IL VITALIZIO (prima parte), dalla decima raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le regisrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. IL VITALIZIO (prima parte) CAPITOLO UNO Con le braccia appoggiate sulle gambe discoste e lasciando pendere come morte le mani terrose, il vecchio Maràbito sedeva sul logoro murello accanto alla porta della roba. Casa e stalla insieme, col pavimento fatto coi ciottoli del fiume (dove non mancavano), quella vecchia roba cretosa e annerita gli faceva sentire, ancora per poco, il suo alito: quell'odor grasso e caldo del concio, quel tanfo secco e acre del fumo stagnato, ch'erano per lui l'odore stesso della sua vita. Contemplava intanto il suo podere, sbattendo continuamente gli occhietti vitrei infossati, che gli restavano duri e attoniti quasi a dispetto delle pàlpebre. Sotto il cielo velato gli alberi stavano immobili, come se, sospesi nella pena con cui il vecchio padrone ora li guardava, cosí dovessero durare anche quand'egli non ci sarebbe stato piú. Qualche gazza appostata, però, pareva sghignasse beffarda, a quando a quando: mentre di tra le stoppie riarse, sui piani e i poggi delle Quote, le calandre alternavano il loro ciaucío stridulo giojoso. S'aspettavano le prime acque, dopo le quali sarebbe cominciato il tempo delle fatiche per la campagna: la rimonda, l'aratura, la semina. Tre volte Maràbito scosse la testa, perché ormai non erano piú per lui quelle fatiche. Lo riconosceva da sé. Tanto che, entrando col marzo i mesi grandi, aveva detto a se stesso: - Questa sarà l'ultima stagione! E s'era mietuto l'orzo e abbacchiate le mandorle, lasciando ai nuovi padroni l'abbacchiatura delle olive e la vendemmia. Quel giorno appunto dovevano venire a prendere possesso del podere. Avrebbe fatto loro la consegna, e addio! - La morte, quando il Signore comanda, verrà a picchiarmi alla porta lassú. Alzò gli occhi, cosí pensando, a Girgenti che sedeva alta sul colle con le vecchie case dorate dal sole, come in uno scenario; e cercò nel sobborgo Ràbato, che pareva il braccio su cui s'appoggiasse cosí lunga sdrajata, se gli riusciva scorgere il campaniletto di Santa Croce, ch'era la sua parrocchia. Aveva là presso un vecchio casalino, dove avrebbe chiuso gli occhi per sempre: - E presto sia! - sospirò. - Come avvenne a Ciuzzo Pace. Prima di lui, Ciuzzo Pace aveva ceduto per un vitalizio d'una lira al giorno l'attiguo poderetto al mercante Scinè, soprannominato il Maltese; e, dopo appena sei mesi, era morto. Ora il silenzio, che pareva fervesse lontano lontano d'un sordo ronzío di mosche che pure erano vicine, dava arcanamente il senso di quella morte; ma il vecchio non ne aveva sgomento; piuttosto come un'angoscia. Era solo, perché non aveva mai voluto né donne né amici; sentiva pena per quel suo podere, a lasciarlo dopo tanto tempo. Conosceva gli alberi uno per uno; li aveva allevati come sue creature: lui piantati, lui rimondati, lui innestati; e la vigna, tralcio per tralcio. Pena per il podere e pena anche per le bestie che tant'anni lo avevano ajutato: le due belle mule che non s'erano mai avvilite a tirar l'aratro per giornate sane; l'asinella che valeva piú delle mule, e Riro il giovenco biondo come l'oro, che tirava da sé senza benda né guida l'acqua del pozzo, pian piano, com'egli l'aveva ammaestrato. La nòria a ogni giro della bestia dava un fischio lamentoso. Egli, da lontano, contava quei fischi; sapeva quanti giri ci volevano a riempire i vivaj, e si regolava. Ora, addio Riro! E il