LA ROSA (prima parte), dalla tredicesima raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le regisrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. LA ROSA (prima parte) CAPITOLO UNO Nel bujo fitto della sera invernale il trenino andava col passo di chi sa che tanto ormai non arriva piú a tempo. In verità la signora Lucietta Nespi, vedova Loffredi, per quanto annojata e stanca del lungo viaggio in quella sudicia vettura di seconda classe, non aveva alcuna fretta d'arrivare a Pèola. Pensava... pensava... Si sentiva trasportata da quel trenino, ma con l'anima era ancora nella lontana casa di Genova, abbandonata, le cui stanze, sgombre della bella mobilia ancor quasi nuova, miseramente svenduta, invece di sembrarle piú grandi, le erano sembrate piú piccole. Che tradimento! Aveva bisogno di vederle grandi, lei, molto grandi e belle, quelle stanze, nell'ultima visita d'addio, dopo lo sgombero, per poter dire un giorno, con orgoglio, nella miseria a cui discendeva: - Eh, la casa che avevo a Genova... Lo avrebbe detto lo stesso, di certo; ma in fondo all'anima, le era rimasta la disillusione di quelle stanze sgombre, cosí meschine. E pensava anche alle buone amiche, dalle quali, all'ultimo, non era andata a licenziarsi, perché anch'esse, tutte, l'avevano tradita, pur dandosi l'aria di volerla ajutare a gara. Oh sí, ajutarla, conducendole in casa tanti compratori onesti, a cui certo, prima, avevano magnificato l'occasione di potere aver per cinque ciò ch'era costato venti e trenta. Cosí pensando, la signora Lucietta ora restringeva ora dilatava i begli occhietti vispi e, di tratto in tratto, con una rapida, speciosa mossetta che le era abituale levava una mano e si passava l'indice sul nasetto ardito e sospirava. Era stanca veramente. Avrebbe voluto addormentarsi. I suoi due bimbi orfani, loro sí, poveri amorini, s'erano addormentati: uno, il maggiore, disteso sul sedile, sotto un mantelletto; l'altro qua, rinchioccito, col capino biondo su le gambe di lei. Chi sa, si sarebbe forse anch'ella addormentata, se avesse potuto in qualche modo appoggiare un gomito o il capo, senza svegliare il piccino, a cui le sue gambe facevano da guanciale. Il sedile di fronte serbava l'impronta de' suoi piedini, che vi avevano trovato un comodo sostegno, prima che fosse venuto a prender posto - ce n'erano tante di vetture, nossignori! -proprio lí, un omaccione su i trentacinque anni, barbuto, bruno in viso, ma con occhi chiari, verdastri: due occhi grandi, intenti e tristi. La signora Lucietta ne aveva provato subito un gran fastidio. Il color chiaro di quei grandi occhi le aveva - chi sa perché - destato confusamente l'idea che il mondo, ovunque ella andasse, le sarebbe rimasto sempre estraneo ormai, e come lontano, lontanissimo e ignoto; e ch'ella vi si sarebbe sperduta, invano chiedendo ajuto, tra tanti occhi che sarebbero rimasti a guardarla, come quelli, con qualche velo di tristezza, sí, ma in fondo indifferenti. Per non vederli, teneva da un pezzo la faccia voltata verso il finestrino, quantunque di fuori non si scorgesse nulla. Si vedeva solo, in alto, sospeso nella tenebra, il riflesso preciso della lampada a olio della vettura, con la rossa fiammella fumosa e vacillante, il vetro concavo dello schermo e l'olio caduto, che vi sguazzava. Pareva proprio che ci fosse un'altra lampada di là, la quale seguisse con pena, nella notte, il treno, quasi per dargli insieme conforto e sgomento. - La fede... - mormorò, a un certo punto, quel signore. La signora Lucietta si voltò con aria stordita: - Che cosa? - Quel lume che non c'è. Ravvivando il sorriso e lo sguardo, la signora Lucietta levò un dito a indicar la lampada nel cielo della vettura. - Eccolo