PENA DI VIVERE COSÍ (prima parte), dalla sesta raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le regisrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. PENA DI VIVERE COSÍ (prima parte) CAPITOLO UNO Silenzio di specchio, odore di cera ai pavimenti, fresca lindura di tendine di mussola alle finestre: da undici anni cosí, la casa della signora Lèuca. Ma ora s'è fatta nelle stanze come una strana sordità. Possibile che la signora Lèuca abbia acconsentito che dopo undici anni di separazione il marito torni a convivere con lei? Fa dispetto che la pèndola grande della sala da pranzo faccia udire in questa sordità, cosí distintamente in tutte le stanze, il suo tic e tac lento e staccato, come se il tempo possa seguitare a scorrere ormai placido e uguale come prima. Nel salottino (che ha l'impiantito sensibilissimo) fu jeri un tintinnire d'oggettini di vetro e d'argento, quasi che le gocciole dei candelabri dorati sulla mensola e i bicchierini della rosoliera sul tavolino da tè avessero brividi di paura e fremiti d'indignazione alla fine della visita dell'avvocato Aricò che la signora Lèuca chiama con le amiche "grillo vecchio"; dopo aver perorato e perorato quell'avvocato se n'era andato, badando a ripetere fino all'ultimo: - Eh, la vita... la vita... E si stringeva nelle spallucce, socchiudendo i grossi occhi ovati nel visetto olivigno, e stirava penosamente il magro collo per spingere sú e sú, dall'angustia delle spalle cosí ristrette, la punta del piccolo mento aguzzo. Credevano tutti quegli oggettini di vetro e d'argento che la signora Lèuca, lí, alta e dritta, e cosí fresca, cosí bianca e rosea, con le piccole lenti in cima al naso affilato, di fronte a quel cosino verde e nero che si storceva tutto per licenziarsi ancora una volta ripetendo sulla soglia dell'uscio: - La vita... la vita... - dovesse almeno negar col capo o alzar la mano in segno di protesta. La vita? Eh già, proprio quella, la vita: una vergogna da non potersi nemmeno confessare; una miseria da compatire cosí, stringendo le spalle e socchiudendo gli occhi, o spingendo sú sú il mento come fosse anche un ben duro e amaro boccone da ingozzare. E che cos'era allora questa che da undici anni lei, la signora Lèuca, viveva qua, in questa sua casa monda e schiva, con le discrete visite di tanto in tanto delle sue buone amiche del patronato di beneficenza e del dotto parroco di Sant'Agnese e di quel bravo signor Ildebrando l'organista? Non era vita questa che si godeva qua nella santa pace inalterabile, qua in tanta lindura d'ordine, in questo silenzio, tra il tic e tac lento e staccato della pendola grande che batte le ore e le mezz'ore con un suono languido e blando entro la cassa di vetro? CAPITOLO DUE Alla parrocchia di Sant'Agnese è corsa a dar l'allarme come una colomba spaventata la vecchia signorina Trecke del patronato di beneficenza. - La signora Lèuca, la signora Lèuca, col marito... Lo spavento è divenuto stupore e lo stupore s'è poi liquefatto in un sorriso vano della bianca bocca sdentata davanti al placido assentimento del capo con cui il parroco ha accolto la notizia già nota. Lunga di gambe, corta di vita e con la schiena ad arco, ancora biondissima a sessantasei anni, la signorina Trecke, mezzo russa, mezzo tedesca, ma piú russa forse che tedesca, convertita dalla buon'anima di suo cognato al cattolicesimo e zelantissima, ha conservato nel viso pallido e flaccido gli azzurrini occhi primaverili dei suoi diciott'anni, come due chiari laghi che tra la desolazione s'ostinino a riflettere i cieli innocenti e ridenti della sua giovinezza. Eppure molti nuvoloni tempestosi sono passati da allora a offuscarli tante volte. Ma persiste a fingere di non averne mai saputo nulla la signorina Trecke; e cosí, la sua bontà, che pure è vera, assume spesso apparenze d'ipocrisia. Non vuole che l'amarezza delle tristi esperienze insidii e corroda la saldezza della nuova fede, e preferisce manifestare la sua bontà