IL VITALIZIO (seconda parte), dalla decima raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le regisrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. IL VITALIZIO (seconda parte) CAPITOLO QUATTRO Ogni quindici giorni, intanto, Maràbito si recava dal notajo Nocio Zàgara per riscuotere le rate del vitalizio. Don Nocio, per carne addosso, non ne aveva meno dello Scinè; ma era molto piú alto di statura: un gigante panciuto che riempiva di sé tutta la stanza a terreno dove teneva lo studio notarile. Affogata nel lardo delle garge enormi aveva però una bionda ridicolissima faccina da bimbo, con due occhietti chiari chiari e fervidi. Rosso e poroso come una fragola, il nasetto gli spariva tra le ripiegature delle guance. Nella ridondanza della pappagorgia gli spariva la tenera puntina del mento, da stringere tra due dita, per la simpatia, con quel bucolino nel mezzo. - Ho ancora quattr'annucci, - soleva dire, - e m'hanno gonfiato cosí! Sempre in tempera di scherzare, vedendo entrare Maràbito, gli domandavi con una vocetta di naso ("nànfara", come la chiamano in Sicilia): - Che dice, che dice quell'altro "archilèo"? Maràbito non comprendeva quella parola "archilèo", e restava a guardarlo sbattendo gli occhi. Il notajo si spiegava meglio: - Don Michelangelo, via. Tanto contento di voi non dev'essere. Si comportò meglio Ciuzzo Pace. Maràbito allora si stringeva nelle spalle. - Segno che la mia terra gli è piaciuta. - Sí, ma voi vi dovreste sbrigare: so che siete un galantuomo! E gli batteva una mano sulla spalla. Sapeva che gli affari del Maltese, da un pezzo, non prosperavano piú come prima. E siccome gli piaceva il parlar figurato, per lo Scinè ripeteva quest'apologo: "Un palloncino vide in cielo la luna, e gli venne il desiderio di diventare luna anche lui. Pregò il vento che strappasse di mano al ragazzo la funicella da cui era tenuto. Il vento lo secondò e lo portò sú, sú, sú. Troppo sú! E il palloncino: pa! Schiattò". Quell'ultima pazzia del vitalizio al Maràbito, per esempio, perché il gioco gli era riuscito bene la prima volta con quel povero Pace! Ma la morte sa essere anche buffona, se le gira: "Ah, mi tenti di nuovo? Bene. Andrò dal vecchio, quando piacerà a me. E tu paga, intanto, paga!". - Due lire al giorno: e che sono rena? Erano troppe veramente per Maràbito che non aveva da pagar pigione di casa e, per mangiare, si adattava con un po' di pane e companatico, la mattina, e un po' di cotto la sera: macco o minestra, quando non erba sola e, tante volte, senza olio, piú da bestie che da cristiani. Si cucinava da sé nel fornelletto dello stanzino a terreno, dietro la stanza grande dove passava le giornate. Quel fornelletto era sotto la finestrina, munita in fondo allo strombo d'una grata; e su quello strombo unto e affumicato erano tutti gli attrezzi di cucina e di tavola: il tegame e la pentola di coccio, una scodella di rozza terraglia smaltata e dipinta con certe ditate di rosso e di blu che volevano esser fiori, una forchetta e un cucchiajo di stagno: tutte compere nuove. Il coltello, di quelli a punta col manico d'osso, Maràbito, come ogni buon contadino, lo teneva sempre in tasca, anche per il solo pacifico uso d'affettarsi il pane. Giú, la stanza grande, col soffitto a travicelli, era divenuta gialla come la fame, e la crosta dell'intonaco, a una parete, s'era come raggrinzita e cascava a pezzettini. Il casalino, da tanti anni disabitato e chiuso, aveva preso la polvere; la quale, appassita, esalava un tanfo di vecchio che non se n'andava piú. Maràbito non l'amava, quel suo casalino; come non amava la città, a cui prima dalla campagna non saliva quasi mai. Ora, a poco a poco, cominciava a riconoscerne le viuzze, ma come da lontano, a certi odori che lo