IL GUARDAROBA DELL'ELOQUENZA (seconda parte), dalla undicesima raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le regisrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. IL GUARDAROBA DELL'ELOQUENZA (seconda parte) Bonaventura Camposoldani non aveva mai badato a quella figliastra di Geremia. Le donne non entravano, se non per poco e di passata, nella sua vita. Tutt'al piú, la donna, ecco, cosí in astratto, la donna come questione sociale, il problema giuridico della donna, sí, un giorno o l'altro avrebbe potuto interessarlo. Era un problema, una questione sociale come un'altra, da studiare, a cui attendere; e poteva entrare nel campo della sua attività: non da risolvere, Dio guardi! Se tutti i problemi sociali, come a mano a mano sorgono dalla vita e s'impongono all'attenzione e allo studio dei commessi pensatori, si risolvessero in quattro e quattr'otto, addio professione! E vero, sí, che la vita è prolifica di problemi sociali e se qualcuno per miracolo se ne risolve, ne sorgono subito altri due o tre nuovi; ma è una fatica, mettersi ogni volta daccapo a pensare a un problema nuovo, quand'è cosí comodo adagiarsi nei vecchi, bastando al pubblico che i problemi sociali sieno posti e il sapere che c'è chi pensa a risolverli. Si sa che è proprio di tutti i problemi sociali esser posti e non mai risolti. I problemi nuovi, del resto, hanno questo di male, che sono avvertiti soltanto da pochi in principio. Non era dunque per lui, che non aveva ancora un ufficio fisso, stabilmente retribuito e con diritto a pensione, per cui si sarebbe potuto prendere il lusso di studii sempre nuovi e difficili, di lente e accorte preparazioni. Egli professava liberamente, creando circoli, istituzioni accanto a quelli dello Stato; e aveva perciò bisogno di problemi posti da lunga data, di cui fosse largamente riconosciuta la gravità. Ne aveva uno per le mani, che prima d'esser risolto, non una vita, ma gli avrebbe dato tempo di viverne dieci di novant'anni ciascuna! Il guajo era che i denari della tombola telegrafica, purtroppo, si assottigliavano di giorno in giorno... S'accorse di Tudina per quello straccetto bagnato messo ad asciugare sul mezzo busto di Dante Alighieri. La prima volta che lo vide corse a farle in camera una severa riprensione, ma non poté fare a meno di sorridere quando Tudina si mostrò stupita, che meritasse tanto rispetto quell'uomo lí con quel naso articciato, come se sentisse puzza. Tudina interpretò il sorriso di lui come una concessione, e seguitò a stendere lo straccetto, non ostante le rinnovate riprensioni. Bonaventura Camposoldani interpretò questa pervicacia della ragazza come un'arte per attirar la sua attenzione, e una mattina, che si trovava di buon umore, entrò nella cameretta di lei per tirarle l'orecchio come a una bambina discola e impertinente, e dirle che non doveva farlo piú, o che, se voleva farlo ancora... Ma Tudina si ribellò a quella tirata d'orecchio, respingendolo gagliardamente; Bonaventura Camposoldani si sentí allora eccitato alla lotta: l'afferrò; tutti e due si dibatterono, un po' ridendo, un po' facendo sul serio; finché Tudina, nel vedersi presa da lui come non s'aspettava affatto di potere esser presa, non diventò furibonda: urlò, morse, sgraffiò, dapprima; poi, non volendo concedere, si sentí costretta dal suo stesso corpo a cedere; e restò alla fine come esterrefatta nello scompiglio. Basta, eh? Parentesi chiusa, per Camposoldani, o da riaprirsi una volta tanto, a comodo, poiché la ragazza abitava lí, nella cameretta accanto. Curiosa, però, tutta quella ribellione, dopo ch'ella lo aveva