fischio della nòria, da quel giorno in poi, non l'avrebbe piú udito. - Sette, - contò intanto, ché, pur tra i pensieri, il conto dei giri per la lunga abitudine non lo perdeva mai. Le mule e l'asinella erano impastojate su l'aja a rimpinzarsi di paglia. Paglia, quanta ne volevano! Anche ad esse il vecchio Maràbito rivolse uno sguardo. Come le avrebbe trattate il nuovo padrone? Alla fatica erano avvezze, povere bestie, ma anche alla loro razione d'orzo e cruschello, ogni giorno, oltre la paglia. O che avevano quel giorno le calandre? Strillavano sui piani piú del solito, come se sapessero che il vecchio doveva andarsene e lo salutassero. Dallo stradone, tutt'a un tratto, venne un allegro rumor di sonagli. Ma il vecchio si cangiò in volto. - La carrozza: eccolo: - disse; e andò incontro al nuovo padrone, tirandosi sulle spalle la giacca che teneva appesa addosso, con le maniche spenzolanti. CAPITOLO DUE Da cassetta, Grigòli, il garzone che don Michelangelo Scinè teneva di guardia al poderetto già di Ciuzzo Pace, gli gridò: - Allegro, oh, zi' Marà! Ma allegro lui, se mai, Grigòli, che da quel giorno avrebbe mangiato a due greppie, abbattuto il murello di cinta che separava il podere di Maràbito da quello del povero Pace. Fortuna e dormi! S'era cattivata la fiducia del Maltese, chi sa poi perché, cosí tracagnotto, con gli occhi tondi e ridenti, e quella puntina di naso che gli s'alzava quasi incuriosita, all'insaputa della faccia da pacioccone senza malizia. Ma l'aveva, e come! la sua malizia anche lui; bastava guardargli quel naso. Intanto, con l'ajuto del vetturino, don Michelangelo poté scendere dalla carrozza: uno di que' sganasciati landò d'affitto con l'attacco a tre, che puzzano di rimessa lontano un miglio e servono con gran fracasso di sonagliere per le scampagnate. Ne scese con lo stesso stento la moglie si-donna Nela, e subito, prendendosi con due dita la veste, cominciò a spiccicarsi tutta; poi ne scesero le figlie: due ragazzone gemelle. Sembravano tutt'e quattro un tino una botte e due caratelli. La carrozza, risollevandosi sulle molle, parve rifiatasse; i cavalli no, poveri animali, tutti imbrattati di schiuma e sgocciolanti di sudore. - Serv'a Voscenza, - salutò appena Maràbito. Rotto al lavoro da tanti anni, parlava poco di solito, e ora per giunta provava quasi vergogna pensando che, per quella cessione che faceva del suo podere, il mantenimento gli sarebbe venuto ancora da esso, ma non piú in compenso del suo lavoro. - Auff, si crepa! - sbuffò lo Scinè, asciugandosi col fazzoletto il faccione congestionato. - Quattro miglia di stradone! A guardare dalla città, non credevo che fosse cosí lontano! Era una prima botta, questa, da mercantuccio rifatto, la quale dava a vedere come fosse venuto col proposito di disprezzare tutto. Non per nulla la gente del paese se lo richiamava con piacere alla memoria lacero e impolverato su per le viucole a sdrucciolo del quartiere di San Michele con la balla della mercanzia sulle spalle e la mezzacanna in una mano, tutto sudato, mentre dell'altra si faceva portavoce nel gridare: - Roba di Fràaancia! S'era arricchito in poco tempo con l'usura, e ora troneggiava, seduto sotto il lampadino della Madonna, dietro il lungo banco del suo negozio di panneria, ch'era il piú grande di tutta la via Atenèa. La signora Nela, dalla faccia di melanzana piantata senza collo sopra le poppe enormi, non apriva bocca se prima non si consigliava con gli occhi del marito. Ma a una delle figliuole, girando lo sguardo sul