come affatto ingenua e inesperta, vale a dire come proprio non è. E questo provoca tanta stizza in chi le vuol bene, perché non si capisce come lei non riconosca quanto piú merito avrebbe della sua bontà se la manifestasse come superstite sperimentata e vittoriosa di tutte le tristezze della vita. Liquefatta in quel sorriso vano, comincia a domandare con una compunta maraviglia se il signor Marco Lèuca, marito della signora Lèuca, è dunque veramente degno di perdono, cosa che lei non ha mai immaginato perché - saranno forse calunnie, dato che il signor parroco approva la riconciliazione - ma non ha tre figli, tre, tre femminucce, questo signor Lèuca, con una... come si dice? sí, con un'altra donna? E allora come... che farà adesso? le abbandonerà per riconciliarsi con la moglie? Ah no? E che allora? Due case? Qua la moglie, e là quell'altra con le tre, sí, come si dice?, figliuole naturali? - Ma no, ma no, - si prova a rassicurarla il parroco con la consueta placidità soffusa di mite aria protettrice. (Ci sono le catacombe a Sant'Agnese e anche la chiesa sotterranea, cupa e solenne; ma poi la casa parrocchiale è in mezzo a un verde cosí dolce e chiaro e con tanto aperto davanti e tanta aria e tanto sole; e si vede negli occhi limpidi del parroco e si sente nella calda voce di lui il bene che fanno, non pure al corpo, anche all'anima.) - No, cara signorina Trecke. Niente due case, niente abbandono; e neppure una vera e propria riconciliazione: avremo, se Dio vorrà, un semplice amichevole riavvicinamento, qualche visitina di tanto in tanto, e basterà cosí. Per un po' di conforto. - A lui? - Ma sí, a lui. Un po' di sollievo alla colpa che pesa; il balsamo d'una buona parola al rimorso che punge. Non ha chiesto altro, e la nostra eccellente signora Lèuca non avrebbe potuto del resto accordargli altro. Stia tranquilla. Le posa come fossero cose, le parole, il signor parroco: cose pulite e levigate - là - là - là - bei vasetti di porcellana sul tavolino che gli sta davanti, ciascuno con un fiorellino di carta, di quelli con lo stelo di fil di ferro ricoperto di carta velina verde, che fanno un cosí grazioso effetto e costano poco. Ma bisognerebbe consigliare a quel bravo signor Ildebrando, l'organista che fa anche da segretario al signor parroco, di non approvarle tanto con quei melliflui sorrisi e quelle mossettine del capo. Se ne sente finir lo stomaco quella brava signorina Trecke. Il signor Ildebrando non ha saputo mai perdonare ai suoi genitori, morti da tanto tempo, d'avergli imposto un nome cosí sonoro e compromettente, il piú improprio di tutti i nomi che avrebbero potuto imporgli, non solo al suo corpicciuolo gracile, fievole, ma anche alla sua indole, al suo animo. Non ha mai potuto soffrire il signor Ildebrando quegli omacci sanguigni e prepotenti che han bisogno di far fracasso, gettar certe occhiatacce, prender certe pose con le mani sul petto: ci sono io, ci sono io; non ha mai voluto esserci per nulla, lui; ha cercato sempre di restare in ombra, tepido appena appena, insipido e scolorito. Gli pare che la signorina Trecke, cosí scolorita anche lei, dovrebbe far come lui, e invece, ecco che vuol mettersi in mezzo, immischiarsi in ciò che non la riguarda; ecco che, a proposito di quel signor Marco Lèuca, domanda al signor parroco: - E allora, potrei anche invitarlo a cena a casa mia? Il parroco casca dalle nuvole: - Ma no! Che c'entra lei, signorina Trecke? E questa stiracchiando il vano sorriso della bocca bianca: - Eh, se se ne deve aver pietà... Mia nipote dice di conoscerlo. Il parroco la guarda severamente: - Lei farebbe bene, cara signorina, a sorvegliare un po' la sua nipote. - Io? E come potrei, signor parroco? Non capisco proprio nulla io; e gliene sto dando ora stesso la prova. Proprio nulla, proprio nulla... E cosí dicendo, apre le braccia e s'inchina per andar via, ancora con quel sorriso sulle labbra e gli occhi infantili velati di pena per quest'incorreggibile