PENA DI VIVERE COSÍ (seconda parte), dalla sesta raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le regisrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. PENA DI VIVERE COSÍ (seconda parte) CAPITOLO SEI Se n'è uscito stronfiando, ubriaco di soddisfazione, Marco Lèuca, da quella visita alla moglie. E ora gli pare che, tra gli alberi e le case, l'aperto del viale se lo faccia lui, se lo allarghi lui, gonfiando il petto per respirare. Ah, vivaddio! S'è liberato. E stringe, come ad averne la prova, tra le dita della mano affondata nella tasca dei calzoni quel logoro biglietto da cento lire ripiegato in quattro. S'è liberato dalle angustie affliggenti in cui l'avevano attuffato il parroco e l'avvocato, spingendolo su per la scala della redenzione in casa della moglie. Ecco che ora ne discende liberato. La moglie ha come tirato una barra, con quelle cento lire: lei di qua, e lui di là. Restare di là, restare di là. Di qua non si passa; non deve piú passare: che seguiti di là a insudiciarsi quanto gli pare. Ah che rifiato! Che allegria! E che non s'arrischi a presumere di non aver piú bisogno di carità, nobilitandosi. Cento lire: va' a bere! ubriacati! Guarda attorno con un lustro di pazzia negli occhi e ride impudente. Com'ha rappresentato bene la sua parte! Cento lire, in compenso. Quasi una lira per lagrima. E che gusto a vederla impallidire a certe descrizioni, con gli occhi intorbidati, poverina, e pur fissi fino allo spasimo, dietro quelle lenti in cima al naso. Eh perché, sí, faranno schifo, ma quando certe cose che nessuno vede, c'è chi trova il modo di farle vedere, è inutile, attirano la curiosità e, anche se non fanno gola, si vogliono sapere, e c'è anche il caso che il ribrezzo stesso, messo lí al cimento, restringendosi, asciugandosi come carne al fuoco, chieda che tu lo lardelli con certi allarmati perché che ti domanda, per sapere piú precisamente, ma cosí, da lontano, senza toccare. Mani caste, poverine, che raggricciamenti! Ma no, via, toccate, toccate, arrischiate una toccatina a sentire che non fa male; e poi ci starete, che vi piacerà. Sghignazza, e c'è piú d'uno che si volta a sbirciarlo. Quelle ragazzotte là, alla fontana di Sant'Agnese. Carine. Fosse lecito tastarle, con la scusa d'un sorso d'acqua. Ma no! Lui vuol bere vino, e come un signore, in una bottiglieria di lusso. E poi con quelle non c'è gusto. Il gusto è con le altre, con quelle dalle groppe da cavalle e certi abissi dove il piacere t'afferra tutto, da non potertene piú distaccare. - Qui s'arresta la rielaborazione che l'A. aveva iniziato nell'autunno del '36 e che l'avrebbe condotto a dare nuovi sviluppi a questa sua opera prediletta. V'è, infatti, nelle sue carte una traccia in cui egli s'era appuntato la materia di tre nuovi capitoletti; traccia che qui riportiamo: [L'uscita, dopo la visita e la confessione, con le cento lire da spendere in bagordi. Il degradamento, il vino, le donne, il corpo delle donne: le reni da cavalla. Non era piú buono. Quella. Gli è scappata una volta, e poi ritornata: dubbii sull'ultima figlia. La mediocrità di Sandrina e Lauretta. Elodina l'orfana del musicista: lo stelo delicato = il fiore raro. Nella Trecke in casa, la seduzione sotto gli occhi.] Dice che le bambine, piangano o non piangano, bisogna pettinarle cosí. Se no, con la polvere e la porcheria che s'attacca alla testa... - Che fanno? - Che fanno? Li fanno! E allora sarebbero altri pianti, ogni mattina, per liberarle, a forza di pettine. Se basta! Tante volte bisogna ricorrere al rasojo. E belline, allora, tutt'e tre col testoncino raso. Là, là. Le trecce. Ma almeno, santo Dio, non le facesse cosí fitte, dure, tirate! Da tanto che son tirate, s'attorcono dietro la nuca alle tre povere piccine come due codini di majale, congiunti per le punte da una cordellina. Cosí unti d'olio poi, con quella scriminatura spaccata a filo fin sotto la nuca, i capelli (la grande, Sandrina, n'ha tanti!) - sissignori - pajon pochini pochini. Due codini di majale, addirittura. Ora egli si volta a guardarglieli dietro le spalle, a Sandrina, quei poveri capellucci cosí strizzati, mentre se la porta per mano lungo i viali di Villa Borghese, e ha la tentazione di fermarsi a disfarglieli. Attraversa la villa per far piú presto. Non ha voluto prendere il tram per aver tempo di prevenire la figliuola e di farle le raccomandazioni opportune sulla visita che ora farà. Il cammino però è lungo: da via Flaminia, dove egli abita, fin presso a Sant'Agnese; e teme che, a farlo tutto a piedi, la piccina non abbia a stancarsi troppo. Ma non sono soltanto i capellucci, povera Sandrina! Quel vestitino, quel cappello, le mutandine che le si scoprono dalla sottanella... E come se sapesse di non aver nessuna grazia, conciata