ciglione lí vicino, su cui sorgono i due Tempii antichi, quello di Giunone da una parte e quello detto della Concordia dall'altra, in un soprassalto d'ammirazione scattò proprio dal cuore: - Uh bello, papà! Il Maltese la fulminò con una guardataccia. Sapeva bene il valore del podere, e che Maràbito aveva già compiti settantacinque anni. Ora, dandosi a vedere per un verso mal contento del podere e per l'altro contento dello stato di salute del vecchio, sperava di potere ancora lesinare sul vitalizio di due lire al giorno già convenuto. La terra è terra, soggetta alle vicende del tempo, e due lire al giorno son due lire al giorno. Ma non gli venne fatto. Visitando passo passo il podere, non ebbe proprio dove metter pecca; e quell'animalaccio di Grigòli pareva glielo facesse apposta! - Qua qua, guardi qua! E con le mani sollevava i pampini d'una vite per mostrare certi grappoli piú grossi d'una poppa della signora Nela. - Qua qua, guardi qua! E mostrava nell'agrumeto, ch'egli chiamava giardino, certe lumíe, certi portogalli, la cui vista soltanto, a suo dire, ricreava il cuore. - Questo giardino, Eccellenza, è vermiglio cosí tutto l'anno! Michelangelo Scinè guardava e chinava la testa, brusco. Non potendo far altro (o fors'anche in grazia di quell'Eccellenza che Grigòli non gli risparmiava) fingeva di sbuffare per il caldo. - Si crepa! si crepa! Maràbito non parlava: gli seccava anzi che parlasse tanto Grigòli, essendosi accorto che lo Scinè a mano a mano s'intozzava dalla bile. Piú volte, infatti, come se non avesse udito i continui richiami di Grigòli, era passato diritto o s'era fermato con gli occhi socchiusi e l'indice d'una mano sulla punta del naso, quasi assorto in qualche conto complicato. Grigòli però senza scomporsi, s'era rivolto alla si-donna Nela e alle due ragazzone: - Qua qua, guardino qua! Tanto che Maràbito, alla fine, stimò prudente ammonirlo: - E zitto, via, Grigoletto! I padroni hanno occhi per vedere da sé. Fece peggio. Grigòli, imperterrito, incalzò: - Avete ragione! La vostra bocca non parla mai! Ah, non per vantarlo di presenza, ma la verità è verità: un altr'uomo fatto per la fatica come Zio Maràbito non c'è mai stato e non ci sarà mai: vero maestro per la campagna, poi; quanto a rimondare, a innestare, a potare, uguale forse sí, ma meglio di lui in tutto il territorio di Girgenti non si ritrova. Qua, qua questi mandorli innestati da lui; piante massaje come queste non ce n'è: ogni albero tre, quattro staja l'anno, che Voscenza può contarci a occhi chiusi. E questi albicocchi qua? Se Voscenza ne assaggia il frutto non se lo può piú levar di bocca: vera rarità! Pero, questo, signorinella; fa pere grosse cosí! Terra come questa non ce n'è: non ci manca nulla! E Maràbito, in coscienza, se l'è meritata, che ha saputo lavorarla come Dio comanda. Peccato che ora è vecchierello... Don Michelangelo non ne poteva piú. Proruppe: - Che vecchierello, somarone, che vecchierello! Non vedi che cammina meglio di me? - Questo non vuol dire! - rispose con un sorriso da scemo Grigòli. - Voscenza m'è padrone, e non per contraddirla, ma cosí bello grasso, voglio dire in salute com'è Voscenza, non è tanto facile camminare ora qua per la vigna. La vigna era zappata di fresco, e veramente ci s'affondava, col pericolo anche di slogarsi un piede. Ne esalava poi un senso d'umido, corrotto in basso nell'afa di quelle giornate ancora di sole caldo; e don Michelangelo, stronfiando, ne soffriva come d'una smania che gli si fosse messa allo stomaco. Ma