LA ROSA (seconda parte), dalla tredicesima raccolta di Novelle per un Anno. - Questa è una registrazione Librivox. Tutte le regisrazioni Librivox sono di dominio pubblico. Per maggiori informazioni o per diventare volontari visistate il sito: librivox PUNTO org Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome] Novelle per un Anno, di Luigi Pirandello. LA ROSA (seconda parte) CAPITOLO TRE Nella camera da letto del vecchio quartierino mobigliato, la signora Lucietta ora stava a dire a se stessa di no, che non sarebbe andata; e intanto dondolava - aòh - su le ginocchia il suo angioletto biondo, vestito di nero - aòh, aòh - questo suo piú piccino, caro caro, che voleva ogni sera addormentarsi in braccio a lei. L'altro, il maggiore, spogliato dalla vecchia serva taciturna, s'era messo da sé per benino nel suo lettuccio e... sí? Sí sí, che bellezza! già dormiva. Con la maggior leggerezza di mano possibile la signora Lucietta prendeva ora a svestire il piccino già addormentato anch'esso in grembo a lei; pian pianino le scarpette, una e due; pian pianino i calzini, uno... e due; e via ora i calzoncini insieme con le mutandine... e ora, ah ora veniva il difficile: sfilare i braccini dalle maniche del giubbetto alla cacciatora: sú, piano piano, con l'ajuto della serva... non cosí, di qua... sí, giú... piano... piano, ecco fatto! E ora da quest'altra parte... ? No, amore... Sí, qua, qua con la mamma tua... è mamma tua qua... Lasciate, faccio da me... Rimboccate la coperta, piuttosto... sí, costà, pian pianino... Ma perché poi cosí tanto pian pianino? A un anno appena dalla tragica morte del marito voleva proprio andare a ballare? No, non sarebbe andata forse la signora Lucietta, se tutt'a un tratto, uscita dalla camera da letto nell'attigua saletta d'ingresso, non avesse visto davanti la finestra chiusa di quella saletta un prodigio, un vero prodigio. Stava da tanti giorni in quel quartierino d'affitto, e non s'era neanche accorta che davanti la finestra della saletta d'ingresso ci fosse un vecchio portafiori di legno, tutto impolverato. In quel portafiori, quasi all'improvviso, fuor di stagione, era sbocciata una magnifica rosa rossa. La signora Lucietta restò dapprima a mirarla, stupita, tra lo smortume della tappezzeria grigiastra, di quella sudicia saletta. Poi, dalla gioja di quella rosa rossa ebbe come un tuffo nel sangue. Vide vivo lí in quella rosa il suo desiderio ardente di godere una notte almeno. E liberatasi d'un tratto dalla perplessità che finora la aveva tenuta, dall'orrore dello spettro del marito, dal pensiero dei figli, corse, staccò dal gambo quella rosa e istintivamente, presentandosi davanti allo specchio su la mensola, se la accostò al capo. Sí, là! Con quella sola rosa tra i capelli sarebbe andata alla festa, e i suoi vent'anni, e la sua gioja vestita di nero... Via! CAPITOLO QUATTRO Fu l'ebbrezza, fu il delirio, fu la pazzia. Al suo primo apparire, quando già quasi tutti avevano perduto la speranza ch'ella venisse, le tre cupe sale del Circolo a pianterreno, divise da due larghe arcate, malamente illuminate da lampade a petrolio e da candele, parve che all'improvviso sfolgorassero di luce, tant'era acceso e quasi sbigottito dal fremito interno del sangue il suo visino, e cosí fulgidamente le sfavillarono gli occhi e cosí pazza di gioja le strideva quella rosa di fuoco tra i capelli neri. Tutti gli uomini perdettero la testa. Irresistibilmente, sciolti d'ogni freno di convenienza, d'ogni riguardo alla gelosia delle mogli o delle fidanzate, all'invidia delle zitellone, figliuole, sorelle, cugine, sotto colore che bisognava accogliere con festa l'ospite forestiera, accorsero a lei in folla, con vivaci esclamazioni, e lí per lí, subito, poiché già le danze erano cominciate, senza neanche darle tempo di volgere un'occhiata attorno, presero a contendersela tra loro. Quindici, venti braccia le s'offrirono col gomito teso. Tutti da prendere; ma quale per primo? A uno per volta, sí... Avrebbe un po' per volta ballato con tutti... Ecco, largo! largo! Sú, e la musica? Ma che facevano i musicanti? S'erano anch'essi incantati a mirare? Musica! musica! E via, tra i battimani, ecco spiccata la prima danza col vecchio sindaco e presidente del Circolo, in