a quel modo, va come una vecchina. Ma da qualche tempo, se egli si ribella, perché vorrebbe veder messe con un po' di garbo le figliuole, e per esempio accenna di voler disfare quelle treccioline, la minaccia è: - Bada che te le bacio! Perché è venuto fuori a colei, da alcuni mesi, qua al labbro di sotto, come un ovolino duro duro, un nodo che s'è a poco a poco ingrossato e fatto livido, quasi nero. Non sarà niente. Non può essere niente, perché, a premerlo, neanche le fa male. Le hanno consigliato di farselo vedere da un medico; ma lei dice che non se ne vuol curare. Di ben altro, purtroppo, avrebbe da curarsi: d'una certa stanchezza per tutta la persona, e di quel mal di capo che non la lascia mai, e anche d'una febbretta che le viene la sera. Ma lo sa bene da che provengono tutti questi malanni. È la vitaccia che è costretta a fare. A ogni modo, per scrupolo, non bacia piú le bambine. Bacia lui, la notte, apposta, ridendo di rabbia e tenendogli acciuffata la testa con tutt'e due le mani perché non si muova e lei glieli possa mettere lí su la bocca, quei baci, tutti quelli che vuole, lí, lí; ché se è vero che il male è quello che le vicine di casa le han lasciato intravedere, glielo vuole attaccare: lí, allo stesso posto. (Scherza. Da malvagia, sí; ma scherza. Perché poi non ci crede.) Non ci crede neanche lui, o, piuttosto, non vorrebbe crederci, perché non gli pare possibile che la morte si presenti cosí, in forma di quell'ovolino sul labbro, che non prude né fa male, come se non ci fosse. Non ci vuol credere anche, perché sarebbe una fortuna troppo grande. Ride anche lui perciò, di rabbia fredda, nel prendersi quei baci, che vorrebbero esser morsi velenosi. Ma l'altro giorno s'è fermato allo specchio d'uno sporto di bottega per guardarsi a lungo le labbra, passandovi sopra un dito, lentamente, stirando, per accertarsi che non vi avvertiva nessuna screpolatura. E non le bacia piú da alcuni giorni neanche lui, le bambine. Al piú, sui capelli, qualche volta, la piú piccola, che non si può fare proprio a meno di baciarla, per certe cosette carine che fa o che dice. Le altre due, Sandrina qua, e la mezzana, Lauretta, sono sempre un po' come intontite; come in attesa sempre d'un nuovo spavento. Se ne son presi tanti, di spaventi, assistendo alle liti furibonde che avvengono in casa quasi ogni giorno, sotto i loro occhi; e peggio anche, quando il padre e la madre si chiudono in camera, e di là vengono urli, pianti, rumori di schiaffi, di busse, di calci, d'inseguimenti, tonfi, fracasso d'oggetti lanciati e andati in frantumi. Anche jeri sera, una lite. E difatti egli tiene un fazzoletto avvolto attorno alla mano destra per nascondere un lungo sgraffio; se pure non è stato un morso. E un altro sgraffio piú lungo ha sul collo. - Sei stanca, Sandrina? - No, papà. - Non vorresti sedere là su quel sedile? Un tantino, per riposarti. - No, papà. - E allora, uscendo dalla villa e scendendo per via Veneto, prenderemo il tram. Intanto, senti. Ti porto in una bella casa. Vuoi? Sandrina alza gli occhi a guardarlo di sotto il cappellino, con un sorriso incerto. Ha già notato che il padre le parla con una voce insolita: ne è contenta, ma non sa che pensarne. Dice piú col capo che con la voce: - Sí. - Da una signora che... che io conosco, - riprende lui. - Ma tu... E si ferma; non sa come proseguire. Sandrina, senza darlo a vedere, si fa molto attenta, e aspetta ch'egli seguiti a parlare. Ma poiché egli non dice piú nulla, s'arrischia a domandare: - E come si chiama? - È... è una zia, - le risponde lui. - Ma tu a casa, bada, non devi dirne nulla, non solo alla mamma, ma neanche a Laura, neanche a Rosina; a nessuno, a nessuno. Hai capito? Si ferma di nuovo a guardarla. Anche Sandrina lo guarda, ma abbassa subito gli occhi. - Hai capito? - le ripete lui, chino, con voce cattiva, seguitando a guardarla. Sandrina allora s'affretta a dir di sí, piú volte, col capo. - A nessuno. - A nessuno... - Sai perché non voglio che tu lo dica? - soggiunge egli, riprendendo a camminare. - Perché la mamma, con questa... con questa zia, è in lite. Guaj se viene a sapere che ti ho condotto da lei. Hai visto jeri? Farebbe peggio! E dopo un'altra pausa: - Hai capito? - Sí, papà. - Non dir niente a nessuno! O guaj! Sandrina, dopo queste raccomandazioni e queste minacce, sogguardando la faccia scura del padre, non prova piú nessun piacere ad andare nella casa bella di quella zia. Comprende che il padre non ci va per fare un piacere a lei, ma perché ci vuole andar lui, a rischio d'una lite con la mamma, se questa verrà a saperlo; non certamente da lei. Ma se la mamma, al ritorno, le domanderà dove è stata? Appena le sorge questo pensiero, suggerito dalla paura, Sandrina si volta di nuovo verso il