IL GUARDAROBA DELL'ELOQUENZA (prima parte), dalla undicesima raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le regisrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. IL GUARDAROBA DELL'ELOQUENZA (prima parte) Ascoltando per via o nelle case dei conoscenti o nei pubblici ritrovi le chiacchiere della gente sugli avvenimenti del giorno, Bonaventura Camposoldani aveva intuito che sopra i comuni bisogni materiali e i casi quotidiani della vita e le ordinarie occupazioni, gravita una certa atmosfera ideale, fatta di concetti piú o meno grossolani, di riflessioni piú o meno ovvie, di considerazioni generiche, di motti e proverbi e via dicendo, a cui nei momenti d'ozio tutti coloro che sogliono stare l'intero giorno sotto il peso delle loro meschine esistenze cercano di sollevarsi per prendere una boccata d'aria. Naturalmente, in questa atmosfera ideale sono come tanti pesci fuor d'acqua; si smarriscono facilmente, abbagliati dallo sprazzo di qualche pensiero improvviso. Bisognava saper cogliere questo momento per prenderli all'amo. Bonaventura Camposoldani s'era addestrato meravigliosamente. Avere un'idea "unificatrice"; proporla a una dozzina d'amici di qualche autorità e di molte aderenze; indire una prima riunione per lo svolgimento dell'idea e la dimostrazione dei vantaggi da cavarne, delle benemerenze da acquistarne; poi nominare una commissione per compilare uno statuto: tutto era qui. Nominata la commissione, compilato lo statuto, indetta una nuova riunione per discuterne e approvarne gli articoli; per la nomina delle cariche sociali; eletto ad unanimità presidente Bonaventura Camposoldani che ne aveva avuto l'idea e aveva trovato la sede provvisoria senza darsi un momento di requie; il circolo nasceva e cominciava subito a morire per tutti i socii che non se ne curavano piú; seguitava a vivere soltanto per Bonaventura Camposoldani che - presidente, consigliere, amministratore, cassiere, segretario - al primo d'ogni mese mandava l'esattore a svegliare con garbo, per un momentino solo, gli addormentati, il cui sonno, leggero nel primo mese, diveniva a mano a mano piú grave e infine letargo profondo. L'esattore di tutti i circoli fondati da Bonaventura Camposoldani era sempre lo stesso: un vecchietto che si chiamava Bencivenni. Squallido piccolo gracile tremulo, spirava dai chiari occhietti cilestri, perennemente pieni di lagrime, una serafica ingenuità. Camposoldani lo aveva da un pezzo soprannominato Geremia, e tutti credevano che si chiamasse davvero Geremia di nome e Bencivenni di cognome. Lo proteggeva Camposoldani perché veramente il povero vecchio meritava d'essere protetto: reduce dalle patrie battaglie, superstite di Villa Glori e - per modestia - morto di fame. A voltare la pagina, un po' sciocco era anche stato, per dire la verità. S'era presa in moglie la vedova d'un suo fratello d'armi morto a Digione; s'era tirati su quattro figliuoli non suoi; la moglie dopo cinque anni gli era morta; i tre figliastri, appena cresciuti, lo avevano abbandonato; ed era rimasto solo, cosí vecchio, nella miseria, con la figliastra femmina, amata come una figlia vera. Se piangeva sempre, dunque, Geremia ne aveva ragione. Ma non piangeva nient'affatto Geremia. Pareva che piangesse; non piangeva. Linfatico di natura, andava facilmente soggetto ai raffreddori. E non solo gli occhi gli sgocciolavano, ma il naso, quel povero naso gracile e pallidissimo, affilato, stirato a furia di soffiarselo per impedire ogni volta un'ira di Dio, certe scariche interminabili di starnuti comicissimi, piccoli, rapidi, secchi, durante le quali pareva che, terribilmente stizzito contro se stesso, volesse col naso beccarsi il petto. - Mea culpa... mea culpa... mea culpa... - diceva Camposoldani, imitando a ogni starnuto le scrollatine del vecchio. Il quale, andando in giro tutto il giorno, arrivava sempre stanco morto nelle case dei socii. Perduto in vecchi abiti sempre fuor di stagione, avuti in elemosina o comperati di combinazione, coi