era anche per la parlantina di quel ménchero là. - E chétati una buona volta! Parli piú d'un giudice povero! Il podere è buono, il podere è buono, non dico di no, ma... ma... ma... E seguitò la frase movendo l'indice e il medio d'una mano: il che significava: due lire al giorno son due lire al giorno. - Padrone mio, - intervenne a questo punto Maràbito, fermandosi: - domani all'alba io me n'andrò sú al paese, e stia sicuro che ci andrò a morire, perché quella ch'è stata finora la mia vita la lascerò qua, in questa terra. Non mi piace parlare; ma ciò ch'è giusto glielo debbo dire. Non creda ch'io stia facendo questo negozio per poca voglia di lavorare. Ho lavorato fin da quand'ero ragazzo di sett'anni; e vita e lavoro per me sono stati sempre una cosa sola. Sappia che lo faccio, non per me, ma per la mia terra che con me patirebbe, perché non sono piú buono da lavorarla come il mio cuore vorrebbe e l'arte comanda. In potere di Voscenza e di Grigoletto che sa l'arte meglio di me, sono sicuro che alla terra non mancherà mai nulla e sono pronto a staccarmene ora stesso, senza neanche fiatare. Ma se Voscenza non è piú contento, me lo dica chiaro e non ne facciamo piú niente. La signora Nela e le due figliuole non s'aspettavano quest'uscita del vecchio e lo guardarono allocchite. Ma don Michelangelo, da volpe vecchia, esclamò sorridendo, rivolto a Grigòli: - E tu mi dicevi che non parla! alla grazia! Poi, rivolto a Maràbito: - O che debbo dirvi, dunque, che siete vecchio stravecchio e in punto di morte? - Come sono, Voscenza lo vede, - rispose il vecchio, aprendo le braccia. - Gli anni miei non li so. So che mi sento stanco. E Voscenza, ripeto, può star sicuro che dei suoi belli denari con me non ne sciuperà molti. Prendo la via di Ciuzzo Pace, ch'è per me la migliore, e lor signori si godranno il fondo e spero in Dio che non me lo faranno patire. CAPITOLO TRE - Hanno abbattuto gli albicocchetti davanti la roba - diceva Maràbito, appena quindici giorni dopo, alle vicine della piazzetta di Santa Croce. Chiudeva gli occhi e li rivedeva tutt'e tre, quegli alberetti, lí sulla spianata del ciglione. Erano cosí belli! Perché atterrarli? - Certo com'è certo Dio, questa è opera di Grigòli, che, per far legna, dà a intendere al padrone che gli alberi sono secchi. Ma s'ingannava. Non passò neanche un mese, che vennero a dirgli: - Hanno abbattuto la roba. La roba? Eh già: il Maltese, al posto della vecchia roba, voleva far sorgere una bella cascina nuova, e quei tre alberetti lo impicciavano. - Godetevi in pace il vitalizio! - lo esortavano le vicine. - Tre alberetti: state a piangere come se vi avessero tagliato le braccia. - E le bestie? - soggiungeva allora Maràbito. - M'hanno detto che l'asinella, l'animaluccia mia, è ridotta cosí male che non si regge piú in piedi. E Riro? Riro non si riconosce piú. - Chi è Riro? - Il giovenco. - Credevamo che fosse un vostro figliuolo! Da un canto le vicine sentivano pietà di lui; dall'altro, certe volte, non potevano tenersi dal ridere. - Ma se adesso il padrone è quell'altro! Lasciategli fare ciò che gli pare e piace! Ora appunto questo non sapeva tollerare Maràbito. Che il Maltese fosse il padrone, sí; ma che dovesse poi distruggergli il frutto di tante fatiche, maltrattargli le bestie, questo no: questo il Signore non doveva permetterlo. E si recava in fondo al viale detto della Passeggiata, all'uscita del paese, di dove poteva scorgere la sua terra lontana, laggiú laggiú nella vallata, tra i due Tempii antichi. Guardava