padre. - Papà... - Che vuoi? - E come dirò allora alla mamma? Il padre le scuote violentemente la mano per cui la conduce, e tutto il braccino con essa. - Ma nulla! ma nulla, t'ho detto! Non devi dirle nulla! - No; se mi domanda dove sono stata, - gli fa osservare, piú che mai sbigottita, Sandrina. Allora egli si pente della violenza e si china subito a carezzare, commosso, la piccina. - Bella! bella mia! Non avevo capito... Ma sí, te lo dirò io poi, te lo dirò io come devi risponderle, se ti domanda dove sei stata... Sú, sú, adesso! Fai vedere a papà il tuo bel sorrisino. Sú! Un sorrisino bello, come quello del Teatro dei piccoli quando ti ci portai... La commozione è piú per se stesso, che per la bambina; perché in quel momento si sente buono, lui. E il cuore gli si gonfia d'una tenerissima gioja nel sorprendere un sorriso di compiacimento sulle labbra d'una signora che, trovandosi a passargli accanto, lo vede cosí curvo e premuroso intorno alla figliuola. Un premio maggiore s'aspetta dalla boccuccia di Sandrina; ma questa, sí, gli sorride, o piuttosto si prova a sorridergli, solo per ubbidire; e tutto il suo visino, freddo e dolente, dice al padre di contentarsi cosí di questo piccolo, pallido sorrisino che può fargli. Per quel che vuole da lei, non potrebbe di piú. Non ha ancora dieci anni Sandrina; ma già pensa che a difendersi deve provvedere da sé, cominciando dal padre, dalla madre e dalle sorelline. Nel visino bianco, non bello anche perché patito, gli occhi non sono come forse li vorrebbe il nasetto che si drizza in mezzo a loro un po' ardito: sono serii e fermi. E non sempre è buono lo sguardo, quand'essi si fissano attenti, o quando si volgono obliqui per un istante, quasi di nascosto. Egli avverte questa segreta ostilità della figlia, e drizzandosi per riprendere il cammino, è pieno d'astio al pensiero che non può aspettarsi nulla di meglio dalle figliuole d'una madre come quella. Cosí quel giorno la signora Lèuca si vede arrivare in casa il marito con quella figliuola. È ancora afflitto per la sua bontà mal rimeritata, stizzito e turbato della scarsa gioja che la figlia gli ha manifestato per quella visita furtiva; ma dentro di sé, tuttavia, non pentito. Non pentito, perché ha pensato a lungo, lui, che sarebbe un gran bene per quelle sue tre figliuole, se riuscisse a metterle sotto la protezione della moglie. Se la loro mamma morisse (ma non ci crede); se anche, un giorno o l'altro - chi sa! - anche lui dovesse venire a mancare; la moglie, ricca, potrebbe ajutar quelle bambine, lei che ne ajuta tante con la sua beneficenza. Cosí, se ha fatto male a metterle al mondo e poi a rovinarle, almeno potrà dire d'aver fatto qualche cosa per il loro avvenire. Teme intanto che questo fine interessato appaia chiaro alla moglie, che già ha dimostrato di sospettare che quelle visite di lui possano avere qualche altro scopo, oltre il bisogno d'un conforto morale. E non è ben sicuro ch'ella non abbia a giudicar soverchio l'ardire di portarle in casa la prova, là, delle sue colpe vergognose di marito. Si presenta perciò un po' incerto e come sospeso. Vuol parere un mendico alla porta della pietà di lei, anche per quella sua figliuola, mendica. Si rianima subito, notando negli occhi della moglie il gradimento inatteso, il piacere ch'egli anzi sia venuto cosí accompagnato; e allora apre le braccia e senza darlo a vedere tira pian piano un gran sospiro con le labbra atteggiate d'un tremulo sorriso. La signora Lèuca, infatti, accoglie con molta tenerezza quella piccina, la quale guarda con tanto d'occhi, smarrita. E quasi non bada a lui. - Oh, guarda! Vieni, vieni qua... Come ti chiami? Sandrina?... Brava! Sei la maggiore, è vero? La maggiore, brava... E vai a scuola? Oh, già alla quarta!... E allora, quanti anni hai? Già tanti! Nove e mezzo... Vuoi levarti il cappellino? Ecco, posiamolo qua... Siedi, siedi qua, vicino a me... Si volge a lui che, rimasto in piedi, guarda ancora in quell'atteggiamento, ma già di nuovo con le lacrime agli occhi, e gli dice: - Forse non sa chi sono... Ma Sandrina, con gli occhi bassi, risponde: - La zia. - Ah cara, sí, la zia, - conferma subito la signora Lèuca, che non s'aspetta la risposta da parte di lei, e si china a baciarle una manina. Perché sa che è segno di simpatia, se i bambini parlano prima che abbiano preso confidenza con qualcuno. - La zia! la zia! È abituata a sentirsi chiamar cosí, "la zia", da parecchie bambine, per suggerimento affettuoso delle mamme, che intendono dimostrarle in tal modo la loro gratitudine. E prova un certo piacere, che egli abbia pensato di suggerir per lei lo stesso appellativo alla figliuola, benché certo per un'altra ragione. E allora, poiché è la zia, bisogna che la nipotina abbia subito subito