"VEXILLA REGIS..." (seconda parte), dalla dodicesima raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le regisrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. "VEXILLA REGIS..." (seconda parte) La carrozza si fermò davanti all'Albergo della Minerva. - Ah, stai qui? - domandò Anny, alzandosi col cagnolino in braccio; ma subito aggiunse: - Questo è un albergo. Intendo, intendo. Ma, bada, Laura voglio vederla subito, io! Entrati nella camera loro assegnata, Anny riprese: - Ora, lasciami sola. Tre giorni di viaggio: non ne posso piú. Il baule è qui: farò la mia toletta. Tu intanto va' a casa, e conducimi qui subito subito Laura. - Ma no, cara, - fece il Furri - non è a Roma. - Non sta con te? Qua, Mopy, qua, - gridò Anny correndo dietro al cagnolino che col musetto aveva aperto l'uscio accostato e se n'era uscito sul corridoio. Poco dopo rientrò con Mopy in braccio e, buttandolo sul canapè, gli gridò: - Cuccia lí! - Dobbiamo prima parlare, - riprese il Furri severamente. - Chiudi l'uscio, ti prego. Ho fatto male a venire: vuoi dirmi questo? Dimmelo semplicemente, ti prego, senza turbarti. Senti... - Esitò alquanto, grattandosi celermente l'insenatura tra la pinna destra del naso e la guancia, con un gesto che il Furri le riconobbe abituale. - Senti. La colpa non è mia, la colpa è del Giovi. Sono venuta spontaneamente, sí, ma egli m'assicurò piú volte che tu vivevi solo solo e sempre in casa e malfermo in salute anche. Dunque ho supposto che - scusami, se rido - che, via! sarei potuta venire. Ho supposto male? Hai ragione: oh, non te ne fo, né potrei fartene un torto. Rido, vedi? La mia parte, infatti, non è bella, ora. Vorrei pigliarmela con quel burlone del Giovi. Ma, poveretto: gli amici non sono obbligati a saper tutto. Via, confessalo, Mario. Non stare cosí. Il Furri s'era portate ambo le mani su la faccia, premendovele vieppiú a ogni parola d'Anny. - Guardami negli occhi, - riprese questa, cangiando tono, ma pur quasi affettando una seria preoccupazione: - Il caso è grave? altri figliuoli? - Tu non sai ciò che voglia dire averne una! - disse egli con voce vibrante di sdegno, scoprendo il volto irosamente e stringendo le pugna come per trattenersi. - Prima di rimproverarmi aspetta che ti dica. Credi forse, Mario, ch'io non abbia mai pianto? La mamma non c'è piú, per dirtelo. Ma l'essere venuta cosí, col pericolo di rappresentare per te, ora, una parte poco gradita, non è una prova? - Prova di che? - domandò il Furri interrompendo. - Prova della tua incoscienza, per non dire altro! E non già per quello che tu supponi di me, e che io potrei prendere per un'irrisione, se tu non fossi proprio incosciente: è la parola! Ma non hai neanche occhi per vedermi? Non parliamo di me, non parliamo di me, ora. Vuoi dire che l'essere tu venuta è una prova del tuo affetto per tua figlia? - Aspetta, - disse Anny. - Parleremo di questo e di tutto, ma con calma, ti prego. Io mi confondo. Siedi. Ma prima apri, ti prego, quella finestra: un po' d'aria. Cosí, grazie! Oh, siedi, ora: qua, accanto a me; dammi una mano, codesta con l'anellino mio. Ora, è vero? ti senti vecchio tu, povero Riese! Ma non importa. Senti: codeste due rughe cattive su le ciglia te le spianerò io. Senti: rientrando in Italia dal treno guardavo la campagna e le ville sparse qua e là. Non era lo stesso paesaggio della nostra villetta, del nostro nido presso Novara ch'io vedo ancora, chiudendo gli occhi, e che ho sempre sempre ricordato; ma era Italia anche lí e campagna, e quel cielo, quell'aria, e io respiravo, correndo in treno, come nel bel tempo passato, con gli occhi a una villetta lontana, finché non spariva, e poi a un'altra, che gli occhi subito cercavano per non interrompere il sogno; e intanto il cuore mi si riempiva dell'antico amore, e non imaginavo che tu dovessi accogliermi cosí. Mi guardi? Non piango, no! vuoi crederlo tu, che sia tutto finito, non io. Perché, Mario? Me lo dici? - Hai bisogno che te lo dica? Ma non mi vedi, ma non lo senti, Anny? Per te era quasi naturale imaginare che potesse accoglierti il Mario