qua! Quel signore approvò piú volte col capo, lentamente; poi aggiunse, con un sorriso triste: - Eh sí, come la fede... Accendiamo noi il lume di qua, nella vita; e lo vediamo anche di là; senza pensare che se si spegne qua, di là non c'è piú lume. - È filosofo lei! - esclamò la signora Lucietta. Quegli alzò una mano dal pomo del bastone a un gesto vago e sospirò con un altro sorriso: - Osservo... Il treno si fermò per un gran pezzo davanti a una stazionuccia di passaggio. Non s'udiva alcuna voce e, cessato il rumor cadenzato delle ruote, l'attesa in quel silenzio pareva eterna e sbigottiva. - Mazzàno, - mormorò il signore. -s'aspetta al solito la coincidenza. Alla fine, giunse da lontano, lamentoso, il fischio del treno in ritardo. - Eccolo... Nel lamento di quel treno, che correva nella notte per la stessa via su cui tra poco anche lei sarebbe passata, la signora Lucietta udí per un momento la voce del suo destino, che, sí, proprio, la voleva sperduta nella vita insieme con quelle due creaturine. Si riscosse dall'angoscia momentanea e domandò al compagno di viaggio: - Ci vorrà ancor molto a Pèola? - Eh, - rispose quegli, - piú di un'ora... Scende a Pèola anche lei? - Io sí. Sono la nuova telegrafista io. Ho vinto il concorso. Son riuscita la quinta, sa? M'hanno destinata a Pèola! - Ah, guarda... Sí, sí, la aspettavamo difatti per jeri sera. La signora Lucietta s'animò tutta: - E difatti, già, - cominciò a dire; ma subito frenò lo slancio per non rompere il sonno al suo piccino. Aprí le braccia e, indicandolo con lo sguardo e poi indicando l'altro di là: - Ma vede come sono legata? - soggiunse. - E da me sola... a dovermi staccare da tante cose... - Lei è la vedova Loffredi, è vero? - Sí... E la signora Lucietta chinò gli occhi. - Ma non si è saputo piú nulla? - domandò, dopo un breve e grave silenzio, quel signore. - Nulla. Ma c'è chi sa! - disse con un lampo negli occhi la signora Lucietta. - Il vero assassino del Loffredi, creda, non fu il sicario che lo colpí proditoriamente a le spalle e scomparve. Hanno voluto insinuare, per motivo di donne... No, sa! Vendetta. È stata una vendetta politica. Per il tempo che il Loffredi aveva da pensare alle donne, una gli era anche di troppo. Gli bastavo io. Si figuri, mi prese a quindici anni! In cosí dire, il viso della signora Lucietta si fece rosso rosso, gli occhi le brillarono inquieti, sfuggirono di qua, di là, e alla fine si chinarono come dianzi. Quel signore stette un pezzo ad osservarla, impressionato del rapido passaggio dall'eccitazione improvvisa all'improvvisa mortificazione. Ma via! come prendere a lungo sul serio quell'eccitazione e questa mortificazione? Benché mamma di quei due piccini, pareva ancora una bambina, anzi una bamboletta; e s'era forse mortificata lei stessa d'aver con tanta fermezza e cosí in prima, asserito che il Loffredi, avendo per moglie una cosina cosí fresca e vispa come lei, non aveva potuto pensare ad altre donne. Doveva essere sicura che nessuno, vedendola e sapendo che uomo era stato il Loffredi, le avrebbe creduto. Vivo il Loffredi, ella aveva dovuto averne, certo, una gran suggezione; forse, ricordandolo, ne aveva ancora. Ma non poteva soffrire si sospettasse che il Loffredi aveva potuto non curarsi di lei, e che ella era stata per lui una bamboletta e nient'altro. Voleva esser l'erede unica almeno di tutto il chiasso, che la tragica fine del fiero e impetuoso giornalista genovese aveva sollevato, circa un anno addietro, in tutta la stampa quotidiana d'Italia. Fu molto soddisfatto quel signore d'avere cosí bene indovinato l'animo e l'indole di lei, allorché, spintala con brevi e accorte domande a parlare de' suoi casi, n'ebbe la conferma