ignoranza che sempre, Dio mio, la affliggerà. CAPITOLO TRE Tre giorni dopo, il signor Marco Lèuca, accompagnato dall'avvocatino Aricò, fece la sua prima visita alla moglie. Tutto arruffato, arrozzito, malandato, irto di commozione, fu, tra quella specchiante lindura di casa, per quei mobiletti gracili, nitidi del salottino, gelosi della loro castità, uno sbalordimento d'angosciosa trepidazione. Cinque minuti senza poter parlare, ad arrangolare come una bestia ferita, con un tremore spaventoso di tutto il corpo. E che terrore poi, che balzo, che scompiglio, quando, non potendo parlare, quasi afferrato e costretto dalla disperazione, si buttò a terra sui ginocchi davanti alla moglie, su quell'impiantito sensibilissimo. La signora Lèuca, che stentava ancora a riconoscerlo, cosí cangiato, cosí arrozzito e invecchiato dopo undici anni, avrebbe voluto accostarsi per sollevarlo da terra, ma non riusciva a vincere il ribrezzo e lo spavento, e si tirava indietro, invece, per non vederselo cosí davanti in ginocchio, e gemeva: - Ma no... Dio, no! Le toccò ripeterla piú volte quest'esclamazione e fu quasi tentata di scapparsene di là a un certo punto, quando parve che lui e l'Aricò si volessero azzuffare. L'Aricò l'aveva investito irritatissimo gridandogli di non far scenate, d'alzarsi e star tranquillo e composto; e lui l'aveva respinto con una furiosa bracciata per mostrarsi a lei in tutta la sua disperazione e abiezione; voleva alzare la faccia disfatta da terra e guardarla, e non poteva; e restava lí, Dio, restava lí, certo con la vergogna, ora, del suo atto teatrale mancato, che pur avrebbe voluto sostenere fino all'ultimo perché vi era stato trascinato dalla foga d'un sentimento sincero, dalla speranza forse che lei se ne sarebbe lasciata commuovere, intenerire fino a posargli la mano sui capelli in atto di perdono, non per carezza. Dio mio, ma poteva far questo la signora Lèuca? Avrebbe dovuto capirlo, che non poteva. Commiserazione, sí, compatimento può aver per lui, carità, come per tutti quei disgraziati che al pari di lui sentono la vita come una fame che insudicia e non si sazia mai. - La vita! Cosí, ecco, come lui l'ha scritta in faccia, con una violenza che comincia a rilassarsi sguajatamente. Che brutto segno, quel labbro inferiore che gli pende bestialmente e quelle borse nere intorno agli occhi torbidi e addogliati. Ma verrà qui ora, di tanto in tanto - ecco, sí, come dice l'avvocato - per respirare un po' di pace, per ristoro dello spirito, ora che i capelli si son fatti grigi - lei li ha già tutti bianchi - e risentire la dolcezza della casa, benché... - Benché? - La dolcezza della casa, lei dice, avvocato? La signora Lèuca sa bene che non ha piú nessuna dolcezza la sua casa; solo una gran quiete. Ma quella quiete poi... No, non dice che le pesi; dice anzi che n'è contenta, la signora Lèuca: legge, lavora per sé e per i poveri, va in questua con le amiche del patronato di beneficenza, va in chiesa, esce anche spesso per compere o per andare dalla sarta (ché ancora le piace vestir bene), va quando deve dall'avvocato Aricò che ha cura dei suoi affari, e insomma non sta in ozio un momento. È contenta cosí, certo, poiché Dio non volle che fosse contenta altrimenti, che la sua vita cioè avesse altri piú intimi affetti. Ma c'è pur questo silenzio che a volte, tra un punto e l'altro della maglietta di lana per una bimba povera del quartiere, o tra un rigo e l'altro del libro che sta leggendo, pare sprofondi tutt'a un tratto nel tempo senza fine e vi renda vani, o piuttosto, sconsolati ogni pensiero, ogni opera. Gli occhi si fissano su un oggetto della stanza e, per quanto lí da tanto tempo e familiare, quell'oggetto è come se non l'abbiano mai veduto, o come se tutt'a un tratto si sia votato d'ogni senso. E sorge un rimpianto: no, di nulla piú ormai, ma di quello che non ha avuto, che non ha potuto avere; e una certa pena anche, non pena piú veramente, un certo senso di disgusto