d'allora: tu sei la stessa, e non sai quello che hai fatto. Lasciami dire cosí: è l'unica scusa che potrei trovare per te. Dici di no? E quale altra dunque, sentiamo? Ma lo sai, lo sai tu quello che hai fatto? Lo sai che hai abbandonato la figlia? Per me forse, no; per quanti sforzi abbia fatto, non sono riuscito a uccidere il ricordo di te. Per me forse no, non eri morta, mi sopravvivevi. Ma lo sai che per tua figlia tu sei morta, morta davvero, e ch'ella è cresciuta e che adesso ha quasi gli anni che avevi tu quando la mettesti al mondo? Lo sai tutto questo? Posso ora dire a mia figlia: No, sai, bambina, non è vero, io ho mentito con te tant'anni, mi sono divertito a straziare il tuo coricino dicendoti che la tua mamma era morta nel darti alla luce: no, sai, la mamma vive, si rifà viva dopo tanto tempo, ed eccola qua, te la presento. Perché ho mentito? bisogna pure che glielo dica. E allora? Ma lo intendi? Come vuoi, che vuoi che le dica? - Non le hai detto nulla? - domandò Anny sorpresa e addolorata. - Ah, tu credevi? - No: imaginavo ch'ella dovesse credermi morta; ma supponevo che tu in questi tre giorni... - L'avrei preparata? Come? Ma dimmi, dimmelo tu, quel che avrei potuto dirle... - La verità. - Quale verità? La verità, dici? E che ne so io? Quella che so io, no! è troppo brutta: non potevo dirgliela. Perché farti rinascere davanti agli occhi di lei, e farti morire nello stesso tempo nel suo cuore? Anny si levò da sedere e, lisciandosi con ambo le mani i capelli dietro la nuca, disse: - Ma vedo che tu, mio caro, mi credi, non saprei... Mi fai accorgere d'essere venuta con altre, oh ben altre idee delle tue in mente e con ben altri sentimenti nel cuore. Ma già, dopo tanti anni... Ma perché io non sono mutata? Lo riconosci tu stesso... Capisco, lo dici in male... Ma si fa presto, sai, a giudicare dai fatti. - E da che vuoi che giudichi? - Scusa, si reggono i sacchi vuoti? No; e cosí i fatti, se tu li vuoti degli affetti, dei sentimenti, di tante cose che li riempivano. - Affetti? sentimenti? E quale altro piú forte di quello per la propria figlia? - L'ho abbandonata: tu vedi il fatto. Ma se la piccina, quando sono partita, piangeva, credi che non piangessi anch'io? - E intanto... - Intanto sono partita, in quello stato, dopo tre giorni... e sperando di morire, sai, durante il viaggio, senza dirlo a nessuno. Potevo anche morire, solo che mi sopravvenisse una febbre. Dio non volle. Sperai in seguito ch'Egli volesse invece esaudire il mio voto, quello che feci segretamente baciando per l'ultima volta la creaturina: "Ci rivedremo, quando Dio vorrà!". La mamma è morta; sono corsa qui; e non Dio, ma tu pare che non voglia farmela vedere. - Ah sí? E c'entra anche Dio, nella tua partenza? La volle Dio? Perché te ne partisti? - Ma lo sai, la mamma... - Ah, la mamma! E non potevi tu dirle: "Come pretendi che la figlia non abbandoni la madre, mentre vuoi che io abbandoni la mia creaturina?". - Ragioni bene; ma non osservi due cose. Prima: che ella, madre, mi avrebbe abbandonata, se io mi fossi ricusata di seguirla: e non dovevo, capisci?, non dovevo, perché noi non avevamo piú nulla, tranne una misera pensioncina: tutto quello che avevamo era mandato a me, a me soltanto dal fratello di mio padre, di cui dovevo raccogliere, com'ho raccolto, l'eredità. Per certe sue idee quel mio zio non poteva soffrire la mamma. Ella dunque se ne sarebbe andata sola, incontro alla miseria... oh credi! non era donna d'accettare da me ajuto, se la lasciavo andar via. Era cosiffatta: piuttosto morir di fame! Potevo permetterlo? - Ma ella poteva rimanere qua con noi! - Ecco l'altra osservazione. Doveva stare con te e t'odiava. Sosteneva che tu le avessi sedotta la figlia. Per quanto io le dicessi, non riuscii mai a toglierle quest'idea dal capo. Quante volte le chiedemmo perdono, ricordi? a te faceva le viste di perdonare, perché dentro meditava la fuga e temeva che tu, scorgendo ancora in lei avversità per il nostro matrimonio, non mi sottraessi a lei un'altra volta; ma a me, no, no, mai! E invano io ti difendevo, e