dalla sua stessa bocca. Una gran tenerezza s'impadroní allora di lui per le arie di libertà che si dava quella calandrella or ora uscita dal nido, inesperta ancora del volo; per le fiere proteste che faceva del suo avvedimento e del suo gran coraggio. Ah, che! che! non sarebbe mai perita lei. Figurarsi, dall'oggi al domani, sbalzata da uno stato all'altro, tra l'orrore e il trambusto della tragedia, non s'era perduta un momento; era corsa qua, era corsa là; aveva fatto questo e quest'altro, non tanto per sé, no, quanto per quei due poveri piccini... ma via, sí, un po' anche per sé, che in fin dei conti aveva appena vent'anni. Venti, già, e non li mostrava nemmeno. Un altro ostacolo, questo, e il piú dispettoso di tutti. Perché ognuno, vedendola accanita e disperata, si metteva a ridere, quasi ella non avesse il diritto d'accanirsi tanto, di disperarsi tanto. Ah che rabbia! Ma piú s'arrabbiava, e piú gli altri ridevano. E, ridendo, chi le prometteva una cosa e chi un'altra; ma tutti avrebbero voluto accompagnare la promessa con una carezzina che non osavano farle, ma che ella leggeva loro chiaramente negli occhi. S'era stancata, alla fine; e, pur d'uscirsene, eccola là: telegrafista a Pèola! - Povera signora! - sospirò, sorridendo anche lui, il compagno di viaggio. - Povera perché? - Eh... perché... vedrà, non si divertirà molto, a Pèola. E le diede qualche ragguaglio del paesello. Per tutte le viuzze e le piazzette la noja, a Pèola, era visibile e tangibile, sempre. - Visibile? Come? In una infinita moltitudine di cani, che dormivano da mane a sera, sdrajati su l'acciottolato delle vie. Non si svegliavano neanche per grattarsi, quei cani; o meglio, si grattavano, seguitando a dormire. E guaj a chi, a Pèola, apriva la bocca per sbadigliare! Gli restava aperta per un'infilata di almeno cinque sbadigli alla volta. Entrata in bocca a uno, la noja non si risolveva a uscirne facilmente. E tutti, a Pèola, per ogni cosa da fare chiudevano gli occhi e sospiravano: - Domani... Perché oggi o domani era lo stesso, cioè domani non era mai. - Vedrà quanto poco avrà da fare all'ufficio del telegrafo, - concluse. - Non se ne serve mai nessuno. Vede questo trenino? Va col passo d'una diligenza. E anche la diligenza rappresenterebbe un progresso per Pèola. La vita, a Pèola, va ancora in lettiga. - Dio Dio, lei mi spaventa! - disse la signora Lucietta. - Non si spaventi, via! - sorrise quel signore. - Ora le do una buona notizia: fra pochi giorni avremo al Circolo una festa da ballo. - Ah... E la signora Lucietta lo guardò come colta in un lampo dal sospetto, che anche questo signore si volesse burlar di lei. - Ballano i cani? - domandò. - No: i "civili" di Pèola... Ci vada: si divertirà. Giusto il Circolo è su la piazza, vicino all'ufficio del telegrafo. Ha trovato l'alloggio? La signora Lucietta rispose di sí, che lo aveva trovato nella stessa casa che prima ospitava l'ufficiale telegrafico suo predecessore. Poi domandò: - E lei, scusi... il suo nome? - Silvagni, signora. Fausto Silvagni. Sono il segretario comunale. - Oh, guarda! Piacere. - Mah! E il Silvagni levò una mano dal pomo del bastone a un gesto sconsolato, atteggiando il volto d'un sorriso amarissimo, che gli velò d'intensa malinconia i grandi occhi chiari. Il treno salutò con un fischio lamentoso la stazionuccia di Pèola. - Qua? CAPITOLO DUE Tra quell'ampia chiostra di monti azzurrini qua e là spaccata da vaporose vallate, fosche di querci e d'abeti, gaje di castagni, Pèola, col suo mucchietto di tetti roggi e i suoi quattro campaniletti scuri, le anguste piazzette sbieche e le viuzze scoscese tra case piccole vecchie e case un po' piú grandi nuove, aveva dunque il privilegio d'ospitare