che si fa quasi stizza dentro, per l'inganno che il suo stesso cuore un tempo le fece, di potere esser lieta, anzi felice, sposando un uomo che... - un uomo, insomma. Non sa piú nemmeno disprezzarlo, ormai, la signora Lèuca. - La vita... Pare che debba esser cosí. Questo, ecco, il disgusto. Non come il suo cuore, da giovinetta, la sognò; ma questa miseria che (forse è peccato dirlo) ad accostarcisi, pare debba proprio insudiciare; da compiangere fors'anche, certo anzi da compiangere, perché ogni piacere è poi pagato a prezzo di lagrime e di sangue. Ma non è facile. Per rispondere al signor parroco che le ha domandato: "Ma chi le ha detto, in nome di Dio, che la carità debba esser facile?" lei s'è lasciata persuadere a ricevere il marito di tanto in tanto, per una breve visita, ora che il disprezzo di prima s'è cangiato in questa commiserazione, che non è propriamente per lui soltanto, ma per tutti quei disgraziati che sentono la vita come lui. Ha riconosciuto la signora Lèuca che molte delle opere di carità a cui attende sono anche un modo per lei di passare il tempo; fa, è vero, piú di quanto potrebbe; si stanca a salire e scendere tante scale e vince spesso con la volontà la stanchezza degli occhi e delle mani nel lavorare per i poveri fino a tarda notte; dà poi in beneficenza gran parte delle sue rendite, privandosi di cose che per lei non sarebbero al tutto superflue; ma un vero e proprio sacrifizio non può dire che l'abbia mai fatto, come sarebbe vincere quel disgusto, quel certo orrore che nasce dalla propria carne al pensiero d'un contatto insoffribile, o rischiar di rompere quell'armonia di vita raccolta in tanta lindura d'ordine. Ha paura che non potrà mai farlo. Nascono pure in lei gli stessi sentimenti che in tutti gli altri; ma mentre gli altri vi s'abbandonano cecamente, lei, appena sorti, li avverte e, se buoni, li accompagna come s'accompagna un bambino per mano. Ha troppo attento lo spirito; ha troppo vissuto in silenzio. La vita le si è quasi diradata fino al punto che le relazioni tra lei e le cose piú consuete non hanno piú talvolta nessuna certezza, e le avviene allora di scoprire di quelle cose tutt'a un tratto aspetti nuovi e strani che la turbano, come se d'improvviso e per un attimo lei penetrasse in un'altra insospettata realtà che le cose abbiano per sé, nascosta, oltre quella che comunemente si dà loro. Teme d'impazzire, a fissarcisi. Ma distrarsene è difficile, con quel sospetto che le persiste come agguattato sotto il consueto aspetto delle cose. Che gli altri credano placidissima la sua vita e abbiano di lei il concetto che sia la serenità in persona, dovrebbe perciò irritarla, almeno in segreto. Invece no. Se ne compiace, perché anche lei vuol crederlo, sicura di non aver mai dato campo a desiderii, di cui, appena balenati, non abbia respinto tante volte l'immagine. Perché veramente lei ha il disgusto della vita che insudicia. Vi sta in mezzo, la cerca per portarvi la sua opera di carità. Ma non potrebbe, se non sentisse che il suo spirito ne resta immune. Il solo sacrificio che lei può fare, è questo: vincere quest'orrore. È poco. Perché anche in questo, ciò che lei fa per gli altri è assai meno di ciò che ha fatto per sé quando, tante volte, ha dovuto vincere l'orrore del suo stesso corpo, della sua stessa carne, per tutto ciò che nell'intimità si passa, anche senza volerlo, e che nessuno vuol confessare nemmeno a se stesso. CAPITOLO QUATTRO Con l'aria consueta di svagata innocenza, la signorina Trecke è venuta intanto a prendere informazioni, portando con sé la nipote. Ha trovato altre amiche in visita: la signora Marzorati con la figliuola, la signora Mielli, alle quali la signora Lèuca, spinta a parlare, cerca di dire il meno che può su quella prima visita del marito. La signorina Trecke esclama: - Ah senti! È dunque venuto? La nipote ha subito uno scatto di fastidio: - Perché fingi di non saperlo, se lo sai? La signorina Trecke la guarda e