le dicevo che le tue intenzioni erano state oneste, sempre, tanto vero che le avevi prima chiesto la mia mano, che la nostra fuga da Torino era avvenuta dietro il suo rifiuto. Ah sí! vedi, questo le toglieva appunto la ragione: che noi con la violenza e col tradimento avessimo voluto forzare la sua volontà. E i primi mesi, lí in campagna, ricordi? ti portò per le lunghe, prima con la scusa delle mie carte da sbrigare a Bonn, poi con l'altra del mio stato che non comportava piú di presentarmi in chiesa e al municipio. E intanto per non legarmi maggiormente con cure e sollecitudini alla creaturina che portavo in grembo, non volle, ricordi? ch'io preparassi da me il corredo: volle che tu lo facessi venire bell'e fatto da Torino. E come ci spiava, ricordi? Io ti consigliavo pazienza; e tu ne avevi, povero Riese, sperando compenso nell'avvenire. Ah, quei mesi! quei mesi! - Tu sapevi dunque, - disse il Furri concitato, - il delitto che tua madre meditava, e non me ne dicesti nulla? - No, no! all'ultimo lo seppi! negli ultimi sei giorni! Voleva abbandonarmi; allora; in quel punto; quand'io avevo piú paura e piú che mai bisogno di lei! - Infame! - muggí il Furri tra i denti. - No, non dirlo! - pregò Anny. - Aveva in petto il suo cuore! Se ci avesse avuto il tuo o il mio, non l'avrebbe fatto! Per lei l'infame eri tu, e io la colpevole da punire. La pregai, la scongiurai, figúrati come, in quel punto! E lei irremovibile. E allora io promisi... sí, ebbi paura... e poi pensai a lei - vecchia, senz'ajuto - e a me - sola, senza piú la mamma accanto, in un paese che non era il mio... - E a me non pensasti? a me? a tua figlia? - Sí, sí, Mario... Ma in quel punto, senza mia madre, sentii di non poter vivere. Ti conoscevo da cosí poco... ti amavo! sí, ma avevo tanta soggezione di te: io non so, tu, col tuo carattere, con la tua serietà, mi avevi domata... io ero una bambina allora... e in quel punto, in quel punto... - E poi? - domandò egli. - Poi? Partii con la fiducia che la mamma si sarebbe piegata tra breve, assistendo ogni giorno al mio tormento. Andammo a Neuwied, cioè ci fermammo colà, perché io non potei piú proseguire il viaggio; mi ammalai, fui per morire, Mario: quattro mesi a letto. Ah, se tu mi avessi vista, quando mi rialzai! Scrissi allora, sai? di nascosto, scrissi a quel signor Berti che era a Novara, e che veniva qualche volta a trovarci in villa, mi désse notizia della bambina, mi dicesse soltanto: vive! nient'altro; non lo disturberei piú, m'indirizzerei in séguito ad altri, e se ad altri non potessi, mi terrei paga d'una sua sola notizia, la meno precisa, ma me la désse. Nulla, non ebbi risposta. Attesi, attesi. Poi volli persuadermi che la creaturina fosse morta, e che il Berti non avesse voluto darmi questa notizia... o che, se viva, ero morta io per lei... almeno fintanto che la mamma... ma vedi: questo mi ripugnava: sperare su la morte della mamma. - E su quella della figlia, no! per distrarti... - È vero: mi sono distratta. Dopo la malattia. Mi parve d'uscire da un sogno angoscioso; e che tutto fosse finito. Ma com'io abbia vissuto, non te lo saprei dire. Non lo so nemmeno io: perché non sapevo nulla di voi. E la mamma intanto mi spingeva, mi assediava, cercava ogni mezzo per divagarmi. E se tu ti eri ammogliato? e se la bambina era morta davvero? Tanti pensieri... tanti sogni... e nulla di certo, né per me, né per voi... Ma sempre dentro di me qualcosa che m'impediva d'accogliere la vita, all'infuori delle minute frivolezze o dei piccoli avvenimenti senza vero interesse e senza scopo. Cosí ho vissuto fino alla morte della mamma. Che debbo dirti di piú? - A Neuwied! - mormorò il Furri assorto, dopo un lungo silenzio. - Quanto ti ci sei trattenuta? - Oh, a lungo! Piú d'un anno. Poi siamo andate a Coblenza. - Eri dunque a Neuwied! E io ci passai, al ritorno. - Tu? - Io. Venni a cercarti; senza nessuna traccia. Fui a Bonn, a Colonia, a Braunschweig, a Düsseldorf, seguendo qualche indicazione raccolta qua e là. Passai da Neuwied, ritornando in Italia, ma non mi fermai: già non ti