la vedova di quel giornalista Loffredi, della cui tragica morte ancora avvolta nel mistero si seguitava di tanto in tanto a parlare nei giornali delle grandi città. Privilegio non comune, poter sapere dalla viva voce di lei tante cose che gli altri, nelle grandi città, non sapevano; ma anche solamente vederla e poter dire: - Il Loffredi, vivo, tenne stretta fra le braccia quella cosina lí! I "civili" di Pèola ne erano tutti insuperbiti. Quanto ai cani, credo che in verità avrebbero seguitato a dormire pacificamente sdrajati per le viuzze e le piazzette del paese, senza il minimo sentore di quel privilegio non comune, se tutt'a un tratto, essendosi sparsa la voce della cattiva impressione che avevano fatto e facevano col loro sonno continuo alla signora Lucietta la gente, specie i giovanotti, ma anche gli uomini maturi, non si fossero messi a disturbarli, e cacciarli via a calci, o pestando i piedi e battendo le mani, per chiasso. Le povere bestie si levavano da terra, piú stupite che seccate; guardavano di traverso, alzando appena un'orecchia: poi, alcune, ballonzolando su tre zampe con la quarta aggranchita e rattratta, andavano a sdrajarsi piú là. Ma che cos'era accaduto? Forse l'avrebbero capito, se fossero stati cani un poco piú intelligenti e meno imbalorditi dal sonno. Bastava, santo Dio, fermarsi un po' a guardare dalle imboccature della piazzetta ove a nessuno di loro era piú permesso, non che di sdrajarsi, ma neppur di passare di corsa. C'era in quella piazzetta l'ufficio del telegrafo. Si sarebbero accorti (se fossero stati cani un poco piú intelligenti) che tutti, passando di là, specialmente i giovinotti, ma anche gli uomini maturi, pareva entrassero in un'altra aria, piú vivida, per cui il passo, i moti della persona, diventavano subito piú svelti, piú agili; e le teste si rigiravano come per un tuffo di sangue improvviso, non trovassero piú da rassettarsi entro il giro del colletto inamidato, e le mani si davano un gran da fare per tirar giú il panciotto e accomodar la cravatta. Attraversata la piazzetta, erano poi tutti com'ebbri, ilari e nervosi; e, vedendo un cane: - Passa via! - Fuori dai piedi! - Via di qua, brutta bestiaccia! E anche sassate - non bastavano i calci - anche sassate tiravano, ohé! Per fortuna, in ajuto di quei poveri cani, qualche finestra si spalancava di furia, e una testa di donna, con occhi feroci, tra due pugna tese rabbiosamente s'avventava a gridare: - Ma che v'ha preso, manigoldi, contro codeste povere bestie? Oppure: - Anche lei? Anche lei, signor notajo? Come non si vergogna, scusi? Ma guarda che calcio a tradimento, povera bestiolina! Qua, cara, vieni qua... La zampina, guardate... le ha storpiato la zampina e se ne va col sigaro in bocca, come se non sapesse niente, vergogna, un uomo serio! In breve, una vivissima simpatia venne a stabilirsi tra le brutte donne di Pèola e quei poveri cani presi cosí tutt'a un tratto a perseguitare da' loro uomini, mariti, padri, fratelli, cugini, fidanzati e infine, per contagio, anche da tutti i ragazzacci. Quell'aria nuova, che i loro uomini respiravano da alcuni giorni e per cui avevano gli occhi cosí lustri e l'aspetto stralunato, esse sí, le donne, un poco piú intelligenti dei cani (almeno alcune) l'avevano avvertita subito. S'era come diffusa sui roggi tetti ammuffiti e in ogni angolo del vecchio sonnolento paesello e lo ilarava tutto (agli occhi degli uomini, s'intende). Ma sí. La vita... - angustie, noje, amarezze... - poi, tutt'a un tratto, ecco, si ride... Oh Dio, cosí... per niente - si ride. Se dopo giorni e giorni di bruma e di pioggia spunta un occhio di sole, non s'allegrano tutti i cuori? non traggono tutti i petti un respiro di