la sua merenduccia di cioccolatte e biscottini, e fettine di pane imburrato, e spalmato di marmellata. Qua, qua, seduta a tavola, e col cuscino sotto, cosí, bella alta, come una grande. E ora, questa salviettina al collo qua: - Va bene cosí? E gliele imburra lei, le fettine, gliele spalma lei di marmellata. - E poi un cucchiaino cosí, di questa marmellata, da mettere in bocca solo, senza la fettina, non lo vogliamo? Eh, mi pare di sí! Sandrina la guarda e sorride, beata, ma come se ancora non credesse bene alla realtà di quanto le accade, di quel che si vede attorno, tanto le par bello e nuovo. Ora che la vede sorridere, però, la signora Lèuca soffre di piú a guardarle quel vestitino addosso cosí sgarbato, quei capellucci cosí tirati... Le debbono anche far male, povera piccina! E come Sandrina finisce di far merenda, se la porta di là, in camera, per scioglierle quelle treccioline e fargliene una sola, grossa e lenta, ma fino a metà, e sfioccato il resto, con un bel nodo di raso dove termina la treccia; e poi le aggiusta i capellucci davanti, facendoglieli scendere un po' sulla fronte, perché diano piú grazia al visino che s'è tutto colorito per la gioia. E che lustro, che lustro le hanno preso gli occhi! Pare un'altra, ora, Sandrina. Lei stessa, guardandosi allo specchio, in mezzo alle belle cose che la circondano in quella camera da letto, e che si riflettono quiete e luminose nello stesso specchio, quasi non si riconosce piú. Non sa capire in prima la signora Lèuca perché il padre, quando ella gliela ripresenta cosí bene acconciata, ora, e cosí tutta ravvivata, invece d'ammirarla e di compiacersene, resti quasi dispiaciuto e turbato. Possibile che nel cuore di lui, alla vista della nuova grazia che la figliuola ha acquistato, si siano destati all'improvviso gli stessi sentimenti che han turbato lei dianzi nell'acconciare amorosamente quella bambina non sua? Non vorrebbe la signora Lèuca ch'egli credesse, che le cure che s'è prese per la piccina siano come un modo di significare a lui il rimpianto che quella figlia non abbia potuto esser sua. Curandola, assaporando la gioia di quelle cure, ella non ha voluto dir nulla a lui, proprio nulla; non ha neppur pensato ch'egli stesse ad aspettare di là. Ma poco dopo ch'egli se n'è andato, la signora Lèuca, che s'è recata alla finestra, non per veder lui sulla strada insieme con la figliuola, ma per veder questa col suo bel fiocco di capelli sulle spallucce; non vedendoli uscire dal portone e, dopo aver aspettato un bel po', andando per curiosità a spiare pian piano dalla porta che cosa sian rimasti a fare tutti e due per le scale, si spiega il perché di quel turbamento di lui e, rinfrancandosi, non può fare a meno di sorridere. Lo scorge, seduto a metà della terza rampa, su uno scalino, intento a rintrecciare fitti fitti sulla nuca della figliuola quei due codini di prima. S'è levato dalla mano il fazzoletto che vi teneva avvolto; e la signora Lèuca dall'alto scorge allora su quella mano il rosso dello sgraffio; e l'altro piú tremendo sgraffio gli scorge sulla nuca. Capisce tutto. Si pente di quel che ha fatto senza pensare che avrebbe cagionato a lui un cosí grave impiccio. Si rammenta all'improvviso delle due cordelline bisunte che tenevan legate le treccine della figliuola e che son rimaste sulla specchiera. Come farà egli adesso a legar quelle treccine, se pure riuscirà a portarle a fine con quelle grosse manone disadatte? E le due cordelline dovranno pure esser quelle, se egli vuol riportare a casa la figliuola tal quale ne è uscita, per non far sapere nulla della visita a lei, a quella donnaccia che lo sgraffia cosí. La signora Lèuca vede necessario il suo intervento per rimediare al mal fatto. Corre a prendere in camera le due cordelline, e scende in fretta, risolutamente, le due rampe di scala, dicendo a lui dall'alto mentre scende: - Aspetta, aspetta... Lascia fare a me! Scusami, se non ho pensato... Hai ragione... hai ragione... E, com'egli si alza per cederle il posto, vergognoso d'essere stato sorpreso da lei nella miseria di quell'imbarazzo, siede sullo scalino e, presto presto, rifà le treccine alla ragazza. Nel chinarsi a baciarla, si sente prendere furtivamente una mano, e prima che abbia il tempo di ritirarla, avverte con ribrezzo il contatto dei baffi e delle labbra di lui. Per un lungo pezzo la signora Lèuca, risalita nella saletta da pranzo, si stropiccia quella mano. Passano venti giorni, passa un mese, la signora Lèuca non vede piú ritornare il marito. Ha aspettato ch'egli le portasse in casa, come aveva promesso, le altre due figliuole piú piccole, per fargliele conoscere. Ma forse la madre avrà saputo di quelle visite a lei; gli avrà fatto qualche scenata, e impedito di condurre le altre