cercavo piú! Fui anche a Wiesbaden. - Povero Mario! - fece Anny con tenerezza. - Ma a Wiesbaden eravamo andate in quest'ultimi anni soltanto, per invito dello zio, che è morto, poveretto, due anni fa: era solo, vecchio e infermo: ci volle in casa, dimenticando gli antichi dissapori con la mamma. Dopo un anno e mezzo è morta lei: quattro mesi come l'altro jeri. - Se ti avessi trovata allora! - sospirò il Furri, alzandosi. - Ma vedi, ora, - disse Anny, - son venuta a trovarti io. - A trovare chi? A trovare un morto! Oh Anny! Non vedi? non vedi? Fra tua madre e me e nostra figlia hai scelto quella. Che vuoi ora da me? Tua madre è morta; ma sei morta anche tu per Lauretta! - Oh no, Mario! - fece con orrore Anny. - Aspetta, Anny. Vedi: davanti a te, m'è caduto lo sdegno: io non so piú parlarti, come forse dovrei. Ma è evidente che tu non sai renderti conto di quello che hai fatto, del tempo che è passato, di tutto quello che è avvenuto in questo tempo. Scommetto, che tu imagini ancora Lauretta come una bambina, ed è alta, sai, quanto te: è una donna davanti a cui tu, se ora la vedessi, resteresti come davanti a una estranea. Per te il tempo non è passato: lo vedo, lo sento. Tu sei ancora come una ragazza - quella di prima - e vedi, parlandoti, mi viene da piangere, perché io sono vecchio, Anny, vecchio, vecchio e finito. No, no, lasciami piangere. Non ho mai pianto. Ma mi vedo davanti ciò che ho perduto, ciò che tu mi hai rubato, e vedi: vorrei qua, sotto i piedi, la fossa di tua madre per calcarci sopra la terra con tutta la forza del mio odio! Ah, nessun fiore, se c'è Dio, crescerà su quella fossa, come nuda e senza un sorriso è stata la culla della figlia mia, e squallida e muta la mia vita, per causa di lei, e tua, e tua... Ti copri la faccia? Ah, c'è da inorridire davvero! Non è, non è reparabile quello che avete fatto. Ora tutto è finito! tutto e per sempre! Non può intenerirmi il tuo pianto. Non ti fo piangere io, ma tua madre. Domandane conto a lei. Ha spezzato la mia vita e la tua: ti ha uccisa per tua figlia. È stata lei: che vuoi ora da me? Io sono morto; non posso farti rivivere. Anny era caduta sul canapè e piangeva arrovesciata sulla spalliera. Il Furri passeggiò un tratto per la camera, poi andò presso la finestra e vi si trattenne, fermo nell'odio, contro ogni suggerimento pietoso che potesse venirgli dai singhiozzi di lei. Il cagnolino nero si levò su le quattro zampette sul canapè, cacciando il musetto sotto il braccio della padrona; ma Anny lo respinse col gomito; allora Mopy si rizzò con le due zampette anteriori sul bracciuolo, e si mise a ringhiare contro il Furri alla finestra, poi abbajò. Anny si voltò subito a lui, e se lo strinse al petto piangendo. Il Furri si tolse dalla finestra senza guardare Anny. Entrambi stettero a lungo in silenzio. Poi ella, rimesso alla cuccia il cagnolino, si alzò, prese da una seggiola una valigetta e l'aprí per trarne un altro fazzoletto anch'esso listato di nero, col quale si asciugò a lungo gli occhi. Finalmente disse con durezza nella voce: - Mia figlia... non debbo vederla? Il Furri notò l'espressione torva del volto di lei e, urtato dal tono della voce, rispose: - Te ne nasce tardi il desiderio. - Io me ne riparto subito! - riprese Anny con la stessa espressione, ma piú fiera, e la stessa voce. - Però mia figlia voglio vederla. E scoppiò di nuovo in singhiozzi, nascondendo la faccia nel fazzoletto. - Come potrei fartela vedere? - disse il Furri. - E poi, perché? - Voglio vederla! - insisté Anny tra i singhiozzi. - Anche da lontano, e poi me ne ripartirò. - Ma io... - fece esitante il Furri. - Temi che voglia tenderti un agguato? Oh inorridisci tu adesso! Ma è cosí naturale imaginare codesto sospetto in uno che ha accumulato tant'odio per rovesciarlo senza alcuna considerazione su una morta! Basta, basta... Ogni recriminazione è inutile! Sono accorsa a te, alla figlia, col cuore d'allora: tu me l'hai assiderato. Basta! Comprendo ora anch'io d'aver commesso una follia a venire. - Sí, - disse il Furri, - come un delitto allora, nell'andartene. Questo