facevano fermare, perché gli ridestavano dentro svaniti ricordi dell'infanzia. Si rivedeva ragazzetto trascinato per mano dalla madre e sú e sú per tutti quei vicoli a sdrucciolo, acciottolati come letti di torrenti e tutti in ombra, oppressi dai muri delle case sempre a ridosso, con quel po' di cielo che si poteva vedere nello stretto di essi, a storcere il collo, che poi nemmeno si riusciva a vederlo, abbagliati gli occhi dalla luce che sfolgorava dalle grondaie alte; finché non arrivava al Piano di San Gerlando sú in cima alla collina. Ma arrivato lassú, di tutta la città non scorgeva altro che tetti: tetti tesi in tanti ripiani, tetti vecchi, di tegole logore, o tetti nuovi, sanguigni, o rappezzati, che sgrondavano di qua e di là, chi piú e chi meno; qualche cupola di chiesa col suo campanile accanto e qualche terrazza su cui sbattevano al vento e sbarbagliavano al sole i panni stesi ad asciugare. Della madre non aveva buoni ricordi. Era una donna alta stecchita, di pochi capelli, con certi occhi cupi adirati e un collo lungo lungo e sotto il collo (ricordava) un po' di gozzo, come le galline. Rimasta vedova presto s'era rimaritata con uno di Montaperto; e lui, ragazzo di sette anni, era stato messo a lavorare in campagna da un compare del padre, uomo bestiale, rosso di pelo, che con la scusa d'ammaestrarlo, lo picchiava ogni sera, senza ragione. Ricordi lontani, quasi senza piú immagini. Anche degli anni passati in America, a Rosario di Santa Fe', oltre l'impressione del tanto e tanto mare che aveva corso per arrivarci e trovare che là di giugno era inverno e di Natale era estate (tutto alla rovescia), non serbava ricordi: s'era trovato tra compaesani emigrati con lui e condotti in branco a lavorare la terra, ch'è da per tutto la stessa, come le stesse da per tutto sono le mani che la lavorano. E, lavorando, lui non aveva mai pensato a niente; concentrato tutto nelle sue mani e nelle cose ch'esse adoperavano per il lavoro da compiere. Per piú di quarant'anni, in quell'appezzamento comperato col denaro ch'era riuscito a raggruzzolare laggiú, tra lui e l'albero da potare, o la zappa da raffilare, o il fieno da falciare non s'era mai messo nulla di mezzo a frastornarlo, e fuori del filo acciajato e lucente di quella zappa, e il taglio della sua ronca e della sua accetta sul ramo di quell'albero, e il frusciare dell'erba fresca appena stendeva la mano per acciuffarla e l'odore che quel fieno spruzzava reciso dalla sua falce, non aveva né visto né sentito mai altro. Tutte piene di cose da fare, allora, le sue giornate, anche quando il Signore mandava la buona acqua sulle terre assetate: bisacce da rattoppare, canestri e cestoni da accomodare, zolfo da pestare per la vigna. A vedere ora là in un canto della stanza qualche resto dei suoi attrezzi rurali, una vecchia falce arrugginita appesa a un chiodo accanto all'uscio che metteva nello stanzino, provava in quell'ozio, che per lui era vuoto, vuoto della mente e vuoto del cuore, un tale avvilimento, che andava sú nella stanza a solajo a raggricchiarsi sullo strapunto di paglia per terra, come un cane ammalato. Non poteva vedersi là tra tutte quelle femmine e quei ragazzi della piazzetta di Santa Croce: la z'a Milla, ch'era la meglio del vicinato e dettava legge a tutti, placida placida, fina e pulita come una signora; la z'a Gàpita, che pareva una pentolaccia squarciata, con tanto di pancia, come se fosse sempre gravida; la 'gna Croce che strillava dalla mattina alla sera non solo ai cinque figliuoli, che non le lasciavano addormentare il sesto, sempre attaccato a quella pellàncica cenciosa, che quando se la cavava dal corpetto faceva sputare dallo schifo; ma alle otto galline e al gatto e al porchetto che allevava in casa di nascosto