due. Suppone ch'egli si vergogni, forse, di venir solo, dopo quella promessa; suppone che possa essersi ammalato, o che possa essersi ammalata qualcuna delle figliuole, o anche quella donna; suppone che egli sia rimasto troppo avvilito l'ultima volta, sorpreso lí a sedere in mezzo alla scala con le treccioline di quella povera piccina in mano. (Ne sorride ancora pietosamente, la signora Lèuca.) O forse si sarà accorto del ribrezzo, con cui ella ritirò violentemente la mano... Tante supposizioni fa la signora Lèuca. Le amiche del patronato di beneficenza, che vengono a trovarla in quei giorni, osservano, cosí senza parere, che forse ne fa troppe. Ma se, come ritengono, è una pena per lei ricevere in casa il marito, anche cosí per una breve visita di tanto in tanto, dovrebbe esser contenta ch'egli da sé abbia diradato queste visite, che per dir la verità s'eran fatte un po' frequenti e, a quanto pare, non tanto brevi, anche. Alla fine se ne accorge anche lei, la signora Lèuca, che fa troppe supposizioni; e deve riconoscere che ha una viva curiosità di sapere perché egli non sia piú venuto; ma senza il minimo dubbio tuttavia sulla natura di quel suo interessamento. Vorrebbe saperlo per lui, non per sé; se cioè qualche cosa di male fosse accaduta a lui; non perché possa esser male per lei ch'egli non venga piú. Né un male, né un bene. Tutto è per lei ormai come lontano. Anche le cose piú vicine. Basta che per un istante le senta vive in sé, e subito le diventano come lontane. Questa curiosità d'ora... Come se un giorno, tanti anni fa, la avesse provata... Può accettare, accogliere qualunque sofferenza, torcersi anche in uno spasimo, e non perdere mai questa facoltà di non sentirsene veramente toccare là dove il suo spirito è come immune di quanto può dare la vita di sofferenze e di spasimi. Ed ecco che, invece del marito, uno di quei giorni, viene l'avvocatino Aricò insieme col vecchio parroco di Sant'Agnese. Non c'è piú dubbio che qualche cosa dev'essere accaduta. Che cosa? Mah! Non sanno dire, se una fortuna o una disgrazia. È morta la donna. Quella donna. - Morta? Sí. Improvvisamente, in tre giorni, d'una polmonite. Ma anche se questo male non l'avesse colta all'improvviso, sarebbe morta lo stesso tra poco, perché il medico accorso a curarla l'aveva trovata affetta da parecchi mesi d'un cancro alla bocca. La signora Lèuca, a questa notizia, s'aombra. Domanda al parroco e all'avvocato, se quando le proposero d'accordare al marito il conforto di quelle visite, erano a conoscenza di questo male che minacciava la donna. I due protestano subito di no; il parroco, davanti a Dio; l'avvocatino Aricò, come se non bastasse, anche sulla sua parola d'onore. - E lui? - domandò allora la signora Lèuca. - Che cosa, lui? - Se lui lo sapeva! - Ah, ecco... sí, - è costretto a confessare l'avvocatino, torcendosi un po' sulla seggiola. - Dice che, sí... ne... ne aveva il sospetto, lui... vago, ecco, dice. Il vecchio parroco guarda la signora Lèuca accigliata, e poi domanda: - Suppone che sia stato in previsione di questa morte? Non credo! - Oh signor parroco, - scatta la signora Lèuca, - per carità, non mi dica cosí. Sapesse che avvilimento è per me! Non ho mica bisogno, creda, che a un bambino sudicio sia prima lavato il viso, per fargli la carità. Mi perdoni! Lei ha poca stima di me, signor parroco. - Ma no... ma no... - si prova a protestare sorridente, ma pure un po' arrossendo, il vecchio parroco. - Ma sí, mi scusi! - seguita la signora Lèuca. - Poca stima. Il vecchio parroco, vedendola cosí insolitamente infiammata, si fa serio. - Vediamo di non peccar di superbia, mia cara signora. - Io? - Lei, sí. Perché c'è tanti modi, veda, di peccar di superbia. Se per esempio lei con un sospetto di questo genere avvilisse troppo l'oggetto della sua carità, credendo cosí di render questa piú meritoria davanti a Dio, o piuttosto davanti alla sua coscienza, che già per questo fatto comincerebbe a essere, creda, qualcosa di diverso. - La mia coscienza? - Sí, signora. - Di diverso da Dio? - Sí, signora. Gliel'avverto! Da un pezzo, da un pezzo lo noto in lei, con sommo dispiacere. Dico, questo voler troppo vedere le ragioni... con troppa inquietudine, ecco... Se ne guardi. La signora Lèuca, pentita dello scatto, china il capo dolorosamente, e si reca le mani al volto. - Sí, è vero, - mormora. - Sono cosí... sono cosí... A questo punto l'avvocatino Aricò, alla cui fretta ogni discussione che non venga al fatto è una siepe di spine, visto che discuter troppo, secondo che ha finito or ora di dire il signor parroco, equivale ad allontanarsi da Dio, si prova a metter fuori un: - Sicché dunque, signora mia... - No, aspetti avvocato, - si volge a dirgli subito la signora Lèuca, scoprendo il volto