provocato... e poi, quello spavento... e ora, che? piangeva? oh là là, che storie! Basta, via! che c'era da piangere cosí? Geremia poteva sopravvenire da un momento all'altro, e perché dargli un dispiacere, povero vecchio, dopo che il fatto era fatto, e si poteva bene nascondere, e anche di nascosto seguitare... perché no? senza furie, con prudenza... - Ah, brava! Cosí... Tudina d'un balzo, come una tigre, gli era saltata al collo, e lo aveva abbracciato freneticamente, quasi volesse strozzarlo. Sentiva tanta vergogna... tanta... tanta... e voleva che quella sua vergogna egli la riparasse con tanto, tanto amore... sempre, perché sempre, se no, ella la avrebbe sentita, quella vergogna, e ne sarebbe morta, ecco. Ma sí, ma sí... Intanto perché tremava cosí? perché piangeva cosí? Zitta, calma: c'era da godere, non da morire... Perché quella vergogna? Nessuno avrebbe saputo... Stava a lei, che nessuno sapesse... A lei? Eh, fosse dipeso soltanto da lei, povera Tudina... Poteva non parlare, Tudina, non dirne nulla neanche a lui; ma, dopo tre mesi... Bonaventura Camposoldani rimase per piú di cinque minuti a grattarsi la fronte. Oh Dio! oh Dio! un figliuolo... da quella ragazza... in quelle circostanze... E che avrebbe fatto, ora, che avrebbe detto quel povero Geremia? Da un giorno all'altro Camposoldani s'aspettava che il vecchio gli si parasse davanti a domandargli conto e ragione di quell'ignominiosa complicazione del suo alloggio gratuito con la figliuola nella sede dell'Associazione nazionale per la cultura del popolo. Stimando ormai inevitabile una scenata, avrebbe voluto che avvenisse al piú presto, per uscirne comunque e togliersi questo pensiero. Ogni mattina entrava con l'animo sospeso e costernato nella sala, si faceva all'uscio della cameretta ove abitavano il padre e la figliuola; guardava accigliato l'uno e l'altra, che lo accoglievano in desolato silenzio; e, stizzito, domandava quasi per provocarli: - Nulla di nuovo? Geremia chiudeva gli occhi e apriva le mani. Quasi quasi Camposoldani lo avrebbe preso per il petto, gli avrebbe dato uno scrollone, gridandogli in faccia: - Ma parla! Smuoviti! Dimmi quello che mi devi dire e facciamola finita! Sicché, quando una mattina, alla sua solita domanda: - "Nulla di nuovo?" - Geremia, invece di chiudere gli occhi e aprir le mani, crollò piú volte il capo in segno affermativo, Camposoldani non poté fare a meno di sbuffare: - Ah, finalmente! Sentiamo! Ma Geremia, placido placido, si cacciò una mano nella tasca interna della giacca, ne trasse un foglio di carta protocollo ripiegato in quattro e glielo porse. - Che significa? - fece Camposoldani, guardando quel foglio spiegazzato, senza prenderlo. Geremia si strinse nelle spalle e rispose: - Non c'e altro... - E che è questo? - Non so. L'ha portato un ragazzino... Camposoldani, con le ciglia aggrondate, prese rabbiosamente il foglio; lo spiegò; cominciò a leggere; a un tratto alzò gli occhi a fulminare Geremia. - Ah! Hai fatto questo? Era una domanda firmata da venticinque socii, perché fosse indetta al piú presto un'adunanza. Capolista, il professor Agesilao Pascotti. Geremia si portò le mani tremicchianti al petto e aprendo le squallide labbra al solito sorrisetto mesto e ragionevole: - Io? - sospirò con un filo di voce. - Che c'entro io? - Pezzo d'imbecille! - proruppe allora Camposoldani. - E giusto al Pascotti ti sei rivolto? - Io? - Che ti figuri che ci guadagnerai adesso? Vogliono i conti? Ma subito! Comincerai dal risponderne tu, intanto! - Io? - Tu, tu per il primo, caro! tu che da tant'anni vai seminando le ricevute delle tasse mensili