sollievo? Ebbene, che cos'è? Niente, un occhio di sole; e la vita appare subito un'altra. Il peso della noja s'alleggerisce; i pensieri piú cupi s'inazzurrano; chi non è voluto uscir di casa, viene all'aperto... Ma sentite che buon odore di terra bagnata? Oh Dio come si respira bene... Frescura di funghi, eh? E tutti i disegni per la conquista dell'avvenire diventano facili, agevoli; e ciascuno si scrolla d'addosso il ricordo delle bussate piú solenni, riconoscendo che, via, aveva dato ad esse troppa importanza. Che diamine, sú, sú! Che, sú? Ma sí, bisogna tenersi sú... I baffi? Ma sí, anche i baffi sú! - Cara, perché non ti pettini un pochino meglio? Effetti dell'occhio di sole spuntato improvvisamente a Pèola nella piazzetta dell'ufficio telegrafico. Oltre la persecuzione ai cani, questa domanda di tanti mariti alla loro moglie: - Perché, cara, non ti pettini un pochino meglio? E mai, certo, da anni e anni, al Circolo, per via, nelle case, a passeggio, avevano canticchiato tanto, senza volerlo, senza saperlo, i "civili" di Pèola. La signora Lucietta vedeva e sentiva tutto questo. Il guizzare di tanti desiderii da occhi accesi che la seguivano in tutte le mosse e la carezzavano con lo sguardo voluttuosamente, il calore di simpatia che la avvolgeva, inebriarono in breve anche lei. Non ci sarebbe voluto tanto, perché già fremeva, friggeva di per sé, la signora Lucietta. Che impiccio le davano certe ciocchette di capelli, che le cadevano su la fronte appena chinava il capo per seguire con gli occhi il nastro di carta punteggiato che si svolgeva dalla macchinetta ticchettante sul tavolino dell'ufficio! Scrollava il capo e quasi sobbalzava, come per un vellicamento di sorpresa. E che improvvise caldane e che subitanei arresti di respiro, che finivano a un tratto in una stanca risatina! Oh, ma piangeva anche, sí, sí, piangeva in certi momenti, senza saper perché. Lagrime calde, brucianti, per un oscuro, improvviso scompiglio nella mente, per uno strano orgasmo, che le dava un serpeggiar di smanie per tutto il corpo, un'insofferenza... Non poteva frenarle, quelle lagrime, e sbuffava, sbuffava di stizza, ma poi, subito dopo, per un nonnulla, ecco, si rimetteva a ridere. Per non pensare a niente, per non andare svolazzando con la fantasia dietro ogni immagine comica o pericolosa, per non sorprendersi assorta in certe previsioni inverosimili, l'unica era d'attendere giudiziosamente al suo ufficio; raccogliersi, prendere a due mani e tener ben ferma l'attenzione, perché tutto procedesse là dentro in perfetta regola, con perfetto ordine. E ricordarsi, ricordarsi sempre che a casa intanto, affidati a una vecchia serva molto stupida e rozza, c'erano i suoi due poveri piccini orfani. Che pensiero era questo! Tirarli sú, da sola, col suo lavoro, col suo sacrificio, quei figliuoli! miseramente, pur troppo; oggi qua, domani là, randagia con essi... E poi, quando sarebbero cresciuti, quando si sarebbero fatta una vita per loro, forse del suo sacrificio, di tutte le sue pene non avrebbero tenuto alcun conto. No, via! via! Erano ancor tanto piccini... Perché immaginare queste cose brutte? Sarebbe stata vecchia, lei, allora; sarebbe passato comunque il suo tempo; e quando il tempo è passato e si è vecchi, anche ai ricordi tristi siamo già abituati a far buon viso... Chi diceva cosí? Lei, lo diceva. Ma non perché veramente le sorgessero spontanee nell'animo queste considerazioni affliggenti. Passava ogni mattina dall'ufficio, e talvolta anche sul tramonto, quando usciva dal Municipio, il segretario comunale, quel signor Silvagni incontrato sul treno. Si tratteneva un momento, lí sull'uscio o davanti lo sportello; le parlava di cose aliene, anche liete; rideva