è il mio giudizio. Delitto - disse allora il mio cuore, quando tornai da Torino alla villetta, ove trovai la bambina abbandonata. Follia - mi costringe ora a dire lo stato in cui sono ridotto; ed è veramente cosí, perché tu, che avresti potuto imaginare com'io dovessi rimanere allora, avresti potuto anche supporre come necessariamente dovevi ritrovarmi adesso. Ma non t'è passato neanche per la mente! Tu hai potuto scusare davanti a me quello che hai fatto e addurre come una giustificazione l'essere tornata a noi, dopo tant'anni! Via, via Anny! Misura il baratro che s'è scavato tra noi due: tu credi di poterlo saltare a piè pari? Ma io non posso, vedi: mi reggo appena su le gambe, io. Basta, basta davvero. Perché vuoi vedere tua figlia? Tu non la conosci... - Voglio vederla appunto per questo! - esclamò Anny tra le lagrime. - Lo so, - riprese il Furri. - Ma la ragione dovrebbe imporre un freno a codesto tuo sentimento, nell'interesse tuo stesso. - No, no! - negò Anny. - Sono venuta qua; so che mia figlia è qua; vuoi che me ne riparta senza vederla? - Ma non è qua, non è a Roma, ti ripeto. - Non è vero! Stai in campagna tu? O l'hai nascosta perché hai avuto paura, di' la verità! - Ebbene, sí, ma non giova rilevarlo, giacché dev'essere cosí. - Ah non giova! Per te, si sa. Ma tu andrai a prenderla: voglio vederla, anche dalla finestra: la farai passare di qui, o per via - io non so! Non temere: saprò frenarmi. - Ebbene... Ma è una follia anche questa, Anny! Ascoltami: io non temo, perché l'affetto o il desiderio che hai di vederla non potrebbe spingerti a commettere un altro delitto: quello d'uccidere in lei l'ideale senza imagine che ella ha della mamma sua; tu le sembreresti pazza, e tutt'al piú, come pazza, potresti farle pietà. Ma se ragioni, se la convinci, profanando l'idealità vaga e pura e santa che ha di te morta per lei, non pietà né alcun altro sentimento buono, credilo, potresti muovere in lei. Di questo sono convinto; perciò non temo. Io dicevo per te. - Oh grazie! Dopo quello che hai detto, ti preoccupi ancora di un'altra spina che mi porterei nel cuore? Quanta carità! E del mio avvenire, adesso, di', non ti preoccupi? Che sarà di me? Ci penso anch'io. Tacquero un tratto, tutti e due assorti in questo nuovo pensiero; lui con gli occhi chiusi dolorosamente, nell'atteggiamento di chi è solito crucciarsi in cuore senza parola; lei con gli occhi alle punte aguzze delle scarpine. - Ora sono sola, - disse come a se stessa. - Tutto questo tempo sono stata... cosí: per aria! un'estranea curiosa e leggera in mezzo alla vita... di qua, di là. Di vero, di concreto intorno a me, nulla: mia madre, che mi teneva posto di tutto, è vero, ma... E la gioventú: un soffio... passata cosí, senza nulla... - Si levò in piedi di scatto con un'esclamazione indeterminata: - Bah! A Coblenza, sai? piú d'uno chiese alla mamma la mia mano... e poi tanti, uh! hanno perduto il tempo a corteggiarmi... Ora me ne ritornerò a Wiesbaden, nella casa che m'ha lasciato lo zio; e chi sa, ci sarà qualche altro ancora - benché io non sia piú giovane - che vorrà avere la degnazione di credere che forse valga la pena di continuare a perdere un po' di tempo a corteggiarmi, con fine onesto anche, perché no? sono ricca; potrei permettermi il lusso della franchezza: dichiarare che non sono zitellona come mi si crede, benché non sia né vedova, né maritata... È proprio cosí! Rimango cosí! Bisogna dire che rimango male... Mah! Tu in coscienza credi che non puoi né devi fartene un rimorso. Infatti, dici bene: sono voluta andar via io: tu mi avresti sposata subito, allora. Dell'esser io tornata, non vuoi tenere alcun conto: non fa piú comodo a te, adesso, di sposarmi: per mia figlia sono morta, e ho commesso una follia a venire. Si deve dunque chiudere cosí la mia vita? Convieni almeno, via! che la follia che ho commessa non è poi brutta! Sono tornata; mi chiudi la porta in faccia; resto sola, senza piú neanche un dolce ricordo, con la memoria soltanto dell'accoglienza che m'hai fatta, e senza alcuno stato. Via, via, lascia