senza riscuoterne l'importo! Pezzo d'imbecille, sono tutti morosi questi firmatarii qua, tutti... Cardilli, Voceri, Spagna, Falletri, Romeggi... Toh! uno solo no! Concetto Sbardi... O dove sei andato a pescarlo costui? Non sta in Abruzzo? Quello che scrive idega! È a Roma? Ah, è venuto qua? E ti sei rivolto a lui? Investito cosí, il povero vecchio s'era provato piú volte a interromperlo, con le mani protese, battendo continuamente le palpebre su gli occhietti acquosi. Pareva cascato dalle nuvole! Non sapeva nulla di nulla, proprio... Se la prendeva con lui? All'improvviso sorse in mezzo, tra i due, Tudina, che ormai non pareva piú lei. Gonfia, scarduffata, imbruttita, si levò davanti a Camposoldani come l'immagine viva dell'infamia commessa, del laido delitto di cui s'era macchiato. Che c'entrava il patrigno in quell'istanza? Che interesse poteva avere a metter su i socii contro di lui? - E allora? - fece Camposoldani. Come, donde era venuta fuori quell'istanza? a chi era saltato quel grillo? Per qual ragione, cosí tutt'a un tratto? Gente che non pagava piú, gente che non s'era fatta piú viva da tanto tempo... Grattandosi nervosamente la bella barba nera spartita sul mento. Camposoldani s'immerse a considerare di nuovo quell'istanza che, dalla prima firma, poteva argomentarsi scritta tutta di pugno dal Pascotti stesso; lesse, rilesse piú volte quella filza di nomi; alla fine levò il volto sorridente verso Geremia. - Pascotti? - domandò quasi a se stesso. E di nuovo si mise a considerare le firme. Una sola gli dava ombra: quella dello Sbardi abruzzese. Aveva sempre pagato, costui, puntualissimamente. Come si trovava lí con quegli altri a schiera? Gli faceva l'effetto d'un lupo tra un branco di pecore. Sí, era lui il nemico; lui, senza dubbio... Era venuto a Roma, era andato a trovare il Pascotti già vicepresidente, e tutti e due... Che volevano da lui? I conti? Padronissimi. Ma se lo Sbardi era andato a trovare Pascotti per eleggerlo comandante supremo della battaglia, era segno che, per lo meno, non sapeva parlare. E se mancava a lui il coraggio dell'accusa, il coraggio piú difficile, lo avrebbe avuto il rotondo Pascotti? Via! Lo faceva ridere Pascotti. Di nuovo Camposoldani levò il volto sorridente verso Geremia. - I conti... - disse. - I... i conti? - balbettò il vecchio. - Da me? Camposoldani lo guatò, come se quella ingenua domanda che i socii volessero i conti da lui Geremia, gli avesse fatto balenare qualche idea. - Da te... da me.... vedremo - disse. E si ritirò nella sua cameretta. Piú tardi Geremia fu mandato in giro a distribuire gli inviti all'adunanza per la sera del giorno successivo. Era come intronato e pareva che le gambe gli si fossero stroncate sotto. Camposoldani rimase tutto il giorno all'Associazione a preparare la difesa. Aveva avuto la debolezza di pagare alcuni debiti che lo opprimevano; e questa sottrazione si poteva mascherare benissimo col viaggio che diceva d'aver fatto in Germania per studiare l'organismo dei Circoli di Cultura, fiorentissimi, come tutti sapevano, in quel paese. Poi c'erano le spese per la sede sociale, arredo, pigione; le spese per la pubblicazione del Bollettino; lo stipendio di Geremia... che altro? ah, le spese di viaggio per le inaugurazioni... spese che, venuto meno quasi del tutto l'introito delle rate mensili dei socii, avevano naturalmente assottigliato il fondo della tombola telegrafica. Tutto sommato però, quanto restava? Camposoldani tirò la somma. Pur largheggiando nelle spese, pure arrotondando piú volte le cifre, la somma totale era ben lungi dal mettersi d'accordo col magro