alle guardie municipali; e la 'gna Carminilla detta La Spiritata; e la z'a Gesa detta La Mascolina; e tutte le altre che non finivano mai. Noto com'era ch'egli non aveva mai voluto saper di gonnelle, nemmeno da giovine, tutte queste donne provavano ora per lui un curioso sentimento, che un po' le irritava sotto sotto, e un po' le faceva sorridere di nascosto, specialmente certe volte che lo vedevano impacciato e scontroso ripararsi ancora e schermirsi da alcune innocenti attenzioni che, sapendolo solo, volevano usargli. Nessuna punta di spregio in quel sentimento, ché anzi erano disposte a riconoscergli una certa furberia per aver dimostrato di comprendere ciò che di solito la cara minchionaggine degli uomini non comprende: che, cioè, quello che esse dànno, e che per gli uomini è tanto (tanto che perfino ci fanno le pazzie), per loro è meno che niente, anzi il loro stesso piacere. Ora, non esserselo preso, questo piacere, per non darlo alle donne pagandolo come tutti gli altri uomini lo pagano, per loro era in fondo da saggio; e provavano soddisfazione a fargli vedere che tuttavia erano pronte a servirlo lietamente pur non avendo mai avuto nulla da lui. C'era poi, piú palese, un altro sentimento, che non era tanto di carità per lui, quanto di stizza contro il Maltese e di pena ancor viva per quel povero Ciuzzo Pace, morto appena sei mesi dopo il contratto di vitalizio. Questa volta, quella "sanguisuga dei poveri" non doveva averla vinta. E curavano a gara Maràbito, quasi impegnate davvero a farlo vivere cent'anni, per far la vendetta di quell'altro. CAPITOLO CINQUE Se non che, quella canaglia del Maltese doveva certo esser venuto a patti col diavolo. "Altri cinque anni." E difatti, ecco che entrato da pochi giorni nel suo ottantesimo anno, Maràbito ammalò. Vedendo quella mattina rimaner chiusa la porta del casalino, le vicine impensierite, dopo aver bussato a lungo invano con le mani, con le ginocchia, coi piedi, mandarono a chiamar le guardie: restando nell'attesa davanti la porta a chiamare in tutti i modi il vecchio: - O zi' Marà! - Vecchiuzzo nostro! - Date almeno la voce! Forzata la porta, corsero sú nella stanza a solajo, ormai certe di trovarlo morto. - No, no: ha gli occhi aperti; ha gli occhi aperti! Lucenti, però, e imbambolati dalla febbre. Dio, scottava! E là per terra, come un cane: su quello strapunto di paglia! Per prima cosa pensarono di trasportarlo giú, nella stanza a terreno, perché avesse almeno un po' d'aria e non fosse mangiato dai topi (era avvenuto qualche volta). Gli approntarono alla meglio un letto, chi prestando i trespoli, chi le tavole, chi una materassa, e un pajo di lenzuola pulite e una coperta; e mandarono per il medico. La z'a Milla intanto aveva sentenziato ch'era una polmonite, ma di quelle proprio coi fiocchi. La 'gna Croce, però, strillando al solito suo, con le braccia levate: - Polmonite? Levàtevi! Che medico e medico! Questo è tutto malocchio! Lasciate fare a me! E con l'ajuto della z'a Gàpita e della 'gna Carminilla si mise a parare il letto, appena levato, appendendogli intorno ogni sorta di scongiuri: sferre di cavallo, corna di capro, sacchetti scarlatti pieni di sale. Requisí poi tutte le granate del vicinato e le appoggiò con la scopa all'insú al muro del casalino, di qua e di là della porta, come a guardia dell'entrata. Quando il medico vide quel letto cosí parato, s'indignò: - Levate via subito codeste porcherie! Confermò, con molta soddisfazione della z'a Milla, ch'era caso di polmonite, e grave; e consigliò che l'infermo fosse portato con tutte le cautele all'ospedale. Ma a questo le vicine s'opposero con vivaci proteste: che c'erano loro per assisterlo di giorno e di notte e curarlo amorosamente, secondo le prescrizioni, senza