegato, prendendolo per una spalla. - Va bene. Ma questo figlio? - domanda lui, di nuovo. - È malato. A chi lo lascio? Sappia, signor delegato... - Via! Via! Via! - lo interrompe questi, con violenza. - Vostro figlio sarà condotto al Sanatorio. Voi venite con me! Il professor Corvara Amidei rimette a giacere Dolfino che trema tutto dallo spavento; lo esorta pian piano a far buon animo: ché non è nulla, ché presto ritornerà a lui; e se lo bacia quasi a ogni parola rattenendo le lagrime. Uno dei carabinieri, spazientito, lo agguanta per un braccio. - Anche le manette? - domanda il professor Corvara Amidei. Ammanettato, si china su Dolfino, di nuovo, e gli dice: - Figlio mio, questi occhiali... - Che vuoi? - gli chiede il ragazzo, tremando, atterrito. - Strappameli dal naso, bello mio... Cosí... Bravo! Ora non ti vedo piú... Si volge verso la folla, ammiccando e scoprendo nella contrazione del volto, i denti gialli; si stringe nelle spalle, protende il collo, ma l'angoscia gli serra troppo la gola, e non può ripetere anche questa volta: - E va bene! Fine della novella: VA BENE Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]