residuo effettivo. Perdersi, no: non era uomo da perdersi cosí facilmente, massime di fronte a quei venticinque firmatarii con un Pascotti per capitano. Ma i conti, no, ecco! i conti doveva trovar modo di non presentarli. Se poi, proprio proprio vi fosse stato costretto... un lampo, uno dei suoi soliti lampi geniali doveva salvarlo... Che lampo? Ci pensò tutta la notte Camposoldani e il giorno appresso. Poche ore prima dell'adunanza, si vide all'improvviso comparire davanti Geremia, piú che mai come una larva, che un soffio sospingesse: entrò parlando, al suo solito, sottovoce, con un tremolio piú accentuato del capo e delle mani, e con l'ombra, l'ombra appena del consueto risolino mesto e ragionevole su le labbra. - L'I... l'Italia... che... ta-tanti sacrifizii... tanti eroismi... l'Italia che... Vittorio... Cavour... chi sa che... che cosa credevano... dovesse diventare... ecco qua... donnaccia da trivio... vergogna... figli bastardi... il di-disonore... si sa!... fratelli contro fratelli... la... la pa... la palla d'Aspromonte... bollati d'infamia... patria di ladri... per forza!... madre di... di figlie sgualdrine... per forza!... L'I... l'Italia... l'Italia... E bisbigliate queste parole, se n'andò. Camposoldani rimase sbalordito; non trovò la voce per richiamarlo indietro, per saper che cosa volesse dire. Che niente niente Geremia aveva protestato in quel modo contro la seduzione e la gravidanza della figliastra? Alla seduta, oltre ai venticinque firmatarii, intervennero appena una dozzina di socii, che non avevano mai posto piede nella sala dell'Associazione. Dei sei consiglieri della sede centrale di Roma, nessuno volle presentarsi. Per lettera, chi dichiarò che, secondo lo statuto sociale, si riteneva già da un pezzo scaduto dalla carica; chi, dimesso anche da socio per non aver piú pagato; chi fece finanche le meraviglie che l'Associazione fosse tuttora in vita. Alla tavola della Presidenza si presentò solo, a testa alta, Bonaventura Camposoldani. Piú a testa alta di lui e con cipiglio piú sdegnoso del suo, si ergeva però dietro la tavola della Presidenza qualche altro: Dante Alighieri su la colonnina di gesso abbronzato. Dante Alighieri pareva che sentisse piú puzza che mai. Era evidentissimo che prima di intervenire alla seduta, quei trentasette socii avevano concertato fra loro un piano di battaglia. Si leggeva chiaramente negli occhi dei piú stupidi, alcuni intozzati, su di sé, altri spavaldi, altri sdegnosi, col labbro in fuori e le palpebre basse attraverso le quali guardavano le sedie, le tende, la tavola della Presidenza e lo stesso Dante Alighieri, come per compassione. Pascotti prese posto in prima fila, nel mezzo; Concetto Sbardi, invece, in fondo, appartato. Era un ometto tozzo, ispido, aggrondato, che teneva continuamente una mano spalmata sul mento e si raschiava con le unghie adunche le guance rase, stridenti. Molti si voltavano a guardarlo, ed egli, seccato, s'insaccava di piú nelle spalle. Ma se c'era Pascotti! Perché non guardavano Pascotti? Che stupidi! Camposoldani, un po' pallido, con occhi gravi, ma pur con un sorrisino ironico appena percettibile sotto i baffi, prima di aprir la seduta, chiamò con un cenno della mano Geremia, che s'era seduto, trepidante, presso l'uscio, e gli diede un foglio di carta perché gl'intervenuti vi apponessero la firma di presenza. Quando riebbe il foglio firmato, sonò il campanello e disse pacatamente: - Signori, l'adunanza era indetta per le ore 20: sono già circa le 21. Da questa nota di presenza risulta che non siamo in numero. I soci iscritti nella sede di Roma sono