poveri piedi imbarcati in certe scarpacce legate con lo spago, entrava parlando sottovoce, quasi tra sé, con una larva di sorriso su le labbra, sorriso ragionevole e pur mesto. Certe mossettine di capo aveva poi, aggraziate, e un muover di palpebre pieno di filosofica indulgenza su quegli occhietti chiari, ingenui e acquosi, che tutti a guardarlo non sapevano che pensarne. Pareva seguitasse un discorso per cui gli avessero dato corda la mattina, uscendo di casa: un discorso ch'egli forse non interrompeva neanche per via, né salendo o scendendo le scale. Infatti, nelle case dei socii entrava parlando, e parlando ne usciva, senza smettere un momento, neppure mentre con la mano tremicchiante raspava sul registro la ricevuta della tassa mensile. Ma nessuno riusciva a capire che cosa dicesse. Tutti supponevano che il povero vecchio si lamentasse del troppo camminare, del salire e scendere troppe scale, alla sua età, cosí mal ridotto. Se non che, in mezzo a quel biascichio fitto, tra un sorrisetto e l'altro mesto e ragionevole, ecco che si coglieva ora il nome di un ministro o di questo o quel deputato al Parlamento, ora il titolo d'un giornale. E tutti allora restavano stupiti e frastornati a mirarlo, non comprendendo come c'entrassero quei nomi e quei titoli di giornali nelle sue lamentele. C'entravano, invece, benissimo. Perché Geremia Bencivenni non si lamentava affatto, ma intendeva di conversare, cosí sottovoce e quasi tra sé; forse credeva ne avesse l'obbligo, avvicinando tanta gente perbene; e parlava di politica, delle belle leggi che si votano in Parlamento, o commentava un fatto di cronaca, o dava notizia del socio A da cui era stato poc'anzi, o del socio B dal quale si sarebbe or ora recato. Se qualcuno gli diceva che non intendeva piú pagare perché non voleva piú far parte del circolo, Geremia non se ne dava per inteso: staccava, come se niente fosse, la ricevuta debitamente firmata e la lasciava lí sul tavolino; quasi che questo solo fosse il suo compito e non dovesse curarsi d'altro, almeno fin tanto che c'era qualche socio, il quale, o per levarselo davanti o per pietà o per dabbenaggine, seguitava a pagare. Quando poi Geremia, piú cadente che mai, veniva ad annunziare che proprio non c'era piú nessuno che volesse pagare e, in prova, tirava fuori rovesciate tutte le tasche della giacca, del panciotto, dei calzoni e mostrava anche la fodera del cappelluccio bisunto, Bonaventura Camposoldani restava per un momento perplesso, se disperdere con un soffio quella larva di circolo di cui Geremia gli rappresentava l'immagine, o se risuscitarla con un lampo geniale. Nel primo caso, avrebbe dovuto rimettersi alla fatica di fondarne subito un altro. Gli seccava. E poi, meglio non abusare. Dunque, un lampo... un lampo... Che lampo? Contava segnatamente su due cose, Camposoldani. Cioè, su quella che egli chiamava "elasticità morale" del popolo italiano e su la pigrizia mentale di esso. Martino Lutero avrebbe voluto pagare centomila fiorini perché gli fosse risparmiata la vista di Roma? Martino Lutero era uno sciocco. Ecco qua: temperamenti per temperature. Bisognava considerare prima di tutto la temperatura. In Germania fa freddo. Ora, naturalmente, il freddo, come congela l'acqua, cosí irrigidisce gli spiriti. Formule precise. Precetti e norme assolute. Non c'è elasticità. In ltalia fa caldo. Il sole, se da un canto addormenta gl'ingegni e intorpidisce le energie, dall'altro mantiene elastiche, accese, in continua fusione le anime. Tirate, le anime cedono, s'allungano come una pasta molle, si lasciano aggirare intorno a un gomitolo qualsiasi, purché si faccia con garbo, s'intende, e pian pianino. Tolleranza. Che vuol dire tolleranza? Ma appunto questo: pigrizia mentale, elasticità morale. Vivere e lasciar vivere. Il popolo italiano non vuol darsi la pena di pensare: commette a pochi l'incarico di pensare per lui. Ora questi pochi, siamo giusti, anche per poter pensare cosí in grande, per tutti, senza stancarsi, bisogna che siano