turbato. - Sarà male, è certamente male, signor parroco, questo che lei mi rimprovera; e io la ringrazio. Ma non è per superbia, creda! Tutt'altro, anzi... - Avvilir l'oggetto della propria carità... - No, me, me, signor parroco! ho piuttosto piacere d'avvilir me, se ho fatto un cattivo pensiero, veda! E credo meglio, a ogni modo, che l'ajuto gli venga da una che, in questo caso, sarebbe stata piú cattiva di lui, se è vero che egli quel pensiero non l'ha avuto. Forse non so esprimermi chiaramente. Volevo dirle prima, che anche se egli si fosse riaccostato a me prevedendo prossima la morte di quella donna, io, venendo a saperlo, non mi sarei ritratta dal fare per le sue bambine e per lui tutto quello che mi sarà possibile... Aspetti, aspetti; mi lasci dire! Non creda, per render piú meritoria la mia carità a costo di quest'avvilimento di lui! Tutt'altro! Anzi perché mi sarebbe parso piú naturale, piú umano, e piú pietoso anche, cosí. Senza nessuna apparenza di... di sublimità, di false nobiltà d'intenzioni... Ma cosí, ecco... perché... perché siamo cosí... E se lui non è stato cosí, tanto meglio per lui! Volevo dirle questo. - Ecco, dunque, - si lancia a dir di nuovo l'avvocatino Aricò, vedendo che anche il signor parroco, soddisfatto della spiegazione, ritornando a sorridere, approva e approva. Ma purtroppo non ha fortuna. Benedetta donna, questa signora Lèuca! Nobilissima ma tormentosa, per uno che ha tanto da fare! Ecco che si volta a dirgli di nuovo: - No, aspetti, la prego, avvocato! Che altro ha da dire? Si vuol togliere del tutto, adesso, il merito della carità. Ah, santo Dio! Quel signor parroco, che cattiva ispirazione, andarla ad accusar di superbia... Sentiamo, sentiamo. Dice che non sarebbe carità, ma un piacere per lei prendersi in casa e curare, educare quelle tre bambine, far loro da mamma. Benissimo! E allora basta cosí. Se sarà anzi un piacere per lei... Questo è piú di quanto s'aspettavano con la loro visita il signor parroco e lui. Ringraziare e andarsene: gli pare che non resti altro da fare. Nossignori. Eh, nossignori. Piano piano. Il tormento. La signora Lèuca vuol sapere a qual prezzo intendono che lei paghi questo che sarà un piacere per lei, di far da mamma a quelle tre piccine. L'avvocatino Aricò sbarra tanto d'occhi in faccia al signor parroco, e si stizzisce notando che questi mostra di comprendere il riposto senso della domanda della signora Lèuca e di trovarsi di fronte a un caso di coscienza che non gli s'era affacciato alla mente venendo a proporre alla signora d'accogliere in casa quelle tre orfane come la piú grande delle concessioni che potesse fare. C'è anche lui, il marito con le tre piccine. Vedendosi riaccolto in casa, riprendendo a convivere accanto a lei, sotto lo stesso tetto... - Ah già! ah già! - esclama l'Aricò, grattandosi con un dito la nuca. - Ma gli parlerò io, signora, non dubiti! Gli parlerà anche il signor parroco! Non potrà mica pretendere da lei l'impossibile. - E allora? - gli domanda, per fermarlo subito, la signora Lèuca. - Allora, che cosa? - Avvocato, lei potrà parlargli quanto vuole, non riuscirà mai a mutarlo. Sappiamo com'è, Dio mio, e dobbiamo prenderlo com'è! Lui prometterà, giurerà a lei e al signor parroco. Poi... poi verrà certo il momento che non terrà piú conto della promessa. Ebbene, io dico allora, data questa mia assoluta, assoluta impossibilità... E dico per me, badi, non per lui! - Come, per lei? - Per la mia responsabilità, avvocato. Perché io debbo preveder fin d'ora quello che certamente avverrà, sapendo, come so, chi mi riprendo in casa. Vedrà che mi lascerà qui le bambine, e se n'andrà, dicendo che sarà stato per causa mia, perché gliel'avrò aperta io stessa la porta, con le mie mani, per ributtarlo alla sua vita di prima! - Ma nient'affatto, signora! - Non neghi cosí precipitosamente. Vedrà che avverrà come le sto dicendo io. - Eh, ma allora, tanto peggio per lui, scusi! Lei fa già troppo a prendersi in casa quelle figliuole. Se egli vuol seguitare a fare il... (mi perdoni, stavo per dirlo), il responsabile sarà lui, non sarà mica lei! Ma la signora Lèuca, ora, non guarda piú l'avvocato Aricò che parla cosí; guarda il vecchio parroco che tace. E da quel silenzio la signora Lèuca ha la certezza che il vecchio parroco non pensa piú, che con questo voler troppo veder le ragioni, e con troppa inquietudine, la coscienza di lei s'allontani da Dio. Vuol dire dunque che Dio la ispirerà; e che per il momento - questo momento, che già per lei è come lontano lontano - la conclusione bisognerà rimetterla alla vita. Alla vita, com'è stata sempre e come sempre sarà. Addio silenzio di specchio, ordine, quiete, lindura. È tutta sossopra la casa della signora Lèuca, per accogliere piú ospiti che non