novantasei... - Domando la parola! - esclamò Pascotti. - Prego, professore, - seguitò Camposoldani. - Indovino ciò che ella vorrebbe dire: di questi novantasei socii molti debbono ritenersi dimissionarii, perché da un pezzo... - Domando la parola! - insisté Pascotti. - L'avrà; ma prima mi lasci dire! - replicò con fermo accento Camposoldani. - Io sono qui anche per far rispettare lo statuto sociale: e dico loro innanzi tutto che avrei potuto benissimo non tener conto della loro istanza, perché tutti i venticinque firmatarii, tranne uno, come del resto la maggioranza dei socii inscritti a questa sede, avrei potuto considerare come dimissionarii. - No! no! no! - gridarono a questo punto parecchi insieme. E Pascotti, per la terza volta: - Domando la parola! Dimissionarii perché, signor Presidente? Io già - siamo in un circolo di cultura - mi perdoni - non userei mai codesta parola entrata purtroppo nell'uso, e non nostra! Ma diciam pure dimissionarii, poiché di ben altro qua, che di parole piú o meno pure, questa sera, dovremo discutere. Dimissionarii perché, domando io, signor Presidente? - Ecco! - lo interruppe Camposoldani, accennando Geremia in fondo alla sala. - Lo domandi laggiú al nostro esattore, egregio signor Pascotti. Tutti si voltarono a guardare: due o tre esclamarono: - E chi l'ha mai veduto? - Non dicano cosí! - esclamò allora Camposoldani, dando un pugno su la tavola. - Lo hanno veduto benissimo, Lor Signori, per due o tre mesi, puntuale! E non solo lo hanno veduto, ma egli ha lasciato nelle loro case la ricevuta della tassa, fidandosi che, forse impediti per il momento, Lor Signori sarebbero poi venuti a pagarne l'importo qua, nella sede sociale aperta tutto il giorno, a loro disposizione. Nessuno s'è mai fatto vedere! Io sono stato qua a lavorare, qua a mantener vivo il fuoco dell'Associazione, di cui loro questa sera, senza averne il diritto, vengono a domandarmi conto. Sí, o Signori, senza averne il diritto. Perché, delle due l'una: o non debbono ritenersi dimissionarii tutti coloro che non sono in regola coi pagamenti, e allora - c'è poco da dire - qui manca il numero legale, ed io non potrei aprir la seduta; o debbono ritenersi dimissionarii, e allora anche tutti voi, o Signori, tranne uno, non avete piú veste di socii e potete andar via. Ma no, no, no, Signori miei - s'affrettò a soggiungere Camposoldani. - Vedete bene che io ho accolto la vostra istanza, felicissimo di vedervi qua, finalmente! in pochi, va bene; ma con la speranza che da questa sera in poi, dietro l'esempio vostro, la nostra Associazione si risvegli a quella vita feconda, ch'era nei miei voti nel fondarla. Ma figuratevi se poteva mai passarmi per la mente di non accogliere la vostra domanda! Io sono qua, sono stato sempre qua a lavorare per tutti, a tenere una continua, attiva corrispondenza con le nostre sezioni, ad attendere alla pubblicazione del nostro Bollettino, che si diffonde anche all'estero! Voi vi siete finalmente risolti a venire, a partecipare alla vita della nostra Associazione? Ma, figuratevi, figuratevi se io, stanco come sono, non vi apro le braccia e non vi benedico. Non si aspettava applausi Camposoldani, dopo questa volata. Ottenne però l'effetto voluto. Tutti apparvero lí per lí sconcertati; e di nuovo molti si voltarono a guardar l'unico che non si dovesse sentire fuor di posto e ammesso per indulgenza. Concetto Sbardi, questa volta, si scrollò tutto rabbiosamente e si alzò come per andar via; contemporaneamente quattro o cinque si levarono e accorsero a trattenerlo, mentre gli altri gridavano: - Parli Sbardi! Parli Sbardi! - Parli