abito lungo. Ma bravo! ma bravo! - Che scosci, guardate! - Uh, le falde della finanziera... guardate, guardate quelle falde, come s'aprono e chiudono su i calzoni chiari! - Ma bravo! ma bravo! - Oh Dio, la ciocca! la ciocca incerottata... gli si stacca la ciocca! - Che? La conduce a sedere? Digià? - E altre quindici, venti braccia col gomito teso le si parano davanti. - Con me! con me! - Un momento! un momento! - L'ha promesso a me! - No, prima a me! Dio, che scandalo! Per miracolo non facevano a strattarsi l'un l'altro. I respinti, in attesa che venisse il loro turno, si recavano mogi mogi a invitare altre dame, delle loro; qualcuna piú brutta, accettava ingrugnata; le altre, indignate, stomacate, rifiutavano con un: - Grazie tante! - a schizzo. E si scambiavano tra loro con occhi feroci sguardi di schifo; qualcuna scattava da sedere, faceva cenni violenti di volersene andare; invitava questa o quell'amica a seguirla: via tutte! via tutte! Non s'era mai vista simile indecenza! Alcune quasi piangenti, altre tremanti di rabbia, si sfogavano con certi omicelli stremenziti nei vecchi abitucci lustri, di taglio antico, odoranti di pepe e di canfora. Come foglie secche, per non esser rapiti dal turbine, s'erano costoro ritratti al muro, riparati tra le oneste gonne di seta delle loro mogli o cognate o sorelle, goffe gonne a sbuffi e a falbalà, stridenti dei piú vivaci colori, verdi, gialle, rosse, celesti, che ermeticamente, con gran conforto delle loro nari e della loro coscienza, custodivano, cosí prese dal tanfo delle onorate cassapanche, gli arcigni pudori provinciali. Il caldo a poco a poco nelle tre sale s'era fatto soffocante. Quasi una nebbia s'era diffusa dal vaporare della bestialità di tutti quegli uomini; bestialità ansante, bollente, paonazza, sudata, che del sudore, nelle brevi tregue allucinate, profittava con occhi folli per rassettarsi, incollarsi, rilisciarsi con mani tremanti sul capo, su le tempie, su la nuca, i capelli bagnati, irsuti. E si ribellava ormai, quella bestialità, con tracotanza inaudita a ogni richiamo della ragione: veniva una volta l'anno la festa! Del resto, nulla di male! Zitte e a posto, le donne! Fresca, leggera, tutta compresa nella sua gioja che respingeva ogni contatto brutale, ridendo e guizzando con scatti improvvisi, per appagarsi di se stessa, intatta e pura in quel suo momento di follia, agile fiamma volubile in mezzo al tetro fuoco di tutti quei ciocchi congestionati, la signora Lucietta, vinta la vertigine, divenuta lei stessa vertigine, ballava, ballava, senza piú nulla vedere, senza piú distinguere nessuno; e gli archi delle tre sale, i lumi, i mobili, le stoffe gialle, verdi, rosse, celesti delle signore, gli abiti neri e i candidi sparati delle camíce degli uomini, tutto le s'avvolgeva ormai attorno in strisci vorticosi. Si staccava d'un balzo dalle braccia d'un ballerino, appena lo sentiva stanco, pesante, ansimante, e subito si buttava tra altre braccia, le prime che si vedeva tese davanti, e via, via per riavvolgersi in quegli strisci vorticosi, per farsi girare ancora attorno in frenetico scompiglio tutti quei lumi e tutti quei colori. Seduto nell'ultima sala, accosto al muro in un canto quasi in ombra, Fausto Silvagni, con le mani sul pomo del bastone e su le mani la grossa barba fulva, da circa due ore la seguiva coi grandi occhi chiari, animati da un benigno sorriso. Egli solo intendeva tutta la purezza di quella folle gioja, e ne godeva; ne godeva come se quel tripudio innocente fosse un dono della sua tenerezza a lei. Tenerezza solo? ancora solo tenerezza? non gli palpitava già troppo dentro, per essere ancora solo tenerezza? Da anni e anni Fausto Silvagni con quei suoi occhi intenti e tristi guardava come da lontano ogni cosa; come remote ombre evanescenti, gli aspetti vicini; e dentro di sé, i suoi stessi pensieri e i suoi sentimenti. Fallita per avversità di casi, per gravosi obblighi meschini la sua vita, spenta sul piú bello la luce di tanti sogni tenuta fin da ragazzo accesa con l'ardore di tutta l'anima (sogni che ora non poteva richiamare al suo ricordo senza strazio e senza rossore), rifuggiva dalla realtà, nella quale era costretto a vivere. Ci camminava; se la vedeva attorno; la toccava; ma