che veda mia figlia, mi porterò almeno l'imagine di lei nel cuore; e questa imagine forse... - Non concluse, ritenuta improvvisamente dal fare, anche a se stessa soltanto, una promessa che poteva esser sacra e che la vita, a una prima svoltata, poteva smentire. Domandò: - Come potrò vederla? - Io torno questa sera in campagna, - disse il Furri con voce arida, - domattina sarò a Roma con Lauretta: domani è venerdí... ah; è il venerdí santo! in chiesa... Senti: a San Pietro, domattina, per le funzioni: dalle dieci alle undici. Ti troverai lí; io entrerò con mia figlia, e la vedrai. - È religiosa? - Molto, sí. - Allora certo, in chiesa, prega ogni volta per me... E se domani io la vedo inginocchiata, dirò: eccola, prega per me. - Anny, Anny... - Vuoi che non pianga? Io non sono morta, come tu le hai fatto credere. E a mia figlia che prega per me non posso neanche dire: sono viva, guardami! sono viva e piango per te. Attese un tratto, piangendo, che il Furri le dicesse qualcosa; poi si tolse il fazzoletto dagli occhi e vedendolo chiuso nel cordoglio e col volto contratto, si alzò e asciugandosi gli occhi, disse: - Va'! va'! A domani, dunque... Lasciami sola. Verrai a salutarmi? Partirò domani l'altro: sabato. - Verrò, - rispose il Furri. - Intanto, a domani. Addio. La prima e piú tremenda prova era superata. E quantunque il Furri, in treno con la figliuola, si sentisse ancora sotto l'incubo della presenza di colei, pure, come se da quel tuffo violento nel passato e dal cozzo interno di tanti opposti sentimenti un po' dell'antico vigore si fosse ridestato in lui, notava che egli, non che soffrire il danno temuto da quell'incontro, ne aveva quasi tratto insperata energia; e, piú che compiacersene, se ne stupiva. Uscito il giorno innanzi, com'ebbro, dall'albergo, gli era parso, è vero, che tutto gli fosse girato intorno, e aveva avuto appena il tempo e la forza di chiamare una vettura e di salirvi. Ma come aveva saputo poi dominarsi, la sera, in presenza della figliuola! Ora il rombar cadenzato del treno imponeva quasi un ritmo al turbinare di tante impressioni e di tanti sentimenti in lui. Si sentiva di tratto in tratto ferire acutamente dalla spina del rimorso infertagli dalle ultime parole d'Anny; e allora ripeteva a se stesso: - È passato! è passato! - come se l'aver potuto jeri andar via a tempo, rendesse oggi tardivo e per ciò inutile il rimpianto di non aver ceduto al sentimento di indulgente pietà ispiratogli dalle lagrime di lei. Ma cosí del resto doveva fare! La dura resistenza, per quanto in certi punti ora a lui stesso crudele, era necessaria. E gli bastava posare lo sguardo sulla figlia che gli sedeva dirimpetto per averne conforto e giustificazione. Lauretta gli parlava, e lui guardandola intentamente chinava di tanto in tanto il capo in segno d'approvazione, pur senz'intendere nulla di ciò che lei gli diceva. - Ma no! ma no! se non m'ascolti! - gli gridò a un certo punto Lauretta. - Hai ragione... - fece lui, riscotendosi e andando a sederle accanto. - Ma con questo fracasso... - E allora perché dici, di sí col capo, mentr'io invece dicevo di no, che non può essere? - Che cosa? Scusami, pensavo... - Già! Come la signorina Lander, quando le parlo e non mi sente. - Che cosa? - domandò la sorda, a sua volta, nel vedersi indicata da Lauretta. - Nulla! nulla! non dico piú nulla! - fece questa indispettita, e si mise a guardar fuori. - Brava Lauretta! Oh, senti: se facciamo a tempo... dopo la compera dell'abito, vuoi che andiamo a San Pietro per le funzioni? - Bravo papà! - approvò Lauretta. - Ma non facciamo a tempo... Se andassimo prima a San Pietro? Però... - Che cosa? - ridomandò la sorda, vedendosi guardata da Lauretta. - Non dico a lei! - rispose questa, accompagnando le parole con un gesto della mano inguantata; e, rivolgendosi al padre, aggiunse: - Che ne facciamo di lei? Non possiamo mica portarcela in chiesa con quel cappellaccio... - Si sa! - rispose il Furri. - Scendiamo prima a casa, e la lasciamo. - Ma si fa a tempo? - A momenti siamo arrivati. Vedi che, se non