si liquefà nel suo sorriso vano: - Lo sapevo? Ah sí, lo sapevo... Ma che doveva venire, non che fosse venuto. La nipote si scrolla e le volta le spalle per mettersi a parlare con la signorina Marzorati; il che cagiona subito una viva apprensione alla mamma, signora Marzorati, che non ha affatto piacere che la nipote della signorina Trecke parli con la sua figliuola. È davvero uno scandalo quella nipote della signorina Trecke. Basta vedere come va vestita. E si dicono di lei certe cose! Solo la signora Lèuca, tra le tante amiche, comprende che se quella ragazza è cosí, la colpa non è tutta sua, ma dipende anche da ciò che quotidianamente avviene tra lei e la zia. S'è impegnata, tra loro due, come una gara molto pericolosa. La zia s'ostina a mostrare di non comprendere il male che la nipote fa; e questa allora lo fa per costringerla a comprenderlo e a smettere quella fintaggine insopportabile. E chi sa dove arriverà! Ma Dio mio, come deve regolarsi la signorina Trecke, se si dà sempre il caso che, dove lei suppone che ci possa esser male, là - nossignori - male non c'è; e viceversa poi par che ci sia, e grave, dove lei proprio non riesce a capire che ci possa essere? Sarà una sventura, ma è cosí. Ecco, per esempio: ha creduto che dovesse portare chi sa quale sconvolgimento nell'animo della signora Lèuca quella "terribile" visita del marito, la vista di lui dopo undici anni di separazione, e invece niente: placida e fresca, la signora Lèuca ne discorre con le amiche, come se non fosse avvenuto nulla. - Ma se non è proprio avvenuto nulla, - sorride la signora Lèuca. - È stato qui un quarto d'ora, con l'avvocato. - Ah, meno male, con l'avvocato! Ho avuto tanta, oh tanta paura io, che venisse solo. - Ma no, perché? - Mia nipote m'ha detto che è tanto violento. Insegna appunto nella scuola, Nella, dove lui porta ogni mattina la maggiore delle sue... Dio mio, sí, non saranno legittime, ma credo, non so, che si debbano chiamar figliuole, no? benché non ne portino il nome. Eh, Nella, come hai detto che si chiamano? La nipote, brusca: - Smacca. - Sarà il cognome della madre, - osserva la signora Mielli, che pare arrivi ogni volta da molto lontano alle poche parole che le avviene di dire. - Già, forse, - riprende la signorina Trecke. - Si figurino che una mattina a questa figliuola, in presenza di mia nipote, diede un... come si dice? ceffone, già, ceffone... ma cosí forte che la mandò in terra, poverina, e dice che con l'unghia, nel darglielo, la ferí alla guancia; per quanto poi, vedendo che s'era fatta male, dice che s'è messo a piangere. Oh! avrà, avrà pianto anche qua, suppongo. La signora Lèuca, poiché anche le due altre amiche si voltano a guardarla per sapere se il marito abbia pianto davvero durante la visita, è costretta a dir di sí. E subito allora la nipote della signorina Trecke torna a voltarsi, come se, pur discorrendo fervidamente con la signorina Marzorati, sia stata sempre a orecchi tesi verso il crocchio delle signore, e di scatto, rivolgendosi alla zia: - Niente di male, sai! niente di male, per la signora Lèuca, in questo pianto del marito. Te n'avverto, perché tu non finga di commuovertene. Detto questo, riprende il suo discorso con la signorina Marzorati. La signora Lèuca non può non notare che in quelle parole, nel tono con cui sono state proferite, è contenuta una sprezzante provocazione a lei, per uno scopo che non riesce a indovinare, se non è solo quello d'offendere con la derisione il suo modo di comportarsi. Non dice nulla. Guarda le due amiche, che si son guardate tra loro facendo un viso lungo lungo di gelata maraviglia, e con pena sorride come per indurre a compatire, per riguardo a quella povera signorina Trecke, la quale, al solito, non ha capito nulla ed è rimasta, allo scatto della nipote, liquefatta in quel sorriso vano della sua bocca sdentata. - Ora non si vede tanto, - confida in quel mentre Nella Trecke in un orecchio alla signorina Marzorati, - ma le