ben nutriti. Mens sana in corpore sano. E il popolo italiano li lascia mangiare, purché facciano sempre con garbo, s'intende, e salvino in certo qual modo le apparenze. Poi batte le mani, senza troppo scaldarsi, ogni qual volta i suoi commessi pensatori riescano per avventura a procurargli qualche soddisfazioncella. Ecco qua: qualche soddisfazioncella doveva egli procurare ai socii del circolo moribondo per destarli dalla loro morosità. E Bonaventura Camposoldani ci riusciva quasi sempre. Quest'ultimo non era propriamente un circolo, ma un'associazione nazionale con un intento eminentemente patriottico e civile. Si proponeva di raccogliere in esercito operoso, in ogni provincia e comune d'Italia, tutti coloro cui stesse a cuore sanare finalmente la piaga vergognosa dell'analfabetismo e diffondere per via di letture e conferenze il gusto della cultura nel popolo italiano. Nel fondo dell'anima Bonaventura Camposoldani stimava pregio inestimabile del popolo italiano la costante avversione a ogni genere di cultura e d'educazione, come quelle che, appena conquistate, rendono necessarie tante cose di cui, per esser saggi veramente, si dovrebbe fare a meno. Ma non osava piú dirselo neanche in tacito sinu, ora che ben settantacinque sezioni contro l'analfabetismo s'erano formate in meno d'un anno, delle quali quarantadue (sintomo consolantissimo di salutare risveglio!) nelle provincie meridionali. La nuova Associazione nazionale per la cultura del popolo contava ormai piú di mille e seicento soci. Sede centrale, Roma. E il Governo saggiamente aveva concesso, per costituirle un fondo di riserva necessario, una tombola telegrafica, che aveva fruttato la bellezza di quarantacinque mila lire, poco piú, poco meno. Le aveva inaugurate quasi tutte lui, quelle settantacinque sezioni, improvvisando un discorso di un'ora per ciascuna, sui beneficii dell'alfabeto e i vantaggi della cultura. Solo quattro o cinque, per non parer troppo invadente, le aveva lasciate inaugurare a un tal Pascotti, professore di storia in un liceo di Roma, vicepresidente della sede centrale, bell'uomo, tutto quanto rotondo, anche nella voce: rotondo e pastoso. Pover'uomo, bisognava compatirlo; aveva la debolezza di credersi sul serio un forte oratore: aveva veramente una grande facilità di parola, e parlava dipinto, con frasi fiorite, a periodi numerosi; s'impostava che neanche Demostene o Cicerone, e giú per ore e ore, senza mai concludere nulla, abbandonato beatamente all'onda sonora che gli fluiva dalle labbra. Come se fosse una pasta molle, con le mani grassocce levate davanti alla bocca, pareva palpeggiasse quella sua eloquenza e la arrotondasse e la appallottolasse, atteggiati gli occhi di voluttà. Per un momento, tutti stavano a sentirlo con piacere; ma poi, le fronti che s'erano aggrottate nell'attenzione, cominciavano a tirar su a poco a poco le sopracciglia; gli occhi si ingrandivano, si spalancavano intorno smarriti, come per cercare una via di scampo. Indignato dell'esito di quei suoi cinque discorsi inaugurali, Pascotti s'era dimesso da vicepresidente e non s'era fatto piú vivo. Ottenuta la tombola, sbollito il primo fervore, la sede centrale di Roma s'era profondamente addormentata. Lavoravano ancora con alacrità un po' inquietante le sezioni, segnatamente due o tre, ma per fortuna molto lontane, in Calabria e in Sicilia. Che risate si faceva Bonaventura Camposoldani nel leggere le relazioni in istile eroico dei presidenti di quelle sezioni, poveri maestri elementari! Certuni mandavano finanche allegri trattatelli di pedagogia interi interi. Ma che fatica anche, doverli abbassar di tono, riassumere, e qua raddrizzare un periodo, e là pescare il senso miseramente naufragato in un mare di frasi accavallate e spumanti! Doveva pure mandarle a stampa, quelle relazioni, nel Bollettino dell'Associazione, che aveva stimato opportuno pubblicare almeno una volta al mese, perché le quarantacinquemila lire della tombola dessero qualche segno di vita. E questa