Pascotti, perdio - urlò lo Sbardi, divincolandosi. - Lasciatemi andare! o parla Pascotti, o io me ne vado! - Ecco, parlo io - disse allora Pascotti, alzandosi un po' impacciato. - Col permesso dell'egregio signor Presidente. - No! no! Parli Sbardi! Parli Sbardi! - Parlo io... - Sbardi! Sbardi! Camposoldani sonò, sogghignando, il campanello: - Signori miei, vi prego... Che cos'è? - Parlo io, - tuonò Pascotti. - Domando la parola!... - Parli... Parli... - ... soltanto per dire, - seguitò il professor Agesilao Pascotti, levando un braccio maestosamente, - soltanto per dire che nella condizione in cui mi ha messo e ci ha messo il signor presidente, o amici miei, quantunque acceso di candida e, vorrei dire, apostolica condiscendenza, con la sua pregiudiziale, io stimo e faccio notare all'egregio collega Sbardi che il mio discorso non avrebbe piú quell'efficacia che dovrebbe avere, che sarebbe giusto che avesse, secondo l'intendimento nostro e la nostra intesa. - Benissimo! - Aspettate! Ragion per cui, io prego, io prego caldamente, a nome di tutti i colleghi qui presenti, e, lasciatemelo supporre, a nome anche di tutti i socii del Sodalizio nostro sparsi per le terre d'ltalia. - (Benissimo!) - Aspettate! - Prego, dicevo, il professor Concetto Sbardi perché voglia far violenza alla sua natural ritrosia, alla sua... un po' troppo ribelle modestia, e che parli lui, che porti qua lui, con la rigidezza severa che gli è solita, le sante ragioni che ci hanno spinto, o Signori, a domandare questa solenne adunanza! Scoppiarono applausi e nuove grida: - Parli Sbardi! Viva Sbardi! - Signor Sbardi, - disse allora Camposoldani con aria di sfida. - Via! faccia contenti i suoi amici! Sono curioso anch'io di sentire quel che lei ha da dire, quel che aveva divisato d'esprimere con la parola adorna ed eloquente del professor Pascotti. Concetto Sbardi diede una bracciata a coloro che gli s'erano fatti intorno e si fece innanzi per parlare. Pareva un bufalo parato per scagliarsi, a testa bassa. Afferrò con una mano la spalliera della seggiola che gli stava davanti, rimase con l'altra sul mento a raschiarsi la guancia, poi cominciò: - Agesilao... Agesilao Pascotti e tutti voi, Signori, avete torto a tirarmi per forza a parlare. Vi avevo detto... vi avevo pregato che non so parlare. Io non possiedo come il signor Camposoldani, come Pascotti, il... il come si chiama... sí, insomma, la parola... La guardaroba, volevo dire, signori, la guardaroba dell'eloquenza. Alcuni applaudirono alla frase per rianimare l'oratore, altri scoppiarono a ridere. - Sissignori, - riprese Concetto Sbardi. - Io la chiamo cosí... La guardaroba dell'eloquenza... Avete un pensieruzzo tisico? E tisico sempre vi resterà, se non avete la guardaroba dell'eloquenza. Ma se avete la guardaroba dell'eloquenza, il pensieruzzo tisico vi uscirà dalla bocca imbottito di tanta stoppa di frasi, che, parrà un gigante, un Ercole parrà, con la clava e la pelle del legone... Avete un'ideguccia sporca? fatela entrare nella guardaroba dell'eloquenza e l'oratore, Camposoldani, Pascotti, che farà? ve la farà uscire con la faccia lavata, pettinata, attillata, con certi pennacchi di parole, tutta appuntata di virgole e punt'e virgole, che l'ideguccia sporca non si riconoscerà piú neanche lei stessa... Signori, io non possiedo la guardaroba dell'eloquenza; voi mi forzate a parlare; io non ho nemmanco uno straccio, nemmanco un cencio, per vestire le mie ideghe: e se parlo, qua stasera, ho pagura che mi scappi dalla bocca... non so che cosa... ma qualche cosa che al signor Camposoldani, il quale mi sfida anche lui, non