bisogno di portarlo all'ospedale dove i poveri andavano soltanto per far studiare i signori dottori e morire. Andato via il medico, appena la z'a Milla fece l'atto di dire: "Vedete che avevo ragione io", la 'gna Croce le piantò in faccia due occhi cosí e corse in casa a prendere la mantellina, gridando alla z'a Gàpita: - Fatemi il favore di dare un occhio alla casa e a queste sei creature! Tornò di lí a poco con la Malanotte, ch'era una vecchia strega, famosa per levare il malocchio: nera come la pece, con certi occhi da lupa e una bocca enorme, da cui usciva una vociaccia rôca maschile. Costei si fece portare una scodella piena d'acqua e un'ampollina d'olio. Ordinò che si chiudesse la porta e che l'infermo fosse tenuto a sedere sul letto. Poi accese un cero, pose sul capo al vecchio la scodella e vi fece cadere pian pianino una goccia d'olio, lí sull'acqua, in mezzo. Tutt'intorno le vicine guardavano, trattenendo il fiato. Con gli occhi fissi su quella goccia d'olio galleggiante, la Malanotte si mise a borbottare incomprensibili scongiuri, e quella a poco a poco cominciò a spandersi, a dilatarsi. - Vedete? vedete? Nella scodella, al lume incerto del cero, tremolava un disco lucente, come una luna. Le vicine s'erano rizzate sulla punta dei piedi, allibite; qualcuna si picchiava il petto con le pugna, dallo stupore. La Malanotte buttò alla fine l'acqua della scodella in un catino: - Tutto malocchio accumulato! Versò altra acqua nella scodella sul capo del vecchio, vi fece cadere un'altra goccia d'olio, la quale questa volta si dilatò un po' meno agli scongiuri. Ripeté altre volte quest'opera di magia, finché la goccia non rimase qual'era, galleggiante in mezzo alla scodella. E allora la Malanotte annunciò: - L'ho liberato. E adesso a quel canaccio ci penso io! Nessuno poté levare dal capo alle vicine che il vecchio fosse guarito per opera della Malanotte. - Vero miracolo! E quando, poco dopo, si sparse la notizia che al Maltese era sopravvenuto un male in cui neppure i medici sapevano veder chiaro: "Giusta vendetta della strega!" pensarono. E ci avrebbero messo le mani sul fuoco. Maràbito s'era levato da pochi giorni quando venne a sapere della malattia del Maltese. Come avrebbero potuto mai immaginarsi le vicine che questa notizia dovesse fargli tanta impressione? Lo videro piangere. - Siete ammattito? E che ve ne importa se muore? Ha tirato ad ammazzar voi, e s'è ammazzato lui, invece, da sé. Ora, se la moglie e le figliuole non vi vogliono dare ciò che vi spetta, dovranno restituirvi il podere. Non abbiate paura! - Ma io non piango per me! - protestò il vecchio. - Per me provvederà Dio. M'affliggo per lui, che alla fin fine è padre di famiglia e tanto piú giovane di me. E appena ebbe notizia che il Maltese, non ostante il grave stato in cui si trovava, s'era fatto trasportare per forza giú al negozio su una seggiola, stimò dover suo andargli a far visita. Non erano amici, oramai? Non s'aspettava, povero vecchio, d'essere accolto a modo d'un cane. Seduto presso il banco lo Scinè appena lo vide entrare, diede un pugno e urlò, tentando di levarsi in piedi: - Avete il coraggio di comparirmi davanti? Fuori! Uscite fuori, assassino! Cacciatelo via! I commessi di negozio accorsero ad afferrarlo per le braccia, per il petto, per le spalle, e lo spinsero sulla strada, mentre il povero vecchio s'affannava a ripetere: - Ma che colpa ci ho io, se la morte non m'ha voluto? Non si può fare apposta... Non è mancato per me... CAPITOLO SEI Tra fasci di vétrici, di vinchi, di vímini, lunghi come serpentelli, Maràbito passava ora la giornata a intrecciar panieri, corbelli, cofani e cesti, per consiglio delle buone vicine. - L'ozio vi fa male. Non ci siete avvezzo. Codesto è lavoro lieve e