e guardava, come se con gli occhi potesse impedire di lassú lo sterminio del Maltese. Il cuore però non gli reggeva a lungo, e se ne ritornava pian piano, con le lagrime agli occhi. Anziché da Porta di Ponte preferiva prendere per la via solitaria sotto San Pietro fino al Piano di Ravanusella; con tutto che fosse malfamata quella via per tanti delitti rimasti oscuri e, a passarci sul tardi, incutesse un certo sgomento. I passi vi facevano l'eco, perché il pendio del colle troppo ripido metteva lí quasi a ridosso i muri. delle case. Case che, sul davanti, nella straduccia piú sú, erano d'un sol piano e di misero aspetto, qua di dietro avevano certi muri che parevano di cattedrale. Dall'altro lato, in principio, la via mostrava ancora l'antica cinta della città con le torri mezzo diroccate. Nella prima, chiusa appena da una portaccia stinta e sgangherata s'esponevano i morti sconosciuti e si portavano per le perizie giudiziarie gli uccisi. Attraversando quel tratto, Maràbito avvertiva realmente, nel silenzio e tra l'eco dei passi, come un sospetto che ci fosse qualcosa, in quella via, di misterioso; e non gli pareva l'ora d'arrivare al Piano di Ravanusella, arioso. Ma vi respirava per poco. Gli toccava di là risalire verso lo stretto di Santa Lucia, anch'esso malfamato e quasi sempre deserto, per riuscire a Porta Mazzara, dove imboccava la via del Ràbato. Abituato a vivere in campagna, entrando nella stretta delle case, si sentiva ogni volta soffocare, anche se attraversava la città per la via maestra, ch'egli non chiamava col suo nome - Via Atenèa - ma a modo di tutti (e chi sa perché) la Piazza Piccola: di piazza non aveva proprio nulla; era una via un po' piú larga e piú lunga delle altre, serpeggiante, lastricata, con case signorili e botteghe in fila. Che fracasso facevano su quei lisci lastroni scivolosi gli scarponi imbullettati di Maràbito che andava curvo e cauto, con l'andatura dei contadini, le mani alla schiena e guardando a terra, mentre la nappina della berretta nera a calza gli ciondolava sulla nuca a ogni passo. Si rimescolava tutto, scorgendo da lontano, a destra, la bottega di panneria dello Scinè con le quattro grandi vetrine sfarzose e la porta in mezzo. Era proprio nel centro della via, un poco prima del Largo dei Tribunali, dove la gente s'affollava di piú. Spesso don Michelangelo stava seduto davanti la porta, col pancione che pareva un sacco di crusca tra le cosce aperte, e cosí sbracato che la camicia gli strabuzzava perfino di sotto il panciotto. Fumava e sputava. Vedendo Maràbito che veniva avanti pian piano, gli figgeva gli occhi addosso e pareva se lo volesse succhiar vivo con lo sguardo, come la vipera un ranocchio. Dispettoso, gli domandava, sorridendo: - Come si va? come si va? - Come vuole Dio, - rispondeva duro Maràbito, senza fermarsi. E tra sé diceva: - A tuo dispetto voglio campare! - E gli veniva la tentazione di voltarsi e fargli le corna dalla via. Se non che, poco dopo, vedendosi solo nel suo vecchio casalino, s'avviliva. - Che sto piú a farci? - Zitto, vecchio stolido! - lo rimbeccavano allora le vicine per confortarlo. - Chiamate la morte? Ringraziate Dio piuttosto che ha voluto darvi la buona vecchiaja. Ma il vecchio scoteva il capo, levava una mano a un gesto di stizza: che buona vecchiaja! E si metteva a piangere come un bambino: - Mi rimprovera il pane che mangio e questi quattro giorni che mi restano! - E voi campate cent'anni a suo marcio dispetto! - gli gridavano quelle a coro, aprendo il fuoco