t'ascoltavo, pensavo di farti un regalo con la mia proposta. E tu, di' la verità, pensavi al negozio delle stoffe; e a San Pietro, no. - Non è vero! - negò Lauretta. - Ma se tu, scusa, hai sentito il bisogno di muoverti giusto la settimana santa... Se non fossimo andati via, all'abito forse non ci avrei pensato, e avrei pensato certo d'assistere alle funzioni. Poi supponevo che tu non mi ci volessi accompagnare. Hai tanto da fare, che jeri, prima, hai dimenticato la mia commissione, - fortuna, dico io, perché cosí scelgo da me e ti faccio spendere il doppio e poi oggi, non so, mi pareva che avessi la testa tra le nuvole. Figúrati se ti avrei detto: Papà, conducimi a San Pietro. - Eh, lo sapevo! - disse il Furri ridendo. - Hai sempre ragione tu! - Vuoi essere ringraziato? - No no, - rispose egli turbandosi. - Mi ringrazierai dell'abito piuttosto, se mi farai spendere molto. - Lo spero bene! - esclamò Lauretta. Il treno, entrato nella stazione quasi scivolando sul binario, s'arrestò di schianto, e la Lander, che già s'era alzata, ricadde improvvisamente a sedere esclamando: - Oh Je'! - mentre il cappellaccio di paglia, urtando contro la spalliera, púmfete! le saltava sul naso. Lauretta scoppiò a ridere. Il Furri, che non s'era accorto di nulla, sconvolto alla vista della stazione dal ricordo del giorno innanzi, si voltò di scatto al riso della figlia, colpito: il riso della madre, lo stesso riso! Non l'aveva mai notato. - Se lei porta cappelli inverosimili! - gridò aspramente alla Lander. E come se la scoperta di quella somiglianza nel riso avesse avuto per lui un significato di condanna, cadde in preda a un'agitazione rabbiosa, di cui la signorina Lander volle per un buon tratto esser vittima ostinandosi a scusare il suo cappello e a incolpare il treno che s'era fermato di schianto, cosa che in Germania, naturalmente, non soleva mai avvenire. L'agitazione del Furri crebbe di punto in punto, fino a fargli perdere ogni dominio di sé, davanti alla figlia; la quale, stupita dapprima ch'egli avesse potuto prendere in cosí mala parte l'incidente occorso alla signorina Lander, non intendeva ora perché avesse quell'angosciosa fretta di condurla in chiesa. - Se non puoi, babbo, lasciamo andare! - gli disse. - No no! - rispose recisamente il Furri. - Andiamo subito, anzi! E appena salito in vettura, gli parve che conducesse la figliuola a un sacrifizio entro la chiesa. Non tirava quasi piú fiato dall'angoscia. E in quella tortura e in quello smarrimento dei sensi non discerneva piú se fosse costernato maggiormente per sé o avesse paura per la figliuola. Piú che determinata paura, sentiva sgomento della chiesa, sapendovi in agguato, invisibile, colei, piccola sotto la poderosa vacuità di quell'interno sacro. Traversando la piazza immensa, sporse un po' il capo a guardar la cordonata della chiesa in fondo: minuscole persone sparse vi salivano e scendevano, altre erano ferme là in alto. Oh se tra queste colei si fosse fermata ad aspettare! Strinse le pugna come per contenere in sé un impeto rabbioso d'odio. Come, come passarle davanti, sotto gli occhi, con la figliuola accanto? - Scese tremando dalla vettura. - Babbo, tu non ti senti bene, - gli disse Lauretta vedendolo cosí stravolto e quasi in preda a brividi di febbre. - Torniamo a casa con la stessa vettura. - No, - rispose, - entriamo! Mi sono troppo strapazzato jeri e oggi. Non è nulla! Dammi il braccio. A ogni passo, sú per l'ampia cordonata, sentiva appesantirsi vieppiú le membra e l'ànsito farsi piú frequente e piú corto. - Aspetta! - diceva alla figlia. Si provava a trarre un largo respiro, guardando intorno rapidamente, e soggiungeva: - Andiamo, non è nulla, un po' d'asma. Introdottisi attraverso la pesante portiera di cuojo nella enorme basilica, egli lanciò uno sguardo fino in fondo; ma subito la vista gli s'intorbidò quasi perduta nella vastità dell'interno, e chiamò sottovoce: - Lauretta, - stringendo a sé il braccio di lei, quasi senza volerlo o come per prevenirla di qualche cosa. - Lauretta! - ripeté forte, con schianto, quasi trabalzando, nel