vi servirà da passatempo. E lui, svelto come un giovanotto. Bisognava vederlo. Col lavoro gli era tornata l'allegria. - Quando n'avrò fatti parecchi, ogni mattina me n'andrò in giro a venderli. "Ceste, corbelli, panieri!" Voglio fare la dote ad Annicchia. Annicchia era una bambina, orfana di padre e di madre, che una delle vicine, la z'a Milla, s'era tolta in casa e trattava da figliuola. Le volevano bene tutti, lí nella piazzetta di Santa Croce; e perciò quella promessa del vecchio, di farle la dote, fu accolta con gioja. Ogni mattina le vicine ajutavano Maràbito a caricarsi delle sue ceste. Caricato, egli si faceva il segno della croce e provava il bando: - Ceste, corbelli, panieri! Poi si voltava a domandare: - Va bene cosí? - Benone! - rispondevano quelle, ridendo. - E Dio vi accompagni, Zi' Marà! E non dimenticate di passar davanti la bottega di quel galantuomo; e strillate forte allora: cosí la faccia gli diventerà piú verde dalla bile. Ma no, questo no, Maràbito non voleva farlo, quantunque il Maltese l'avesse trattato a quel modo, l'ultima volta. Per via Atenèa doveva passare per forza, ma quanto piú al largo gli fosse possibile dalla bottega di colui, e zitto, ché quegli non l'udisse neppure da lontano. Non gli pareva giusto fargli dispetto, tanto piú che lo sapeva in istato di giorno in giorno piú grave, ostinato tuttavia a star lí nella bottega, a morir lí. Gliene rincresceva sinceramente, ma piú gli rincresceva che, sconoscendo i suoi sentimenti, il Maltese non lo chiamasse piú come prima per parlargli della campagna. Dacché s'era ammalato, non ne aveva quasi piú notizie. Per averne, doveva aspettare che venisse sú in città Grigòli di tanto in tanto. E quelli per lui erano giorni di festa. Domandava di quel tal mandorlo, di quel tale olivo e della vigna e dell'agrumeto, e non gl'importava che la terra non fosse piú sua, purché facesse il suo dovere e, lasciando contento il nuovo padrone, si facesse amare da lui. - Di me non è contento; sia almeno contento di lei! E le mule? Come stanno, le mule? stanno bene? Anche l'asinella è morta, ho saputo! Pazienza! S'è levata di patire. Le bestie, figlio mio, guardale bene negli occhi: t'accorgerai che la fatica la capiscono; la gioja, no. E dava a Grigòli i buoni consigli ch'era solito di dare al Maltese prima della rottura. - Bada, Grigoletto: se non cadono le prime acque, non rimondare. La pianta ti resta ferita e l'acqua le può far male. E un'altra cosa ti dico: appena piove, rompi la terra e sta' ad aspettare che l'erba schiumi di nuovo; poi passa l'aratro, e il terreno ti verrà netto, e allora sémina. Ma dimmi... non sai dirmi nulla? - Nulla, - rispondeva Grigòli, scrollando le spalle. - Che volete che vi dica? Ogni notte canta il gufo laggiú. Il vecchio alzava le lunghe sopracciglia e chiudeva gli occhi, scotendo il capo. - Segno di buon tempo! E se questa luna di settembre non ci porta acqua, siamo rovinati, Grigoletto! Tutta l'annata se n'andrà leggera. Si scorge l'isola di Pantelleria, sul tramonto, in fondo in fondo al mare? Grigòli rispondeva di no col capo. - Abbiamo guaj! "Se si scorge Pantelleria, certo l'acqua sta per via." Regola che non falla nelle nostre campagne. Porti fichi d'India al padrone? Tieni, vèrsali qua, in questi due panieri nuovi: te li regalo io. Se avesse saputo che il Maltese, di lí a poco, quei due panieri nuovi li avrebbe fatti saltar dalla finestra! Ma roba di colui in casa non ne voleva. - Jettatore? Peggio! - gridava col sangue agli occhi a Grigòli. - Vedi come m'ha ridotto? Fattura della Malanotte, per ordine di lui! L'ho saputo. E se muojo - oh! - mia moglie è avvisata: in galera debbono andare, in galera tutt'e due! Assassinio premeditato. Altro che cerosi epàtica! Mi fanno ridere i