contro lo Scinè. - Sanguisuga dei poveri! Succhiategli il sangue, come lui l'ha succhiato a tante povere creature! Cent'anni, cent 'anni dovete campare! Il Signore e Maria Santissima delle Grazie debbono tenervi in vita per farlo crepar di rabbia. Le ossa s'ha da rodere, cosí! E stropicciavano in giro, furiosamente, la punta di un gomito sulla palma dell'altra mano. - Cosí! cosí! Nello stesso tempo, don Luzzo l'orefice, ch'era la peggior lingua di tutta la via Atenèa, e il farmacista dirimpetto tenevano sú per giú il medesimo discorso, sebbene con minore efficacia di gesti e di frasi e in tono di scherno, a don Michelangelo Scinè. - Quel vecchio cent'anni vi campa, caro Maltese! Ma lo Scinè spingeva in su le guance e la bocca in una smorfia d'incredulità stizzosa. (Cosa strana, però: pure in quella smorfia, le sopracciglia fortemente segnate, sotto la fronte tonda come un boccale, gl'imprimevano nella faccia grassa stupida e volgare quasi un segno di tristezza avvilita.) Il podere, se l'era fatto stimare, prima di fare il contratto: due salme e mezzo di terra, tutta beneficata, per meno di dodici mila lire non avrebbe potuto averle: Maràbito, settantacinque anni, non doveva compirli piú: per bene che stesse, quant'anni avrebbe potuto vivere ancora? tre, quattro; abbondiamo, fino a ottanta; dunque, da tre a quattro mila lire: fino a dodici mila, ci correva. - Lasciatelo campare, poverello: mi fa proprio piacere. Cosí il rodimento lo dava lui agli altri. Anzi, per rappresentar meglio la sua parte, una mattina, vedendo passare il vecchio davanti la bottega, volle fargli cenno d'accostarsi. - E venite qua, santo Dio! Perché mi fuggite cosí? Che male v'ho fatto? - Nessuno, a me; - gli rispose Maràbito - ma la terra io gliel'avevo raccomandata tanto, a Voscenza; e anche le povere bestie; Riro, Riro è morto; non me ne so dar pace! - E io? - esclamò il Maltese. - Non me ne parlate! Quel Grigòli è una canaglia. Per colpa sua. Ma anche per colpa vostra, un poco! - Mia? - Vostra, vostra. Perché se voi, col vostro brutto caratteraccio, invece di fuggirmi come se v'avessi rubato, mentre Dio solo sa che sacrifizio sto facendo a darvi queste due lire al giorno; se invece di fuggirmi, dicevo, mi aveste ajutato coi vostri buoni consigli, né io né voi saremmo cosí scontenti, né Riro forse sarebbe morto. Rimase abbagliato lui stesso, il Maltese, dalle sue parole. Difatti, ora che ci pensava, chi meglio di Maràbito avrebbe potuto ajutarlo a guardarsi da quell'imbroglione di Grigòli? Ma il vecchio restò ferito. - Ah dunque Voscenza vorrebbe dire che Riro è morto per me? - Per voi, certo! Io avrei seguito i vostri consigli, senza lasciarmi menar per il naso da quello lí che s'approfitta della mia inesperienza, ruba a tutto spiano e fa di padrone: spacca-e-liscia. Il padrone sareste rimasto voi invece, da lontano, e tutto sarebbe andato per il meglio. Io vi voglio bene e voglio che vi diate cura della vostra salute. Venite, venite da me. C'intenderemo! Proferí forte quest'ultime parole, perché le udisse don Luzzo l'orefice. - Quanto bene gli volete, a quel vecchio! - sghignò infatti quello, appena Maràbito si fu un poco allontanato. - Ma se cercate di persuaderlo con le buone a morir presto, il fiato ci sprecate: cent'anni vi campa, quel vecchio, ve l'ho detto! Don Michelangelo ripeté la solita smorfia e gli mostrò le cinque dita della minaccia. - Ancora tanti, vedrete! Fine prima parte della novella: IL VITALIZIO Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]