potrebbe; quattro ospiti nuovi, a cui bisognerà trovar posto, guastando, disponendo altrimenti le stanze, abolendo il salottino, la stanza dello spogliatojo, ammassando e anche portando giú in cantina tanti mobili, che forse saranno rivenduti, per collocare al loro posto i tre lettini e altri mobili che saranno comperati per le stanze da letto, le quali, da due che erano (compresa quella della serva), saranno adesso cinque. La signora Lèuca cederà la sua, che è la piú grande, alle tre bambine, e lei dormirà nella stanzetta accanto, dov'era prima il salottino, rinunziando al grosso armadio a tre specchi, che non vi troverebbe posto. Lui, il marito, bisognerà che s'adatti nello spogliatoio che, dopo quella delle bambine, è la stanza piú larga, benché un po' buia. Non ha nessun rammarico la signora Lèuca né per la rinunzia a tutte le sue comodità, né per il sacrifizio di tanti oggetti cari. È anzi lieta in mezzo al disordine delle stanze, le quali, da che davano, ordinate, l'impressione di tanta solitudine, ora, cosí disordinate, e solo perché ancora cosí disordinate, pajon già piene di vita. Il nuovo aspetto ch'esse a mano a mano cominciano ad assumere, sistemate alla meglio, non le par certo bello. Le dà tuttavia uno strano piacere, perché nella sistemazione nuova, secondo il bisogno e le necessità dello spazio, sia degli oggetti vecchi, sia dei nuovi che a poco a poco arrivano, vede attuarsi, prendere consistenza l'immagine della nuova vita della casa. Quegli oggetti, cosí ora disposti, cominciano a rappresentargliela, quasi traendogliela a poco a poco da quell'incertezza in cui le si agita ancora dentro, per fargliela vedere, come sarà - questo qua, questo là - anche se, stando cosí come possono, non stanno come lei forse vorrebbe. Pazienza. Ora, intanto, può immaginarsi come farà, come si moverà per le stanze, che le sembrano nuove, per le cure nuove che le nasceranno. E nuovo, tutto quanto nuovo veramente ha voluto almeno l'arredo per la camera delle bambine, scegliendo lei ogni cosa, in giro per mezze giornate da una bottega all'altra: i tre lettucci bianchi, di ferro smaltato (di legno, li avrebbe voluti; ma, fosse stato uno! tre, costavano troppo; e bisognerà pensare a far un po' d'economia su tutto, d'ora in poi!); bianchi però, li ha voluti anche bianchi, laccati bianchi, i due cassettoni e l'armadietto a specchio, le seggiole e i due tavolinetti da scrivere col palchettino da un lato, per le due piú grandicelle che vanno a scuola (forse, non è stato prudente, bianchi anche questi: ci sarà il pericolo che presto li macchieranno d'inchiostro; ma ella si propone d'insegnar loro a far tutto a modino e di sorvegliarle sempre, tutt'e due, quando faranno i compiti di scuola, non perché non macchino i tavolini, ma per i compiti, che li facciano bene); e poi rosei, i tappetini a piè del letto; rosea anche la tenda alla finestra, e rosee le sopracoperte dei lettucci. Cosí, bianca e rosea, tutta la camera. Quell'antipatico grillo vecchio dell'Aricò, dice: troppe spese; e che si sarebbero potute risparmiare, facendo trasportare dalla casa del marito almeno quei mobili - letti, sedie, tavolini - che potevano servire ancora per il padre e le figliuole. Ma niente affatto! Nulla, qua, nemmeno un chiodo, di quella casa! Eh, ma se questa fosse una ripugnanza che prova soltanto lei? Se invece lui e le piccine avessero caro di vedersi attorno qualche oggetto della casa antica? Non gliela suggerisce l'Aricò, questa riflessione; la fa lei, che ne fa sempre tante. E allora, senz'altro, si reca a visitar quella casa in principio di via Flaminia, accompagnata dall'Aricò. - Ma come? ora che le spese son fatte? - Se ci sarà qualche cosa che vogliono conservare... Le vicine di casa, conoscenti e amiche della morta, si fan tutte sull'uscio o corrono ad affacciarsi alle finestre, quand'ella scende dalla carrozza davanti al vecchio portone sgangherato, alta e dritta, elegantemente vestita, col velo sulla faccia; e quali e quanti commenti, appena, entrando, in principio dell'androne svolta per la scaletta a destra che conduce a un terrazzino, o piuttosto, a una specie di ballatojo, dove sono le due finestre a usciale delle camere poste sul davanti. - Oh, coi capelli bianchi, hai visto? - Sí, ma giovane! Che avrà? Avrà, sí e no, quarant'anni! - Eh, signora fina... - Per quel bestione là! - Eppure vedete che se lo viene a riprendere! - Be', segno che gli serve ancora. - Per me, che t'ho da dire, una donna con gli occhiali... Sarà perché viene da fuori; sarà perché la giornata è cupa, la signora Lèuca non riesce a discerner nulla appena entrata da quel ballatojo nella prima stanza. Si sente stringere il cuore, pensando ch'egli s'è ridotto a vivere in una casa come quella; e l'angoscia e