volta aveva dovuto anche dar sede stabile all'Associazione. Aveva preso in affitto un quartierino al primo piano d'una vecchia casa in via delle Marmorelle, due stanzette e una bella sala per le sedute, caso mai i soci di Roma per qualche miracolo si fossero sognati di tenerne qualcuna. Una tavola coperta da un panno verde per la Presidenza e il Consiglio, penne e calamai, una cinquantina di seggiole, tre tende alle finestre, cinque ritratti oleografici dei tre re e delle due regine alle pareti, un mezzobusto di gesso abbronzato, indispensabile, di Dante Alighieri su una colonnina pure di gesso dietro la tavola della Presidenza, un vassojo con due bottiglie da acqua e quattro bicchieri, una cassetta da sputare... che altro? ah, la bandiera dell'Associazione: tutto questo, nella sala delle sedute. In una delle due stanzette s'era allogato lui, Camposoldani: non per dormirci, no: per lavorare dalla mattina alla sera, poiché i consiglieri eletti e il segretario, al solito, lo lasciavano solo e doveva far tutto da sé; tanto che, a un certo punto, aveva stimato inutile tenere ancora in affitto la camera mobigliata in via Ovidio, in fondo ai Prati, e la notte, stanco del lavoro di tutta la giornata, si buttava a dormire vestito, lí su l'ottomana, per poche ore. Nell'altra stanzetta c'era allogato Geremia con la figliuola. Povero Geremia! Aveva finalmente una retribuzione fissa, sul fondo della tombola telegrafica, e casa franca. Poteva ormai dire che l'Italia, per cui aveva sofferto e combattuto, s'era alla fine costituita e rassettata. In premio delle eroiche fatiche della sua gioventú, in compenso dei molti stenti patiti fino alla vecchiaja, alloggiava nella sede d'una Associazione nazionale, e Tudina, la figliastra, poteva alla fine stendere ad asciugare su le cinquanta sedie della sala tutti i suoi straccetti, talvolta anche sul mezzobusto di Dante Alighieri; per ignoranza, badiamo, povera Tudina, non per mancanza di rispetto al padre della lingua italiana. Dante Alighieri, per Tudina, era tutto in quel naso sdegnosamente arricciato. Lo chiamava: Quell'uomo che sente puzza. E non capiva, Tudina, perché Camposoldani lo tenesse lí, in capo alla sala, dietro la tavola della Presidenza. Stendendo il bucato su le sedie non poteva soffrire quella faccia di gesso che la guardava dalla colonnina con quel cipiglio sdegnoso, e correva subito a nasconderla con uno straccetto. Non era brutta Tudina, ma neanche bella. Belli, veramente belli, aveva gli occhi soltanto, e anche i capelli: neri profondi e brillanti, gli occhi; neri e riccioluti, i capelli. Aveva già ventiquattro anni, ma pareva ne avesse quindici, non piú. Nelle carni, nell'aria della testa, in quegli occhi brillanti, in quei capelli riccioluti, sempre arruffati, era rimasta ragazza, una ragazza mezzo selvaggia, irriducibile a ogni principio d'esperienza e di cultura. Era stata a scuola, da bambina; in parecchie scuole: da tutte era stata cacciata via. Una volta s'era messa sotto i piedi una compagna, e per miracolo non le aveva strappato gli occhi; un'altra volta s'era ribellata con atti non meno violenti di insubordinazione alla maestra. Nessuno aveva voluto tener conto della ragione di quegli atti violenti. Ma s'era messa quella compagna sotto i piedi vedendosi derisa per aver detto che aveva paura dei cani perché una gatta, da bambina, l'aveva sgraffiata. Quella compagna non sapeva ch'ella teneva amorosamente in braccio quella gatta, la quale aveva fatto da poco certi gattini bellini bellini, e che un cane s'era accostato minaccioso, abbajando, e che la gatta allora s'era arruffata e, non potendo sgraffiare il cane, aveva sgraffiato lei: donde, logicamente, la sua paura dei cani. Quella maestra poi, aveva voluto nientemeno costringerla a intingere nel calamajo il pennino, un bel pennino tutto pulito e lucente che figurava una mano con l'indice teso, un amore di pennino che a lei, per altro, pareva quasi un'arma, di cui, mandandola a scuola, la avessero munita e che ella