vedere la figlia lasciare il suo braccio e correre verso la pila a sinistra sorretta dai colossali angeletti. Nello smarrimento, gli parve in un baleno ch'ella accorresse alla madre nascosta lí dietro. Lauretta si voltò interdetta, e tornando a lui sorridente: - Che sciocca! Dimenticavo che oggi non c'è acqua benedetta. Tu lo sapevi? - Non mi lasciare, ti prego, - le disse egli non rimesso ancora dall'interno rimescolamento. - Bella figura, se qualcuno m'ha veduta! - aggiunse Lauretta, guardando intorno. - Bada a me... bada a me... Dove andiamo? Senti? che cosa cantano? Dall'ala destra della crociera in fondo venivano le parole confuse del canto. - Sí, gl'improperia, - disse Lauretta. - Vedi? è tardi. Andiamo qua a sinistra, al Sepolcro. - Non tra la folla, - pregò lui, vedendo in quest'altra ala della crociera un fitto assembramento di gente curva inginocchiata presso la luminaria densa dell'altare di fianco. - No, vieni, vieni qua, al di fuori... - rispose lei. - Qua, - e s'inginocchiò presso il padre. Il Furri a capo chino si provò a volgere gli occhi in giro, ma li riabbassò subito su la figlia inginocchiata, come se volesse nasconderla con lo sguardo. E non osando dirlo a lei, diceva piano piano a se stesso: - Ancora? ancora? - non resistendo piú a vederla pregare. Era certo che colei la guardava da un punto forse vicinissimo della chiesa, e gli correvano brividi per la schiena, e tremava tutto, quasi in attesa che da un momento all'altro colei, non sapendo piú trattenersi, irrompesse tra la folla silenziosa, piombasse sulla figlia. Ebbe un sussulto e guardò ferocemente una signora, venuta a inginocchiarsi presso Lauretta. Si voltò: uno scalpiccio confuso veniva dall'altro lato della crociera. - Lauretta... Lauretta... - chiamò. Ella alzò gli occhi al padre, ancora inginocchiata, e subito sorse in piedi, sgomenta: - Babbo, che hai? - Non resisto piú... - balbettò il Furri, ansimando. Si mossero per la navata di centro; ma si videro venire incontro solenne la processione verso il Sepolcro. Parve al Furri che tutti gli occhi della folla sopravveniente fossero appuntati su lui e sulla figlia, e che tutti gli occhi fossero quelli di colei. In quel punto la madre sconosciuta conosceva certamente la figliuola ignara. Il Furri, impedito d'andare, stretto tra la folla, serrava con una mano convulsa il braccio di Lauretta, e incoscientemente, con gli occhi annebbiati, vaganti in giro, singhiozzava tra sé: - Eccola... eccola... - e cercava, tra tanti, due occhi ben noti, su cui appuntare lo sguardo, come per tenerli lontani. - Eccola... - diceva il suo sguardo a quei due occhi, che non riusciva a scoprire tra la folla: - Eccola, è questa, tua figlia! - E stringeva vieppiú il braccio di Lauretta. - Questa, la figlia che tu hai abbandonata, che ignora che tu, sua madre, sia qui, vicina, presente... Guardala e passa senza gridare... È mia, mia unicamente... Io solo so quanto mi sia costata, io che l'ho allevata tra le braccia, in vece tua, piangendo tante notti il suo piccolo pianto, nel sentirmela sul petto abbandonata da te... - Vexilla Regis prodeunt... - intonò in quel momento supremo il coro di ritorno dal Sepolcro; e il Furri che non se l'aspettava, a quelle voci fu quasi per cadere tramortito. - Andiamo via! andiamo via! - ebbe appena la forza di balbettare alla figlia. Tornò, il giorno dopo, all'albergo. - La signora è partita fin da jeri, - gli annunziò il cameriere ossequioso. - Partita? - disse il Furri come a se stesso; e pensò: "Partita! Ha veduto la figlia? Era in chiesa jeri? O ha seguito il mio consiglio, ed è andata via senza vederla, senza conoscerla? Meglio cosí! meglio cosí!". Ritornò a casa e, aprendo la porta si meravigliò sentendo Lauretta sonare, lieta e ignara, il pianoforte. Si accostò pian piano e, intenerito si chinò a baciarla sui capelli: - Suoni? Lauretta, senza smettere di sonare, reclinò il capo indietro e rispose sorridendo al padre: - Non senti che hanno slegato le campane? Fine della novella: "VEXILLA REGIS..." Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]