assicuro che dev'essere stato al suo tempo un gran tipo chic il marito della signora Lèuca. La signora Marzorati dà a vedere di sentirsi piú che mai sulle spine vedendo la figliuola interessarsi tanto a ciò che le dice quella diavola là. E la signora Lèuca torna a sorridere con pena per quell'ambascia di madre. È una ragazzona rubiconda con gli occhiali, la figlia della signora Marzorati, soffocata da un gran seno, ma gonfio soltanto d'una certa allarmata ingenuità infantile che, di tratto in tratto investita, a sbuffi, da strani pensieri segreti o subitanee impressioni, le avvampa il viso, le riempie gli occhi di lagrime improvvise, perché teme di non esser piú creduta quella fanciullona che è. Ma forse dubita anche lei stessa, dentro di sé, d'esser qualche volta cattiva, perché resta in forse lei stessa della sua sincerità, per via di quei lampi pazzeschi che nella sua bambinaggine la fanno intravedere diversa da quella che lei si crede e che tutti la credono. Dio, come appar chiaro tutto questo alla signora Lèuca! Ed è una sofferenza, non è mica una soddisfazione per lei, che i suoi occhi vedano cosí chiaro, cosí a dentro, tutto, con la piú precisa coscienza di non ingannarsi. E là, quella signora Mielli, con quell'aria di non saper mai quello che fa, come se facesse o dicesse tutto lontano da sé, senz'accorgersi di nulla, quasi per poter dire a un bisogno, se colta in fallo: "Ah sí? Oh guarda! Io? ho fatto questo? ho detto questo?". Quando, alla fine, le cinque amiche se ne vanno, si sente cosí stanca e triste, la signora Lèuca. Guarda le sedie del salottino, smosse, dov'esse poc'anzi stavano sedute. Quelle sedie vuote, fuori di posto, pare domandino sperdute il perché di quel loro disordine; che cosa quelle signore siano venute a fare; se avevan proprio bisogno di quella visita. Mah! Pare di sí, che ci sia questo bisogno di sapere che cosa dà agli altri o come è per gli altri la vita, e che se ne pensi e che se ne dica. Bisogno di viver fuori, in questa curiosità della vita degli altri, o per riempire il vuoto della nostra, distrarci dai fastidi, dagli affanni che ci dà. E cosí passare il tempo. È accaduta una disgrazia? un caso strano? Com'è? Come si spiega? Si corre a vedere, a sentire. Ah, è cosí? Ma no, che! Cosí non può essere. E allora come? Quando poi non avviene nulla, la noja, il peso delle solite occupazioni. E l'angoscia di vedere, come ora la signora Lèuca la vede, lentamente morire ai vetri la luce del giorno. CAPITOLO CINQUE S'era stabilito col parroco e l'avvocato che il signor Marco Lèuca non sarebbe venuto mai solo in casa della moglie, e che le visite - brevi - non dovessero essere piú di due al mese. Invece, a pochi giorni di distanza dalla prima, eccolo un'altra volta, e solo; con l'aria d'un cane che preveda d'esser male accolto e, aspettandosi un calcio, sogguardi pietosamente. La signora Lèuca riesce a dissimulare il turbamento per la contrarietà che ne prova, e lo fa entrare e sedere nella saletta da pranzo. Appena seduto, lui si copre con le grosse mani la faccia e si mette a piangere; ma senza nessuna teatralità, questa volta. La signora Lèuca lo guarda e comprende che quel pianto, per finire, aspetta che lei dica una parola di pietosa esortazione. E poi? No no. Che sia ritornato, cosí presto e solo, e che lei non si sia rifiutata di riceverlo, è già troppo. Incoraggiarlo con qualche buona parola sarebbe come accettar senz'altro che i patti possano d'ora in poi non esser piú rispettati e abilitarlo a venire anche ogni giorno e a chiedere subito chi sa che cos'altro. No no. Bisogna che lo trovi lui da sé, smettendo di piangere, il coraggio di dire perché è ritornato. La ragione. Una ragione di fatto, se l'ha. Dio mio! Dio mio! Dopo due ore di supplizio, la signora Lèuca resta come intronata, convulsa in tutte le fibre del corpo. Le ha detto d'esser venuto perché voleva confessarsi. E invano lei gli ha ripetuto piú volte ch'era inutile, perché