nessun pensiero, nessun sentimento ne veniva piú a lui; e anche se stesso vedeva come lontano da sé, perduto in un esilio angoscioso. Ora, in questo esilio, un sentimento all'improvviso era venuto a raggiungerlo; un sentimento ch'egli avrebbe voluto tener discosto per non riconoscerlo ancora. Non avrebbe voluto riconoscerlo, ma non osava piú neanche scacciarlo. Non era forse volata da' suoi sogni lontani, questa cara folle fatina vestita di nero, con una rosa di fiamma tra i capelli? Potevano anche essere i suoi sogni stessi, divenuti vivi, ora, in questa fatina, perché egli, non avendo potuto raggiungerli allora sott'altra forma, in questa se li stringesse vivi e spiranti tra le braccia... Chi sa! Non poteva fermarla, trattenerla e ritornare per essa e con essa finalmente dal suo lontano esilio? Se egli non la fermava, se egli non la tratteneva, chi sa dove e come sarebbe andata a finire, quella povera fatina folle. Aveva bisogno d'ajuto, anche lei, bisogno di guida e di consiglio, cosí sperduta anche lei in un mondo non suo, e con quella gran voglia di non perdersi, ma anche, ahimè, di godere. Quella rosa lo diceva, quella rosa rossa tra i capelli... Fausto Silvagni guardava da un pezzo, costernato, quella rosa. Non sapeva perché. La vedeva su quel capo come una fiamma... Si scoteva tanto quella testolina folle; come non cascava quella rosa? Ebbene, temeva di questo? Non sapeva dirselo, e seguitava a guardarla, costernato. Dentro, intanto, sotto sotto, il cuore gli diceva, tremando: - "Domani; domani o uno di questi giorni, parlerai... Ora lascia ch'ella balli cosí, come una fatina folle..." Ma ormai la maggior parte dei cavalieri cascavano a pezzi dalla stanchezza; si dichiaravano vinti e si voltavano attorno, come ubriachi, in cerca delle loro donne andate via. Solo sei o sette ancora resistevano, accaniti, tra cui due anziani - chi l'avrebbe creduto? - il vecchio sindaco in abito lungo e il notajo vedovo, tutt'e due in uno stato miserando, con gli occhi schizzanti dalle orbite, le facce sudate, infocate, impiastricciate di tintura, la cravatta di traverso, la camicia spiegazzata, tragici in quel loro furore senile. Erano stati finora respinti dai giovanotti; ora, frenetici, si rilanciavano per farsi buttare uno dopo l'altro come balle su le seggiole, appena compiuti due giri. Era la stretta finale, l'ultima danza. Se li vide tutti e sette attorno, sopra, aggressivi, furibondi, la signora Lucietta. - Con me! con me! con me! con me! N'ebbe sgomento. D'un tratto le s'avventò agli occhi la bestiale sovreccitazione di quegli uomini, e al pensiero ch'essi avessero potuto bestialmente accendersi per la sua innocente festosità, provò ribrezzo, onta. Volle fuggire, sottrarsi a quell'aggressione; ma, allo scatto di cerbiatta, i capelli già un po' allentati le cascarono; e la rosa - giú a terra. Fausto Silvagni si tirò sú a guardare, come sospinto dal presentimento oscuro d'un imminente pericolo. Ma già quei sette s'eran precipitati a raccogliere la rosa. Riuscí a ghermirla il vecchio sindaco, a costo d'un tremendo sgraffio alla mano. - Eccola! - gridò, e corse con gli altri a porgerla alla signora Lucietta riparata in fondo alla seconda sala per ricomporsi alla meglio i capelli. - Eccola qua... Ma no, che grazie! Ora lei... - (non aveva piú fiato da parlare, il vecchio sindaco; la testa gli ciondolava) - ...ora lei deve far la scelta... ecco... deve offrirla, qua, a uno... - Bravo! bene! - A uno... a sua scelta... bravissimo! - Vediamo! Vediamo! - A chi l'offre? A sua scelta! - Il giudizio di Paride! - Silenzio! Vediamo a chi l'offre! Anelante, col braccio teso e la bellissima rosa alta nella mano, la signora Lucietta guardò quei sette infuriati, come, voltandosi nel sentirsi sopraffatta, una preda inseguita i suoi assalitori. Intuí subito che volevano a ogni costo ch'ella si compromettesse. - A uno? a mia scelta? - gridò all'improvviso, con un lampo negli occhi. - Ebbene, sí... a uno l'offrirò... Ma scostatevi prima... scostatevi tutti! No, piú... piú... ecco, cosí... L'offrirò... l'offrirò... Saettava con lo sguardo ora l'uno ora l'altro, come fosse incerta nella scelta; e incerti e goffi, con le mani protese e nelle facce brutali e stravolte una smorfia