con lei della caccia che si dava ai cani, per esempio, e delle difese che ne prendevano le donne brutte del paese. Ma negli occhi di quell'uomo, in quei grandi occhi chiari, intenti e tristi che le restavano a lungo impressi nella memoria dopo ch'egli se n'era andato via, la signora Lucietta leggeva quelle considerazioni affliggenti. Il pensiero dei figliuoli, ogni volta, chi sa perché?, glielo richiamava lui, angosciosissimo; pur senza ch'egli ne avesse chiesto affatto o glien'avesse fatto parola per incidenza. Tornava a sbuffare, a ripetersi che i suoi figliuoli erano ancor tanto piccini... e dunque, via! perché avvilirsi? non doveva e non voleva. Là, sú, sú, coraggio! Era giovine, lei, per ora... tanto giovine... e dunque... - Come dice, signore? Ma sí: conti le parole del telegramma, e poi calcoli due soldi di piú. Vuole un modulo a stampa? No? Ah, tanto per saperlo... Ho capito. A rivederla, signore... Ma di niente, si figuri... Quanti ne entravano all'ufficio a rivolgerle di quelle stupide domande! Come non ridere? Eran pur buffi davvero tutti quei signori di Pèola. E quella commissione di giovinotti, soci del Circolo di compagnia, col loro bravo presidente anziano, entrata all'ufficio una mattina, per invitarla alla famosa festa da ballo annunziatale in treno dal signor Silvagni! Che scena! Tutti con gli occhi spiritati, che da un canto pareva se la volessero mangiare e dall'altro provassero una strana maraviglia nell'accorgersi che da vicino ella aveva il nasetto cosí e cosí, cosí e cosí la bocca e gli occhi e la fronte, per non parlare che della testa soltanto! Ma i piú impertinenti erano anche i piú impacciati. Nessuno sapeva come cominciare: - Vorrà farci l'onore... - È consuetudine annuale, signora... - Una piccola soirée dansante... - Oh, ma senza pretese, si figuri! - Festa in famiglia... - Ma sí, lasciate dire! - È consuetudine annuale, signora... - Ma via, che dice! basta che voglia veramente onorarci... Si torcevano, si strizzavano le mani, si guardavano in bocca l'un l'altro nell'atto che si buttavano a parlare, mentre il presidente, che era anche il sindaco del paese, s'intozzava sempre piú, paonazzo dalla stizza. S'era preparato il discorso, lui, e non glielo lasciavano dire. S'era passato anche il cerotto con gran cura su la lunga ciocca di capelli rigirata sul cranio, e aveva infilato i guanti canarini e inserito due dita, dignitosamente, tra i bottoni del panciotto. - È consuetudine annuale, signora... La signora Lucietta, confusa, per quanto con una gran voglia di ridere e tutta vermiglia in volto per quei pressanti inviti, piú degli occhi cupidi che delle labbra impacciate, cercò di schermirsi in prima: era ancora a lutto, lo sapevano... e poi, i due figliuoli... stava con loro la sera soltanto... non li vedeva per tutto il giorno... era usa metterli a letto lei... e poi aveva tante cose a cui attendere.... - Ma via! per una sera... - Poteva anche venire dopo averli messi a letto... - E non c'era la serva?... per una sera! A uno dei giovanotti, nella furia, scappò detto finanche: - Il lutto? Ma che sciocchezza! Ebbe una gomitata in un fianco e non fiatò piú. La signora Lucietta promise infine che sarebbe andata, o piuttosto, che avrebbe fatto di tutto per andare; ma poi, quando tutti se ne furono andati, rimase a guardarsi nella manina bianca posata su la veste nera il cerchietto d'oro che il Loffredi sposando le aveva messo al dito. La sua manina era allora cosí gracile: manina di ragazzetta; e ora che le dita erano un po' ingrossate, quell'anellino le faceva male. Cosí stretto era, che non poteva cavarselo piú. Fine prima parte della novella: LA ROSA Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]