dovesse custodire gelosamente e conservare intatta. Piú volte, il patrigno, tornando a casa stanco, la sera, s'era provato prima di cena o dopo cena a insegnarle con molta pazienza un po' di alfabeto sul sillabario. Il fatto che b e a fa ba, enunziato dal patrigno con quella vocina di zanzara e quel sorrisetto mesto e ragionevole che gli era abituale, non le era sembrato né serio né verosimile. Era rimasta a mirarlo negli occhi a bocca aperta. Spesso, anche adesso, rimaneva a lungo a mirarlo cosí, per una ragione, che piú speciosa non si sarebbe potuta immaginare. Non era mica certa, Tudina, che quel suo patrigno fosse vero, un uomo vero, di carne e ossa come tutti gli altri, e non piuttosto una larva d'uomo, un'ombra che un soffio poteva portar via. Lo vedeva parlare, sorridere; ma che dicesse, perché o di che sorridesse, non capiva neanche lei. Non capiva perché talvolta gli brillassero gli occhi chiari dietro il velo perenne delle lagrime. E non sapeva credere che le dita tremicchianti di quelle manine esangui avessero tatto, da sentir le cose che toccavano, o ch'egli avvertisse il gusto dei cibi che mangiava, o che in quella testa candida si potessero volgere pensieri. Le pareva quasi aereo, quel patrigno, un uomo che per sé, di suo, non avesse nulla, a cui tutto venisse di combinazione, non perché lui facesse qualche cosa per averlo, ma perché gli altri glielo davano, quasi per ridere, per il gusto di vedere come stava cosí parato e messo su, con quella camicia, con quel cappello, con quelle scarpe, con quei calzoni, con quel pastrano: tutto, sempre, troppo largo, tanto largo che vi sembrava dentro perduto. Quegli abiti, quel cappello, quelle scarpe conservavano tutti qualche cosa della loro provenienza; Tudina li riconosceva per quelli di Tizio o di Cajo; ma chi era, che consistenza aveva colui che li portava? Mai una camicia di suo; mai un pajo di scarpe fatte per i suoi piedi; mai un cappello che gli calzasse giusto in capo! La miseria, l'incertezza d'ogni stato, quel vederlo andare sempre vagabondo quasi per aria, smarrito, dietro a faccende vane, con quel ronzio di parole senza senso su le labbra tra i risolini e le lagrime, le davano quell'idea dell'irrealità di lui, non solo, ma anche di se stessa e di tutto. Dove, in che poteva toccarla, la realtà, lei, in quella perpetua precarietà d'esistenza, se attorno e dentro di lei tutto era instabile e incerto, se non aveva niente né nessuno a cui appoggiarsi? E Tudina balzava talvolta d'improvviso a stracciare, a rompere, a fracassare, un fascio di carte, un viso, un qualunque oggetto, che stranamente a poco a poco le s'avvistasse davanti agli occhi; cosí, apparentemente per un impeto selvaggio, ma in realtà per un bisogno istintivo, incosciente, di togliersi dinanzi e distruggere certe cose di cui non riusciva a cogliere il senso e il valore, o di sperimentare la sua presenza, la sua forza contro di esse, per il dispetto ch'esse le facevano nel vedersele star lí davanti, ecco, come se lei non ci fosse, come se lei, volendo, non le potesse stracciare, rompere, fracassare. Quel vaso lí... ma sí che lei poteva da lí metterlo qui, e da qui lí, e anche sbatterlo forte, cosí, sul davanzale della finestra, e fracassarlo... ecco fatto... Perché? Ma per niente... cosí... perché le faceva dispetto! Invece per certi altri oggetti tenui, labili, minuscoli, di nessun valore, un pezzetto di carta velina colorata, un chicco di vetro, un bottone di camicia di finta madreperla, aveva protezione, cura, delicatezza infinita: li lisciava con un dito e se li metteva fra le labbra. E certi giorni non finiva mai di carezzarsi con le dita i folti riccioli neri, asserpolati sul capo, allungandoli pian piano e poi lasciandoli riasserpolare, non per civetteria, ma per il piacere che le dava quella carezza; cert'altri giorni al contrario se li stracciava col pettine rabbiosamente. Fine prima parte della novella: IL GUARDAROBA DELL'ELOQUENZA Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]