d'implorazione sguajata, quei sette pendevano dal visino di lei ora sfolgorante di malizia, allorché d'un balzo ella, sguizzando tra gli ultimi due alla sua manca, prese la corsa verso la prima sala. Aveva trovato lo scampo: offrire la rosa a uno di quelli che se n'erano stati tutta la serata quieti a guardare, seduti accosto al muro: a uno qual si fosse, il primo che capitava in direzione della corsa. - Ecco qua! L'offro qua a... Si trovò davanti i grandi occhi chiari di Fausto Silvagni. Smorí d'un tratto; restò un momento come sospesa, confusa, tremante, alla vista del volto di lui; le sfuggí un'esclamazione sommessa: ? Oh Dio... - ma si riprese subito: ? Sí, per carità... ecco, a lei, prenda, prenda signor Silvagni! Fausto Silvagni prese la rosa e si voltò con un sorriso vano, squallido, a guardare quei sette che s'erano precipitati appresso a lei gridando come ossessi: - No, che c'entra lui? - A uno di noi! - Doveva offrirla uno di noi! - Non è vero! - protestò la signora Lucietta battendo un piede fieramente. - S'è detto a uno, e basta! E io l' ho offerta qua al signor Silvagni! - Ma questa è una dichiarazione d'amore bell'e buona! - gridarono allora quelli. - Che? - ripigliò la signora Lucietta, facendosi in volto di bragia. - Ah, nossignori, prego! Sarebbe stata una dichiarazione, se la avessi offerta a uno di loro! Ma l'ho offerta al signor Silvagni, che non s'è mosso, tutta la serata, e che dunque non può crederlo, è vero? non può crederlo! Come non possono crederlo neanche loro! - Ma sí, ma sí che noi lo crediamo! Lo crediamo invece benissimo! Anzi! tanto piú lo crediamo; - protestarono quelli a coro. - Proprio a lui oh! proprio a lui! La signora Lucietta si sentí tutta sconvolgere da un dispetto feroce. Non era piú uno scherzo ormai! la malignità schizzava da quegli occhi, da quelle bocche; era chiara nei loro ammiccamenti, nei loro grugniti l'allusione alle visite del Silvagni all'ufficio, alla bontà ch'egli le aveva dimostrato fin dal suo arrivo. E quel pallore, intanto, quel turbamento di lui davano esca ai sospetti maligni. Perché quel pallore, quel turbamento? Poteva forse credere anche lui, che ella...? Non era possibile! E perché allora? Forse perché lo credevano gli altri! Invece d'impallidire e di turbarsi a quel modo, avrebbe dovuto protestare! Non protestava; impallidiva sempre piú, e una crudele sofferenza gli s'acuiva di punto in punto negli occhi. Intuí tutto in un lampo la signora Lucietta, e n'ebbe come uno schianto. Ma in quell'attimo d'angosciosa perplessità, di fronte alla sfida di quei sette impudenti sconfitti che seguitavano a strillarle intorno con furia dilaniatrice: - Ecco! ecco, vede? Lo dice lei, ma non lo dice lui! - Come non lo dice? - gridò, lasciando prevalere, tra il guizzare e il cozzare di tanti opposti sentimenti, il dispetto. E, facendosi innanzi al Silvagni, agitata da un fremito convulso, guardandolo negli occhi, gli domandò: - Può lei credere sul serio che, offrendole codesta rosa, io abbia voluto farle una dichiarazione? Fausto Silvagni restò un momento a guardarla con quel sorriso squallido di nuovo sulle labbra. Povera fatina, forzata dall'impeto bestiale di quegli uomini a uscire dal cerchio magico di quella pura gioja, di quell'innocente ebbrezza, nella quale come una pazzerella s'era aggirata! Ecco che ora, pur di difendere di tra l'accanimento dei brutali appetiti di quegli uomini l'innocenza del dono di quella rosa, l'innocenza di quella sua folle gioja d'una sera, esigeva da lui la rinunzia a un amore che sarebbe durato per tutta la vita, una risposta che valesse per ora e per sempre, la risposta che doveva far subito appassire tra le sue dita quella rosa. Sorgendo in piedi e guardando con fredda fermezza quegli uomini negli occhi, disse: - Non solo non posso crederlo io; ma stia sicura che non lo crederà mai nessuno, signora. Ecco a lei la rosa; io non posso, la butti via lei. La signora Lucietta riprese con mano non ben ferma quella rosa e la buttò via in un canto. - Ecco, sí... grazie... - disse; sapendo bene ormai ciò che con quella rosa d'un momento aveva buttato via per sempre. Fine della novella: LA ROSA Se vuoi, puoi dire: Registrazione di [il tuo nome], [città, il tuo blog, podcast, indirizzo web]