medici! E, voltandosi alla moglie, alzava una mano in segno di minaccia, come per ricordarle: "Guaj a te, se non lo fai!". La signora Nela, rossa come un peperone, si mordeva il labbro per non piangere in presenza del marito: sentiva spezzarsi il cuore nel vederlo ridotto in quello stato, proprio agli estremi. Credeva anche lei che la Malanotte e il Maràbito fossero cagione di quella sciagura. E quando, di lí a pochi giorni, il Maltese, pur protestando nel delirio dell'ultima febbre che non voleva morire, morí; davvero ella chiese consiglio a un avvocato, se non fosse il caso d'agire contro i due assassini. Maràbito, quel giorno, vedendo le tre porte del negozio serrate, con la fascia nera di traverso in segno di lutto, rimase un pezzo quasi inchiodato sul lastrico della via. Se ne tornò al Ràbato come un cane bastonato. Le vicine si radunarono in grande assemblea, discussero animatamente su ciò che al vecchio convenisse di fare e alla fine decisero di mandarlo dal notajo Zàgara, raccomandandogli però di tenersi ben fermo nei termini del contratto, ch'era per lui una botte di ferro. - Come! - esclamò Nocio Zàgara, vedendosi davanti il vecchio con la berretta in mano. - Non v'hanno ancora messo in prigione? Maràbito lo guardò dapprima stordito, poi sorrise mestamente e disse: - La morte in prigione, Eccellenza. Che colpa ci ho io? - Voi e la Malanotte, come no? - replicò il notajo. - La morte era venuta a casa vostra, e voi, d'accordo con la strega, l'avete invece mandata da don Michelangelo! Tutto il paese lo dice. E già la vedova, caro mio, sta pensando per voi. - Per me? Oh! oh! Non facciamo storie! Perché io, se mai, non c'entro né punto né poco! - rimbeccò il vecchio, incrociando le braccia sul petto. - Glielo giuro, signor notajo, su la salute dell'anima mia! Non s'accorgeva che il notajo voleva fargli paura per prendersi giuoco di lui. - Ah, vedete? Confessate voi stesso che il maleficio c'è stato. Ne farò testimonianza davanti ai giudici. - Io? - gridò allora Maràbito, come smarrito all'improvviso nello spavento. - Io, ho confessato? Ma se non ne so nulla, io! Ero in fin di vita, io! Ah, in galera, per giunta, mi vogliono gettare? Levarmi il podere e gettarmi in galera a ottant'un anni, perché non sono morto come quel poveretto di Ciuzzo Pace, dopo sei mesi? Ma c'è la giustizia divina per i poverelli! E già se n'è vista la prova: è morto lui, invece, lui che aveva tirato ad ammazzare me! - Basta, basta, - disse il notajo che non ne poteva piú dal ridere. - Speriamo che non avvenga nulla... Ci sono altri guaj però. Eh, non vi siete contentato di sbarazzarvi di lui soltanto: c'è anche un mondo d'imbrogli nell'eredità. Maràbito, già messo in guardia dalle vicine, corrugò le ciglia. - Imbrogli? Non voglio saperne! Per me c'è il contratto che parla chiaro. Mi ripiglio la terra. - Eh, vedremo... - sospirò lo Zàgara alzandosi. - Lasciate che vada dalla vedova, e spero d'accomodare ogni cosa. Tornate da me questa sera. In casa della signora Nela il notajo trovò il medico che, venuto per una visita di condoglianza, s'affannava a ripetere: - Ma no; ma no, signora! Sciocchezze... Non dia retta. Caso tipico di cirrosi epàtica. Caso tipico! E aveva sulle labbra un sorriso di compatimento per l'ignoranza dell'enorme signora. Andato via il medico, la signora Nela ebbe come un terremoto nelle poppe, che alla fine eruppe spaventosamente in singhiozzi e strilli: un'ira di Dio. Nocio Zàgara soffriva il contagio del pianto. Vedendo sussultare quella montagna di carne, anche la sua si mise a sussultare come per un altro terremoto. Ma subito si alzò, irritatissimo, e quasi per castigare il pianto di sé e nella vedova, esclamò: - E questo è nulla, signora mia! C'è di peggio! di peggio! L'esclamazione