sapeva, sapeva tutto dall'avvocato Aricò. Ha voluto farle la confessione. Turpitudini. Bagnate di certe lagrime, tanto piú schifose, quanto piú sincere. E a ognuna, guardandola con occhi atroci, soggiungeva: - Ma questo non lo sai! E trovava il coraggio di mettergliele davanti, là, con la piú brutale impudenza, convinto che lei, quasi riparata dall'orrore che ne provava, non poteva esserne toccata; e perché, nel mettergliele cosí davanti, godeva, godeva di farsi sempre piú basso, per esser calpestato da lei; raggiunto, in quel fango, dal piede di lei: - Come Maria... tu... il serpe... È ancora sbalordita la signora Lèuca da certe oscene immagini di vizi insospettati. Dalla stessa offesa che ne ricevevano, i suoi occhi sono stati attratti a fissarle, precise, in tutto il loro schifo, quelle immagini. E ne ha ancora sulle guance le vampe della vergogna. E un altro schifo, un altro schifo nelle dita, ora che lo avverte: lo schifo d'un biglietto da cento lire che, come ubriaca di tutta quella vergogna, gli ha dato all'ultimo, e che lui s'è preso, quasi di nascosto da se stesso, strappandoglielo presto presto dalla mano che pur cosí, quasi di nascosto, glielo porgeva. Ora si domanda se non era questo il vero scopo della visita di lui. Forse no. È stata lei a darglielo, quel danaro, per farlo andar via e levarselo davanti. Non se ne vorrebbe far coscienza, ma deve pur riconoscere che, almeno esplicitamente, lui non gliel'ha chiesto. Ha detto, sí, per commuoverla, che tutto quel po' che gli è rimasto del suo patrimonio l'ha vincolato alle tre figliuole e consegnato all'Aricò, che ne rimette gl'interessi a quella donna per i bisogni di casa; e che lui è lasciato senza un soldo in tasca, dall'avarizia di colei, tanto che non ha da pagarsi nemmeno un sigaro, nemmeno una tazza di caffè, quando n'ha voglia, da prendere in piedi in un bar. E le si è intenerito davanti fino alle lagrime, parlando di queste privazioni; ma non le ha chiesto nulla; né avrebbe potuto, dopo quella confessione che voleva parer fatta con l'intento di scusare, se non in tutto, almeno in parte, la sua abiezione, rovesciandola addosso a quella donna e accusando sé soltanto per la debolezza della propria natura cosí purtroppo inchinevole a cedere a tutte le tentazioni dei sensi; non avrebbe potuto, dopo averla pregata a mani giunte, supplicata di voler sorreggere, anche con la sua vista soltanto, quella sua debolezza. Ora, avergli dato cosí, quasi di nascosto, quel danaro, e aver cosí tentato quella debolezza che aveva chiesto al contrario d'esser sorretta, per levarsene davanti subito lo spettacolo nauseante, è stata veramente una cattiva azione. La signora Lèuca lo sente. E l'avvilimento che ne prova diventa piú forte, quanto piú considera che forse lui non ne ha provato altrettanto nel prendersi quel danaro. Nel voltarsi verso una delle finestre, vede il sole steso là sul verde vivo di quei vasti terreni da vendere che si scorgono dalla saletta da pranzo, con quella fila di cipressi in mezzo a qualche pino, superstiti di un'antica villa patrizia scomparsa. E quest'azzurro di bella giornata che ride limpido e puro e dà tanta luce a tutta la casa silenziosa. - Dio mio! Dio mio! - torna a gemere la signora Lèuca, coprendosi il volto con le mani. - Il male che si fa... il male che si riceve... E cosí con le mani sul volto, rivede a questa considerazione l'immagine d'un vecchio candido pastore inglese incontrato ad Ari, in Abruzzo, quell'estate che vi andò a villeggiare, in quell'antica pensione inglese che pareva un castello in cima al colle. Quanto verde! Quanto sole! E quella frotta di ragazzette che le si faceva attorno, ogni qual volta dal fondo di quella viuzza si fermava ad ammirare le ampie vallate. - Marzietta di Lama... Ecco, sí, Marzietta. Si chiamava Marzietta, una di queste ragazze. Che occhi! Foravano. E che risatine sotto il braccio levato per farle vedere quello sgraffietto sul naso. Ah, potere esser madre! Neanche