insieme il ribrezzo le crescono, appena gli occhi cominciano a distinguere la miseria, il disordine, la sporcizia... Si avverte ancora che la morte è passata di là da poco tempo, in un certo lezzo che è rimasto, di fiori vizzi e di medicinali. Ma dov'è lui? Sandrina, che è venuta ad aprire in sottanina, con le magre braccine nude, spettinata, risponde, ancora tutta abbagliata dalla vista inattesa della bella "zia", della casa ricca e lucente, che il babbo è di là, buttato sul letto, e che c'è la sarta. - Ah, brava, - fa la signora Lèuca, sollevando il velo sulla fronte e chinandosi per baciar la piccina. - La sarta, hai detto? Andiamo, andiamo, Sandrina. Sei contenta, cara, che sia venuta la zia? Sí, è vero? Povera cara piccina mia! Sí, sí, c'è qua la zia, ora... Sarà meglio che ci parli io con questa sarta. Vi prende le misure? - No, ha fatto tutto... E la signora Lèuca con Sandrina per mano s'avvia verso l'altra stanza in fondo; ma ecco lui, balzato dal letto, tutto rabbuffato, con la camicia aperta sul petto irsuto e una vecchia giacca nera, certo infilata, or ora, in fretta in furia. - Tu, qua? Anche lei, avvocato? Sí, c'è la sarta. Per... per gli abitini da lutto... Vieni, vieni... Ha il cuore grosso; grossa la voce; e mostra una gran fretta, forse per nascondere il turbamento e la commozione; forse per non dar tempo alla moglie d'osservare intorno la miseria della casa, il disordine di quella sua vergognosa intimità. Ma prima di quei poveri abitini da lutto (che saranno certo uno scempio, allestiti cosí, tutt'e tre, in pochi giorni) ella vuol vedere, conoscere le altre due bambine. Oh, ma guarda, guarda quella piccola là, che amore! in camicina, con le gambottole nude, che alza il braccino e s'afferra alla nuca tutte quelle belle boccole nere nere, arruffate! Dio, che occhi! È scontrosa? - Rosetta? Si chiama Rosetta? Che amore! Sandrina corregge: - No, Rosina. Rosina? Sarebbe meglio Rosetta, cosí tombolina! Ma né Rosina, né Rosetta, veramente, perché cosí bruna bruna, e con quegli occhioni cupi e che pure, Dio mio, pungono davvero quegli occhioni; e quella boccuccia là, un bottoncino di fuoco; e quel nasino che non pare nemmeno... - Cinque anni? Ah, deve ancora compirli... E allora no, via, il vestitino nero anche a lei... Bianco, con un bel fascione di seta nera in mezzo... Ma ci penserà lei, a casa. - E questa è Lauretta? La domanda, per quanto vorrebbe essere affettuosa, le vien fuori fredda dalle labbra; perché quella Lauretta è come se lei già la avesse veduta in Sandrina; non tale e quale, certo; ma con quella stess'aria afflitta, gli stessi occhi fermi e serii, il visino pallido piuttosto lungo, e i capelli lisci. Non è possibile non notar subito che quelle due sorelline piú grandi non hanno nulla, proprio nulla, di comune con la piú piccola, venuta parecchi anni dopo. Perché Lauretta ha già otto anni e tre mesi; vuol dire un anno e qualche mese meno di Sandrina, la maggiore. La signora Lèuca respinge un sospetto che le sorge spontaneo, sapendo purtroppo che donna era la madre e che liti s'accendevano tra i due per la gelosia. Lo respinge, sia perché quella donna ora è morta, sia perché sa che lui predilige, sopra le altre due, quella piccola. Anzi, per dissimular subito d'averlo avuto, si mette a discutere con la sarta di quei vestitini cosí mal tagliati e mal cuciti; poi col marito, dello scopo della sua visita. Ma non c'è da portar via nulla da quella casa: egli è subito d'accordo con lei: tutta roba da svendere o da spartire, lí, tra il vicinato. Solo, i suoi abiti e la sua biancheria, e quella in migliore stato delle bambine. Nell'appressarsi a un canterano per accertarsi se non convenga lasciare anche questa biancheria delle bambine, certamente non fine né graziosa com'ella pensa che dev'essere d'ora in poi, la signora Lèuca sorprende nel marito un atto subito represso, come se volesse trattenerla. Non tarda a comprenderne il perché. Sul piano di quel canterano c'è il ritratto della morta in una volgare cornice di rame. Finge allora di non vederlo; e dice a lui che ci sarà tempo di far la scelta di qualche capo da conservare, e che per il resto, se mai, penserà lei a farne elemosina. Domanda a Sandrina se, intanto, quella sera stessa non vuol venire a casa con lei. Sandrina risponde subito di sí, battendo le mani. Ma anche Lauretta dice che vuol venire. E perché non anche la piccina allora? Tutt'e tre con lei, fin da questa sera: la camera, là, è pronta. Eh, ma la piccina, no. La piccina non si stacca dal padre. Senza il padre, non viene. E lui è meglio che rimanga qua, ancora per qualche giorno, per liquidare quel suo triste passato. Fine seconda parte della novella: PENA DI VIVERE COSÍ Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]