non giovò. E allora don Nocio, risolutamente, venne a piantarsi di fronte alla signora Nela. - O lei si calma un momento, signora, o io me ne vado. Lei è madre di famiglia e deve pensare alle sue figliuole. Parliamo d'affari! Come se fossero roba da ridere, gli affari! La signora Nela, appena venne a sapere che la posizione finanziaria del defunto marito non solo era scossa, ma anche mezzo rovinata, se prima piangeva, ora levò certi strilli da spaccare i muri della casa. Nocio Zàgara s'avvilí; pensò di traviar la furia di quella disperazione rovesciandola addosso al Maràbito. - Per carità, non me ne parli! - urlò la signora Nela, levando le braccia. - Se la buon'anima avesse voluto darmi ascolto! - sospirò il notajo. - Intanto, cara signora, bisogna pure parlarne. Che vuol fare? Per me, è come lasciarsi aperta una vena e perdere sangue a goccia a goccia. Gutta cavat lapidem. - Mai piú! Mai piú! - esclamò la vedova. - Quell'assassino è capace di far morire anche me e le mie figliuole. Via, via! non voglio piú sentirne parlare! - Bene, - concluse il notajo: - in questo caso, avrei da presentarle una proposta. C'è già chi s'assumerebbe gl'impegni del contratto col Maràbito. Un amico mio. Gli feci notare che il povero don Michelangelo pagò per sei anni il vitalizio. "Dolentissimo", mi rispose l'amico, "ma chi glielo fece fare? Peggio per lui che pagò!" - Gli parlai allora della cascina nuova che costa già parecchie migliaja di lire e non è ancor finita. In groppa, anche questa? No. Per la cascina, dice, sarebbe disposto a dare qualche cosa, da tre a quattro mila lire. Ora, se lei accetta questa proposta, ci sarebbe da cogliere, come suol dirsi, due piccioni a una fava; e cioè, liberarsi del jettatore e d'un vecchio debito. Come lei ha potuto vedere dalle carte che le ho presentate, il povero don Michelangelo mi doveva cinque mila lire. Le tre o quattro mila (speriamo che siano quattro!) che il nuovo contraente darà per la cascina, andrebbero, non a scòmputo, ma a saldo del mio credito. Io mi contento. È contenta lei? Contentissima, la signora Nela. E il notajo se ne tornò allo studio, ch'era già sera chiusa. Maràbito lo aspettava. Don Nocio, come lo vide, gli posò le mani sulle spalle e disse, traendo un gran sospiro: - Una volta c'era un padre che si lamentava cosí: "Non piango perché mio figlio perde al giuoco; piango perché vuol rifarsi giocando ancora!". Ero in credito di cinque mila lire col Maltese. Per non perderle, sto commettendo la piú grossa pazzia della mia vita. Sedete. Quant'anni avete? - Ottantuno, - rispose Maràbito, sedendo. - E non siete ancora soddisfatto? Che intenzione avete? Il vecchio rimase a guardarlo senza comprendere. - Ah, fate finta di non capire? Campate troppo, caro mio. Brutto vizio! E dovreste levarvelo. Maràbito sorrise e alzò una mano a un gesto vago. - La vita, Eccellenza? - disse. - Pare lunga, ma passa. A me è passata, come stando affacciato a una finestra. - Benone! - esclamò don Nocio. - E avete intenzione di starci affacciato ancora a lungo a codesta finestra? - Per me, - rispose il vecchio, - se la morte viene a chiudermela anche domani, mi fa piacere. Morire, sí, Eccellenza: ci vuol niente; ma campare apposta non si può, se Dio vuole. Deve dirlo Lui, e io sono pronto. Che comandi ha da darmi? Il notajo gli diede convegno per il giorno appresso: avrebbe rinnovato il contratto del vitalizio, assumendosi lui gl'impegni del Maltese. - Purché... - gli disse, aprendo le braccia e abbandonando a quel gesto la frase. Il vecchio, dalla via, alzò un dito al cielo pieno di stelle e poi congiunse le mani, per significare: - Preghi il signore. Fine seconda parte della novella: IL VITALIZIO Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]