farebbe piacere... insomma, ve lo dico, ho pagura che mi scappi dalla bocca... mi scappi dalla bocca... - E se lo lasci scappare! - esclamò Camposoldani, pallidissimo, dando un altro pugno su la tavola. - Parli! dica! siamo qua per parlare e per sentire! Concetto Sbardi allora levò il capo, si tolse la mano dal mento, e gridò: - Signor Camposoldani, il ladro nudo! Successe un pandemonio! Scattarono tutti in piedi; primo fra tutti Camposoldani: un balzo da tigre; brandí la seggiola, si scagliò contro lo Sbardi. Molti lo trattennero, altri afferrarono lo Sbardi; tutti gridavano in grande orgasmo tra le seggiole rovesciate. Pascotti montò su la tavola della presidenza. - Signori! signori! È deplorevole! Vi prego, signori! Ascoltatemi! C'è un malinteso, perdio! Ragioniamo! Signori... signori... Nessuno gli dava ascolto. - Signori! che vergogna! Ci guarda Dante Alighieri! Camposoldani, disarmato della seggiola, sconvolto, ansimante, trattenuto per le braccia, cessò alla fine di divincolarsi e disse a quelli che cercavano di calmarlo: - Basta... basta... Son calmo... Lasciatemi. Signori, ai vostri posti. Sono il presidente. Andò alla tavola, tutti rimasero in piedi, e in piedi egli parlò: - Non posso stasera, perché veramente non mi aspettavo una siffatta aggressione. Domani! Ho il modo - semplice - dignitoso - degno di me - di ricacciare in gola a un incosciente l'offesa che ha creduto di scagliarmi. Venite domani sera, signori, voi e tutti gli altri: renderò conto di tutto, minutamente, coi documenti alla mano. La seduta è tolta. Sonò il campanello, e tutti uscirono in silenzio dalla sala. Dopo mezzanotte, Bonaventura Camposoldani, uscito a prendere un po' d'aria per riconnettere le idee scompigliate e disporsi, con la calma, ad aver quel lampo geniale che doveva salvarlo, rientrando nella sede dell'Associazione, restò meravigliato su la soglia della sala. Geremia ancora col lume acceso, stava seduto davanti alla tavola della presidenza, col capo appoggiato sul tappeto verde di essa. Camposoldani pensò che il povero vecchio aveva forse voluto aspettarlo, dopo quella seduta tempestosa, e s'era addormentato lí. Attraverso l'uscio della cameretta s'udiva il ronfo cadenzato di Tudina. Bonaventura Camposoldani s'accostò alla tavola per scuotere il vecchio e mandarlo a dormire: ma presso la testa abbandonata, di cui il lume lasciava vedere il roseo della cute di tra la rada canizie, scorse una lettera chiusa e allibí. Il lampo geniale, lo aveva avuto lui, Geremia Bencivenni. - L'I... l'Italia... vergogna... figli bastardi... Ma se la figliastra aveva già compreso che l'Italia era fatta male, e che a tutti gli onesti e i modesti che avevano concorso a farla non restava altro che servire ai ladri, che bisogno c'era piú di lui? Nella busta, due lettere. In una si accusava di essersi approfittato indegnamente della cieca fiducia che il signor Presidente dell'Associazione, suo benefattore, aveva riposto in lui per tanti anni, e d'aver sottratto quasi tutti i fondi della tombola telegrafica. Diceva di averli in gran parte buttati nei botteghini del lotto, e chiedeva perdono al Presidente e a tutti i socii. Nell'altra, scritta per il solo Bonaventura Camposoldani, diceva testualmente cosí: "Nella guardaroba dell'eloquenza vesti della mia camicia rossa di garibaldino il tuo furto, o ladro nudo! Mi accuso, mi uccido per salvarti, e ti do la stoffa per un magnifico discorso. In compenso ti chiedo solamente di rendere l'onore alla mia povera figliuola!". Fine della novella: IL GUARDAROBA DELL'ELOQUENZA Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]