questo. Neanche? Ma sarebbe stato tutto per lei, se avesse potuto esser madre. Si guarda le mani; vi scorge l'anello nuziale: ha la tentazione di strapparselo dal dito e buttarlo fuori dalla finestra. L'ha tenuto lí per segno del suo stato. Ora vede in esso l'obbrobrio dell'uomo che gliel'ha dato; tutti gli obbrobrii che or ora lui le ha confessati; e si torce in grembo le mani. Eppure, forse, se la carne anche in lei fosse diventata padrona, attirata, trascinata cecamente da una curiosità perversa e perfidamente istigata verso certi abissi di perdizione ora intravisti, chi sa se non vi sarebbe precipitata anche lei. La signora Lèuca si guarda attorno. I mobili della saletta da pranzo, cosí tersa, si sono come allontanati nell'attesa che lei risenta in essi la vita monda e schiva di prima; cosí allontanati in quell'attesa, che lei quasi non li vede piú, ora che la sua vita di prima è insidiata, sconvolta, offesa dalla torbida violenza di quel corpo d'uomo entrato lí a cimentar la consistenza di quanto lei finora aveva creduto d'edificare con tanto ordine e tanta lindura in sé e attorno a sé. La sua coscienza, la sua casa. S'è lasciata mettere a questo cimento. Ma chi l'ha consigliata e indotta, fin dove vuole che arrivi la carità di lei, scendendo a contatto di tanta nascosta vergogna? Vergogna di tutti, e piú forse di quanti mostrano d'esserne immuni perché meglio degli altri riescono a tenerla nascosta anche a se stessi, che d'un che se la porti scritta in faccia, come quel povero mostro là. Dev'essere come un castigo per lei? Ma castigo di che? Credono che se lui s'allontanò da casa, undici anni addietro, fino a cadere in tanta abiezione, sia stato per colpa di lei che non seppe trattenerlo a sé? Non è vero. Non gli negò mai quanto, come marito, poteva pretendere che non gli mancasse da lei. E questo, non solo per dovere, non solo per non dargli un facile pretesto d'allontanarsi. No. Anche a costo d'una pena che piú d'ogni altra ha afflitto l'anima di lei, nell'obbligo crudele che si è sempre fatto della sincerità piú difficile: quella che offende e ferisce l'amor proprio; lei oggi ancora si confessa che no, no, il suo corpo non cedeva allora soltanto per quel dovere, ma si concedeva anche per sé, anche sapendo bene che non poteva valer per esso la scusa di quel dovere di fronte alla sua coscienza che, subito dopo, si risvegliava disgustata, perché già da un pezzo, non pur l'amore, ma ogni stima le era caduta per quell'uomo. Non lo allontanò lei; volle allontanarsi lui, quando ciò che lei poteva concedergli non gli bastò piú. Ora, a chi le ha consigliato quella carità per commiserazione della bestialità sofferente e mortificata, per la bestialità che s'è lasciata trascinare cieca fino alle ultime abiezioni, non ha forse il diritto lei di domandare, indignata, se non sia troppo facile codesta commiserazione che le han presentato come una prova difficile per il suo spirito di carità; e se al contrario un'altra commiserazione non sia assai piú difficile: quella per chi riesca a liberarsi da ogni bestialità, nella vita che è pur questa, piena di miserie e brutture che offendono, quando, come si fa, non ci si voglia dar l'aria d'ignorarle, di non averle sperimentate in noi stessi. La signora Lèuca, che ha saputo affermare e sostenere in sé, nel suo corpo, e contro il suo corpo stesso, questa liberazione, vuole allora, in nome della vita e di tutte le miserie ch'essa comporta, aver l'orgoglio d'essere anche lei, ma ben altrimenti, commiserata; sí sí, commiserata, commiserata; non ammirata. Basta, alla fine, con questa insulsa ammirazione! Non è mica di marmo lei, da non esserle costata nulla, la liberazione. E per la prima volta le danno uggia, vera uggia, tedio, avversione, tutto quell'ordine, tutta quella lindura della sua casa. Scrolla il capo; balza in piedi: - Ipocrisie! Fine prima parte della novella: PENA DI VIVERE COSÍ Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]